Recensioni, Teatro — 30/08/2021 at 13:34

Le recensioni di “Cura il futuro”: il progetto di alternanza scuola -lavoro

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RUMOR(S)CENA – ROVERETO – L’esperienza condotta con le studentesse e gli studenti del Liceo Rosmini di Rovereto ha permesso di approfondire insieme a Michele Comite (direttore artistico del Festival d’Arte dal Vivo e curatore della rassegna Cura il futuro) e Silvia Pontiggia, (docente di greco e latino al Liceo Rosmini di Rovereto), l’avvicinamento ad uno sguardo critico per poter esercitare la funzione di scrivere dopo aver assistito agli spettacoli teatrali.

Don Giovanni, l’incubo elegante

Don Giovanni è un personaggio certamente noto a tutti noi, poiché viene tuttora citato spesso nel parlato comune per indicare un uomo colmo di fascino ed abile nel sedurre le donne. Ne parla approfonditamente Michela Murgia, presentando la sua rivisitazione dell’opera originale di Wolfgang Amadeus Mozart, rivelando attraverso una riflessione sulla vicenda e sui suoi personaggi, quella che è la vera natura della celebre figura di Don Giovanni. Il personaggio concepito da Mozart è infatti estremamente diverso dall’accezione moderna attribuita alla sua figura, più vicina ad un uomo seducente e affascinante che ad un mascalzone bugiardo e dissoluto. Nel suo monologo la Murgia ripercorre l’intera vicenda narrata nell’opera, soffermandosi nell’approfondimento di ognuno degli stereotipi completamente diversi tra loro. Per rappresentare l’universo maschile troviamo infatti il protagonista Don Giovanni, un nobiluomo che inganna spudoratamente donne rispettabili con il solo fine di giacere con loro, l’umile servo Leporello, complice delle malefatte del suo padrone e Don Ottavio, un uomo serio e rispettabile, l’esatto opposto del protagonista. L’universo femminile è invece delineato da tre donne estremamente distanti tra loro: Donna Anna, fidanzata di Don Ottavio e come lui rispettosa dei valori morali, Donna Elvira, una giovane novizia perdutamente innamorata di Don Giovanni, dal quale viene costantemente beffata, e Zerlina, una fanciulla maliziosa che si atteggia in modo infantile e frivolo. Nel monologo l’intera storia è traslata in tempi moderni, permettendo una comprensione più profonda e vicina a noi della natura di ciascun personaggio, facilitata anche dall’accompagnamento musicale a fisarmonica, che riporta in vita il genio di Mozart e consente al pubblico di gustare le descrizioni in chiave musicale più significative. Seguendo il discorso, sapientemente curato e disteso, è inevitabile realizzare quanto ciascun personaggio, seppur concepito in un’epoca ormai lontana, si avvicini molto a persone reali e moderne, che certamente abbiamo tutti noi incontrato almeno una volta nella vita.

Teresa Turella

Visto a Palazzo Taddei di Ala

Nubivago: Equilibrio dinamico

Il giorno 29 giugno 2021 il centro servizi santa Chiara ha messo in scena uno spettacolo di danza intitolato “Nubivago: equilibrio dinamico”. L’associazione sponsor è la cantina sociale di Ala, attiva dal 1959 e il maestro Zanella presenta lo spettacolo in quanto presidente dell’associazione santa Chiara. Lo spettacolo è suddiviso in tre atti preparati da coreografi internazionali fra cui una ragazza che ha presentato dopo il maestro Zanella. Il primo atto inizia con una voce fuori campo, successivamente inizia la musica e un ragazzo e una ragazza entrano in scena ed iniziano a ballare. Successivamente a loro si uniscono altre tre ragazze che ballano con loro facendo entrare lo spettatore in un universo parallelo grazie a quei passi così leggiadri e coinvolgenti. Poi due ragazze escono di scena e infine esce anche la terza ragazza lasciando spazio ai primi due ballerini.

