Danza — 30/10/2019 08:35

L’impossibilità di ristabilire un’unione: la danza di Lucia Guarino a Young Jazz di Foligno

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RUMOR(S)CENA – YOUNG JAZZ – FOLIGNO (Perugia) – In occasione della tredicesima edizione di Young Jazz di Foligno, che ha visto la direzione artistica di Giovanni Guidi e Nicola Adriani, è andato in scena Una crepa, nostalgia dell’oro con le coreografie di Lucia Guarino e le danzatrici Elisa D’amico e Lucia Guarino, accompagnate dal contrabbasso e oggetti di Matteo Bortone.

Avete presente La danza, uno dei quadri più famosi di Matisse, dove cinque ballerini si muovono mentre si tengono per mano? I loro volti sono appena delineati e così anche i loro corpi, i quali, comunque trasmettono un forte dinamismo con i loro movimenti. L’opera del pittore francese, esponente di maggior spicco della corrente artistica dei Fauves, è stata realizzata al fine di essere esposto in combinazione con un altra sua creazione, intitolata Musica Matisse, per poi destinarle entrambe all’uomo d’affari russo ed amante d’arte Sergei Shchukin, il quale era da molto tempo in affari con l’artista. L’accurata selezione di colori ed il ritmo trasmesso dai movimenti dei protagonisti, trasmettono una forte libertà nonché musicalità e sembrano quasi suggerire un approccio edonistico alla vita, volto a vivere il momento con spensieratezza. La danza, dunque, come emblema dell’insieme, della comunione, del legame quasi indissolubile, comportato da quelle mani che si stringono. Non sembra esserci intento tra i cinque di rompere quell’equilibrio che entra nell’occhio di chi li esamina da fuori. La forza potrebbe essere la chiave di lettura, oltre all’armonia.

 

Una crepa, nostalgia dell’oro capovolge l’intero significato poc’anzi riportato, o meglio trasmette la fatica di inseguire (malgrado tutto) il sogno di ristabilire una conciliazione, dopo una rottura. Un contrabbassista, inizialmente al centro del palcoscenico, pizzica note grevi, basse, sullo strumento che ricordano la terra e l’importanza del peso delle azioni, delle parole (forse quelle dette male, o forse quelle mancate?) mentre le due performer si muovono emulando un diapason come per accordarsi, come per trovare insieme, nonostante la loro distanza fisica perché collocate agli estremi del palcoscenico (una a destra l’altra a sinistra), un unico linguaggio, un unica nota da seguire. Quella nota, che però, non le porterà più all’unione.
Sono movimenti uguali quelli che compiono, ma distanti, scanditi nel tempo al fine che appaiano tentativi. Negli attimi in cui provano a riunirsi in un’unica essenza, non riescono. Vogliono abbracciarsi, come fosse un perdono, o la ricostruzione dopo un terremoto, e rimodellare il “nuovo”, l’inizio da infinite fragilità di rottura, momenti in cui corpi e terra non riescono a reggere. Ed è esattamente in queste situazioni, nonostante la rigidità delle braccia delle due donne in scena, che viene da ricordare proprio La danza, come “emblema dell’insieme, della comunione, del legame quasi indissolubile” ma impossibile da realizzare, di nuovo.

 

È come se due di quei cinque ballerini di Matisse fossero usciti dalla tela, avessero rotto un equilibrio e cercassero di rimpossessarsi di questo. Ad accentuare il tutto è Matteo Bortone che lascia il centro e continua a suonare note grevi con il suo contrabbaso, come un reporter di guerra segue, con la videocamere per documentare la tragedia, l’accaduto. È il suono del diapason iniziale, poi modulato, scandito, sincopato, paradossalmente poco armonico che non restituisce grazia, armonia, ma trasmette soltanto consapevolezza di fine. Sono toni alti che governano i movimenti delle danzatrici in scena. Perché proprio la scelta del contrabbasso? Lo strumento in questione restituisce il suono primordiale e le corde della terra, una superficie divisa, una falda che a guardarla ricorda l’oro, la ricchezze che “c’era una volta”, appunto. Ma è un ricordo che vive dentro l’anima di ciascuna rottura nel per sempre.

Visto il 3 ottobre 2019 allo Spazio Zut! di Foligno

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