Nel secondo atto entra una ragazza vestita di rosso e inizia a ballare senza musica con una luce che pende dall’alto, in seguito rientra il ragazzo e inizia la musica in modo che i due possano iniziare a ballare e con maestria danzano su quelle note continuando a lasciare lo spettatore in quel mondo parallelo di cui si parlava prima. Il secondo atto si conclude e inizia i terzo e ultimo atto in cui all’inizio entra una ragazza e inizia a ballare senza musica, poi entrano le altre due ragazze e il ragazzo e infine entra anche l’ultima ragazza. Inizia la musica e iniziano a ballare tutti insieme con un’intesa spettacolare che anche chi non è esperto di danza contemporanea poteva notare. È stata un’esperienza diversa dai normali spettacoli, non c’era voce ma solo musica e passi di danza, ma posso assicurare che questi hanno parlato molto. Vale la pena andare a vederlo anche se non si è particolarmente informati sulla danza perché questo spettacolo permette di avvicinarvisi senza la pretesa di capire tutto o di valutare la tecnica ma l’obiettivo è semplicemente quello di far trasportare lo spettatore dai ballerini e dai loro passi e movimenti.   

Valentina Bonazza 

PALOMA

Sebbene in quest’opera la tematica principale sia la morte molti altri argomenti si dipanano lungo il suo svolgimento. È  uno spettacolo evocativo che lascia ampio spazio all’interpretazione dello spettatore, sia i personaggi che interagiscono sul palco che quelli evocati possono essere percepiti in modo diverso da ogni singolo astante. Paloma è resa in modo magistrale dalla sua creatrice-attrice. Questa donnina anziana dolcissima e furba vuole sfuggire al tempo tiranno rappresentato dai suoni di una fisarmonica martellante e dall’ inesorabile metronomo che scandisce il passare del tempo. L’anziana si porta appresso un bagaglio importante di ricordi oggetti e sentimenti racchiusi in una serie di valigie che apre singolarmente di volta in volta riportando alla luce un mondo ormai perduto e da cui fa fatica a staccarsi. La resa di questo dramma interiore è  favorita dalla presenza di soli tre personaggi e da una scarna scenografia e come già detto dall’ampia possibilità di interpretazione da parte dello spettatore, la drammaturgia permette all’astante di stabilire un preciso e personale rapporto con Paloma e il suo mondo. Da sottolineare le motivazioni che hanno spinto l’autore a scegliere la lingua spagnola per la maggior parte delle battute. La grazia e la fragilità di questa vecchina sostenute per tutta la durata dello spettacolo materialmente dall’attrice si mostrano al pubblico soprattutto in alcuni particolari episodi. Un viaggio fatto di emozioni e ricordi trattenuti fino all’ultimo respiro.

Damiano Felis

Paloma

DON GIOVANNI, L’INCUBO ELEGANTE

Michela Murgia

Lo spettacolo “Don Giovanni, l’incubo elegante” di Michela Murgia è allo stesso tempo piacevole, divertente, intrigante e attuale. Don Giovanni, un personaggio che assume sembianze e comportamenti quasi grotteschi, un uomo che rappresenta quello che è il pregiudizio di cui sono vittima gli uomini: egli ha infatti questo vizio di “collezionare” i nomi delle donne che riesce a portarsi a letto. Intorno a lui si articolano le vicende dei personaggi con cui viene a contatto, anche loro rappresentanti di luoghi comuni. La Murgia in questo spettacolo smonta pregiudizi ancora moderni e il “tutti sono così” sia per uomini che per donne, mettendo a nudo quella che è la difficoltà a volte nel comunicare. I temi sono stati affrontati in modo chiaro e diretto, ma sempre con un tono e una terminologia leggera e piacevole. La musica ha poi svolto un ruolo determinante : il musicista Giancarlo Palena ha eseguito le melodie alla fisarmonica con una bravura eccezionale e, cosa che mi ha piacevolmente colpito, con una grandissima espressività.  L’unico imprevisto accaduto  è avvenuto poiché alcuni fogli sul leggio non erano stati sistemati correttamente, ma la bravura della Murgia, il fatto che fosse completamente a suo agio sul palco e l’intesa con Giancarlo Palena, hanno alleggerito il momento.

Alessia Canzoneri 

PALOMA

Paloma, messo in scena dalla compagnia Factory all’interno della rassegna teatrale di spettacoli per bambini Cura il futuro, è a mio parere uno spettacolo da vedere, soprattutto per la tecnica utilizzata. In scena solamente un’attrice che mette in vita un pupazzo di una vecchina accompagnata da un musicista. Lo spettacolo comincia con il suono della fisarmonica e la vecchina che emerge dal lato del palco spingendo delle valigie borbottando. Mi ha meravigliato la bravura dell’attrice nel fare la voce della vecchina senza muovere la bocca, ma soprattutto nel muovere la testa e la mano del pupazzo tanto da farlo veramente sembrare vivo. Lo spettacolo si delinea attraverso la consequenziale apertura delle varie valigie sprofondando nei ricordi della vecchina che sta cercando suo figlio o suo nipote continuando a chiamarlo. A fare da accompagnamento continua il suono della fisarmonica su cui l’attrice intona delle canzoni in spagnolo che mi hanno veramente colpito e affascinato, permettendomi di immergermi nelle note e nelle tradizioni messicane. Le luci tenui creavano un’atmosfera quasi magica che venivano talvolta aumentate dalla luce che fuoriusciva dalle valigie aprendo ogni volta un nuovo mondo. Da una cucina a un televisore con foto ricordo a un carillon con due innamorati, la vecchina ripercorreva tutta la sua lunga vita raccontandola al musicista. Mi ha colpito particolarmente la relazione instaurata tra l’attrice e il suo pupazzo: ogni tanto la vecchina chiedeva aiuto alla sua creatrice per fare certe cose e prontamente l’attrice cambiava tono di voce e la aiutava, un po’ come se fosse lei da giovane oppure la sua anima. Il pupazzo poi era stato costruito con una precisione strabiliante sia per i costumi che si intrecciavano con quelli dell’attrice sia per le parti rigide come la testa e le braccia che venivano mosse dalle mani dell’attrice.

Alisia Aurora Calzà

Visto, causa maltempo, all’auditorium di Mori (TN) il 7 giugno 2021.

LA LEGGENDA DI COLAPESCE

La terza data prevista all’interno della rassegna di Mori, Cura il futuro di spettacoli per bambini, ha visto protagonista la Cooperativa teatrale Prometeo che ha messo in scena La leggenda di Colapesce. Si è trattato di uno spettacolo che personalmente nel complesso ho trovato poco coinvolgente. A partire dagli attori che secondo me non sono stati in grado di calarsi efficacemente nei vari personaggi, aspetto poi chiarito meglio parlando con gli attori stessi, che mi hanno spiegato le difficoltà riscontrate nel dare vita a molti personaggi in soli due attori quando lo spettacolo ne prevedeva quattro. In secondo luogo la drammaturgia dello spettacolo non mi è sembrata così ben scritta in quanto mi risultava difficile comprendere l’andamento della storia quasi percependo dei buchi di trama, soprattutto nel finale. Un altro aspetto che ho notato è il fatto che è uno spettacolo che vedrei più adatto ai bambini della scuola materna piuttosto che delle elementari. Anche i costumi, che sembravano molto ricercati e dettagliati, non mi hanno colpito particolarmente, e anzi forse avrei preferito vederne di più semplici ma che si distinguevano per un dettaglio fondamentale. L’uso dello spazio e del corpo è stato molto ridotto: i due attori erano sempre posizionati ai lati della scenografia ed erano pressoché fermi, gli unici movimenti erano quelli di piccole figure nere che prendevano vita dietro a degli schermi. La bravura dell’attrice è stata nella prontezza, quando si è alzato il vento, di sostenere la scenografia in modo tale che non cadesse: si è destreggiata con grande abilità e lo spettacolo è continuato senza problemi. Inoltre mi sono resa conto della grande empatia che è riuscita a trasmettere al giovane pubblico, che invece non ho percepito nell’attore, molto più distaccato e meno presente sulla scena. D’altra parte però il tema, ovvero la leggenda siciliana, si prestava molto bene ad essere messo in scena e l’idea di giocare con le ombre e far muovere i personaggi nell’acqua facendoli nuotare mi è sembrata una tecnica molto interessante che non avevo mai visto usata in nessun altro spettacolo.

La leggenda di Colapesce

Alisia Aurora Calzà

Visto all’ex scuola primaria di Valle San Felice il 21 giugno 2021.

PALOMA

Lo spettacolo Paloma messo in scena lo scorso 7 giugno dalla compagnia leccese Factory è stato emozionante e coinvolgente. Ha saputo catturare l’attenzione dei giovanissimi spettatori dell’auditorium di Mori suscitando la loro curiosità riguardo un tema forte come quello della morte. Lo spettacolo esordisce con l’entrata in scena di Paloma, il pupazzo animato di una spigliata anziana che faticosamente spinge una serie di valigie impilate. Ad attenderla sul palco un misterioso uomo vestito di bianco. Paloma cerca qualcosa, o meglio qualcuno: Alfonso. Una valigia dopo l’altra, la signora, attraverso brani musicali ispanici, si immerge nei ricordi di una passata vita felice, ma ogni volta che si gode le dolcezze della memoria l’uomo misterioso la interrompe, facendo aumentare il ritmo del metronomo posto al suo fianco: il tempo stringe. Una musica in crescendo sancisce l’aumentare della tensione nel cuore della protagonista. Aperto anche l’ultimo bagaglio Paloma riesce a riappacificare il suo animo tormentato, trovando finalmente il suo Alfonso.

L’interpretazione è stata eccellente; sebbene sul palco si trovassero solo due attori, i personaggi erano tre e spesso ci si dimenticava che Paloma fosse un oggetto inanimato. Assolutamente pertinente e coinvolgente la scelta dell’accompagnamento musicale. Durante l’intero spettacolo i protagonisti non hanno mai parlato, ma il dialogo tra la musica e il silenzio è stato più efficace di mille parole. La Compagnia è stata in grado di affrontare in modo originale un tema che in genere si tende a non trattare con i più giovani, senza però banalizzarlo e andando a toccare anche questioni riguardanti la morte che di primo acchito mi sono sembrate quasi eccessivamente oscure considerata l’età degli spettatori, ma che alla fine gli attori hanno saputo spiegare e presentare con abile tatto. Lo spazio dedicato alle spiegazioni che è stato lasciato alla fine è risultato complementare allo spettacolo e ha chiarito gli inevitabili dubbi nati tra i ragazzi. Nonostante ciò però, oltre che a dare risposte, gli attori hanno lasciato agli spettatori delle domande irrisolte che hanno fornito degli spunti di riflessione molto rilevanti e significativi, tanto per i piccini quanto per i più grandi.

Maddalena Zucchelli

PALOMA

“Paloma”, oltre a essere una gioia per gli occhi e per le orecchie, è un viaggio nel passato che parla di amore. La compagnia factory porta sul palco qualcosa di unico: una regia che sa cullare lo spettatore e schiaffeggiarlo un istante dopo, ma soprattutto un’ambientazione che ha dell’incredibile. Paloma è la storia di un’anziana signora messicana (portata in scena grazie a un pupazzo in dimensioni reali) che cantando rammenta alcuni frammenti del suo passato e ripercorre la sua vita ricordo dopo ricordo. La struttura è quella di un viaggio in cui ciascun ricordo (metaforicamente all’interno di una valigia) è una tappa e il tempo fa da accompagnatore. Non stiamo parlando però di una narrazione statica e ripetitiva ma di un vero e proprio rollercoaster emozionale.

Il musicista Rocco Nigro, munito di fisarmonica e metronomo, impersonifica il tempo mentre l’attrice Michela Marazzi da vita alla voce e al corpo del pupazzo. In realtà tutto quanto sul palco sembra avere un’anima, dagli elementi di scena semplici ma dettagliati (quasi Burtoniani come stile), ai costumi e alle luci. Persino la scelta delle canzoni e la delicatezza delle coreografie contribuiscono a regalare allo spettatore una magia unica, dolce e fragile allo stesso tempo. I movimenti dell’attrice e del pupazzo non fanno eccezione e sanno rendere questo effetto di incertezza grazie a un’attenzione estrema nella gestualità. Senza scadere nella rigorosa perfezione formale, la capacità è quella di “sporcare” il movimento. Lievi tremolii, indecisioni appena accennate e un pizzico di goffaggine aiutano ad animare il pezzo forte di quest’opera: l’atmosfera. Una direzione artistica in grado di abbinare in modo davvero equilibrato la cultura messicana (della quale è intriso anche il messaggio finale) e un pizzico di astrazione che eleva la storia e la salva, per così dire, dal provincialismo.

Solitamente, quando assisto a un’opera tanto ben articolata, tendo a non avanzare critiche troppo specifiche, soprattutto nel caso in cui non abbia potuto godere di una seconda visione. Nonostante ciò, avuto l’impressione che in determinati frangenti l’ambiguità e la poca chiarezza riguardo alcuni personaggi e dinamiche fossero degli impedimenti. Alcuni punti erano permeati da un alone di mistero che spesso mi ha fatto interrogare troppo ed emozionare poco. Mi è capitato più di una volta di chiedermi chi fosse di preciso un personaggio e di distrarmi dalla scena, peccato per uno spettacolo che avrebbe potuto farmi piangere con molta più facilità. Al netto di questo piccolo appunto, lo spettacolo Paloma è promosso a pieni voti; una storia in grado di trattare il tema dell’amore con grande sapienza e passione in tutte le sue sfaccettature: un amore per il passato che diventa amore per il tempo e per la vita e che inaspettatamente si tramuta in amore per la morte, come nella tanto lontana quanto affascinante tradizione messicana.

Sergio Sartori

LA LEGGENDA DI COLAPESCE

Colapesce ci insegna che a teatro “tanto” non è sinonimo di “bello”. “La leggenda di Colapesce” non è un’opera vuota, ma è un’opera che non arriva; Uno spettacolo che viaggia tra la mediocrità e lo squallore per quanto riguarda la forma, piuttosto sconclusionato se parliamo di contenuto. La produzione della cooperativa teatrale Prometeo ha avuto l’ambizione di realizzare uno spettacolo per bambini, ricco di personaggi, canzoni e proiezioni video nel quale due soli performer cantano, ballano e recitano una riproposta leggenda siciliana. Marco Rampello e Alice Ravagnani però mettono in scena una trama che straborda di azioni rendendo la narrazione frettolosa e superficiale. Nessuno degli snodi principali riceve i minuti che merita e le scelte dei personaggi non sono minimamente motivate.

Il protagonista di questo susseguirsi di avventure è un abilissimo nuotatore di nome Colapesce che viaggia per il mare uccidendo mostri e salvando città. Il problema è che ogni sfida viene soltanto accennata, risolta in maniera sbrigativa e subito dimenticata, impedendo allo spettatore di “entrare nell’azione” e provare un minimo di empatia. Senz’altro lodevole la volontà di sperimentare con l’utilizzo di giochi d’ombra per raccontare in maniera alternativa alcuni tratti del racconto; rappresentazioni inaspettatamente non rovinate dalla serata all’aperto ma dal loro posizionamento, decisamente troppo in basso e che mi ha costretto ad alzarmi dalla sedia.

Per non parlare della regia dei movimenti e delle coreografie, nelle quali improvvisazione e imprecisione la fanno da padrone; molti gesti sono soltanto accennati, quasi come se decisi al momento dagli attori e non frutto di un vero e proprio studio. Altro elemento che ammazza la chiarezza della narrazione sono i costumi. L’abbigliamento mi ha fatto scambiare un vecchio marinaio per un fan del punk e quando si tratta di alcuni personaggi addirittura cambia col passare delle scene: c’è una sirena che prima è vestita in un modo e poi in un altro senza che questo cambiamento sia in alcun modo motivato.

Non che una componente attoriale di alto livello avrebbe salvato lo spettacolo, ma di certo non aiuta sentire sempre lo stesso timbro per tre personaggi diversi, per di più in uno spettacolo per bambini nel quale è necessario lavorare sugli estremi in quanto a modulazione della voce. E infine le canzoni: non pretendevo un musical firmato Disney ma almeno un testo con delle frasi di senso compiuto sarebbe stato gradito. E invece mi è toccato ascoltare dei limbo interminabili e cantati con un tono basso e francamente insicuro. Il mio consiglio è quello di lavorare su qualcosa di più semplice, a partire dalla trama, e di farlo con più calma e cura: avrei infinitamente preferito uno spettacolo che fosse durato la metà, ma che almeno avesse avuto qualcosa da lasciarmi.

Sergio Sartori

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