recensioni — 30/08/2018 23:15

Empire: dove le storie di vita superano ogni “confine”

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RUMOR(S)CENA – FESTIVALDELLECOLLINETORINESI – TORINO – In una Italia in cui si decide di “chiudere i porti” e impedire alle navi di attraccare con a bordo uomini, donne e bambini, salvati o raccolti in mare, assistere a teatro ad uno spettacolo come “Empire” , determina una serie di riflessioni necessarie – quanto indispensabili – , al fine di affrontare un’emergenza grave e duratura qual’è la condizione dell’emigrazione di popolazioni che giungono da stati in affanno per fame, guerra, e situazioni geo politiche conflittuali. Possiamo chiamarli clandestini, emigrati, rifugiati, ma la questione non cambia: c’è un universo del benessere chiamato Europa che attira sempre più chi vede una via di fuga dalla povertà e dallo sfruttamento secolare chiamato Africa.

Da una parte un continente restio ad affrontare seriamente le  politiche sull’emigrazione,  divise e frammentate tra stati appartenenti alla Comunità Europea, dall’altra un flusso inarrestabile di esseri umani spinti dal miraggio di trovare una vita dignitosa là dove i problemi sociali ed economici sembrano diventare vere e proprie emergenze. Eravamo conquistatori e ora veniamo “conquistati”, come a molti italiani fa dire una politica che ama fare propaganda per esasperare gli animi di chi si sente “invaso”, anche se va segnalato un malessere diffuso tra la popolazione, sintomo di un disagio su cui converrebbe riflettere e cercare di trovare delle soluzioni condivise che siano capaci di includere e non di respingere a priori. Occasione preziosa per entrare nel merito del problema è stata la visione a teatro di Empire, ideato e diretto dal regista Milo Rau visto al Festival delle Colline Torinesi nel mese di giugno scorso. Il compimento della Trilogia dedicata all’Europa che vede il risultato finale di un lungo e approfondito percorso dedicato ai rifugiati costretti a lasciare le proprie case per sfuggire da guerre, torture e sofferenze, subite nei loro paesi d’origine. Quello che verrà raccontato tramite modalità autobiografiche narrate davanti ad una videocamera che rilancia le immagini sullo schermo viene contestualizzato da una scenografia imponente che rappresenta una facciata di un edificio aperto come se fosse stato colpito dal bombardamento, con le stanze e i loro suppellettili in vista.

 

In un continuo intersecarsi tra storie che si incrociano,  Empire permette alle singole coscienze di interrogarsi e lo fa tramite una creazione artistica capace di sviscerare le dinamiche originarie alla base di una profonda crisi di valori che ha colpito l’intera Europa. Entrano con molta discrezione sulla scena, come se la loro presenza avvenisse in privato, dentro una casa, in cui noi spettatori risultiamo degli intrusi (e forse è quanto Milo Rau ha scelto di fare per far risaltare la narrazione autobiografica dei protagonisti, non attori che recitano un ruolo ma se stessi), e la sensazione provata è quella di essere degli intrusi: una dimensione opposta a quanto accade nella realtà: noi siamo i legittimi abitanti della nazione in cui viviamo, gli altri, gli stranieri ovvero i profughi rifugiati che tentano di arrivare, sono gli estranei, i clandestini da rimpatriare e fermare ancor prima del loro arrivo. Ramo Ali, Akillas Karazissis, Maia Morgenstern e Rami Khalaf si alternano davanti alla videocamera che li riprende e li fa conoscere attraverso storie di vita intessute di ricordi, nostalgie per la madre patria, il dolore per aver lasciato (in alcuni casi) i loro parenti. Le culture identitarie di cui si sono nutriti. Ognuno di loro parla nella sua lingua madre, il kurdo, il greco, l’arabo, il rumeno. Apparentemente sono distanti tra di loro ma per un ordine delle cose non preordinato ma quasi fosse casuale nel suo intreccio drammaturgico, nasce e si evolve una costruzione – narrazione che assume sempre più una disamina storiografica generale allargata a tutta la realtà europea. Una disamina attenta che entra in punta di piedi ma con determinazione analitica e sociologica nelle contraddizioni sempre più deflagranti che stanno emergendo. Le storie di ognuno confluiscono nella somma di elementi costitutivi della Storia: una sorta di fotografia scattata con gli occhi di chi sa sviscerare oltre le apparenze e le deformazioni mediatiche che ci raccontano una verità manipolata e distorta.

 

 

Empire affronta l’argomento con un incedere all’inizio quasi minimalista, pudico nel suo raccontare frammenti di vita che sono testimonianze reali e vissute; di chi ha qualcosa da raccontare al di là della semplice descrizione di una scelta di vita che cambia radicalmente la propria esistenza. Come quella di Anton Lukas di origini siriane. Un’odissea che si svolge nel suo peregrinare che lo porta ad emigrare per poi farsi catturare dalla nostalgia per la casa paterna. Esodo e rimpatrio si alternano e fanno pensare a quanto sia importante per ognuno di noi preservare la propria matrice originaria, gli affetti, l’appartenenza ad una terra dove non si nasce a caso. Abbandonarla è sempre una perdita di una parte di sé , un sradicamento delle proprie radici che lasciano il segno di una ferita inguaribile. Ascoltare le storie dei quattro rifugiati (integrati con successo nelle nazioni d’adozione ma sempre rappresentative di una scelta sofferta e obbligata) crea un’atmosfera di raccoglimento intorno alla stanza che li accoglie e si offre a noi nel suo arredo casalingo. Una cura scenografica voluta per farne un luogo di confessione che arriva alla platea senza mai cedere a facili cadute retoriche o apologiche sempre a rischio quando si affrontano argomenti come quello dell’immigrazione. Milo Rau affida ai quattro attori (che raccontano le loro storie reali e sono attori professionisti) il compito di testimoniare attraverso la cronaca quanto è accaduto nelle loro vite: un’indagine capace di affrontare un ragionamento equilibrato e convincente (lo spettacolo è prodotto dall’International Institute of Political Murder) e mette a confronto il benessere di popoli a cui non è stata privata la propria libertà e determinazione e chi ha subito la ferocia delle dittature e regimi totalitari. I monologhi avvengono sempre da seduti intorno al tavolo della cucina e si dividono alternando le presenza dei quattro in scena tramite dei capitoli narrativi che portano come titoli: Teoria delle origini, Esilio, Ballata dell’uomo comune, Sul lutto, e Ritorno a casa. Il racconto è ascolto, non solo per chi assiste alla rappresentazione ma anche da parte di tutti e quattro i protagonisti che si alternano nella narrazione; e a loro volta diventano uditori privilegiati tanto che le loro testimonianze, proiettate sullo schermo, assumono un valore diverso dalla consuetudine di recitare in palcoscenico.

Una sorta di sdoppiamento per esaltare la loro presenza – testimonianza che non alimenta la finzione del teatro come rappresentazione fine a se stessa, pur presente come nel caso di Maia Morgenstern quando recita un monologo dalla tragedia greca di Medea – intermezzo a supporto della sua personale e tormentata vicenda di madre. La vita che si tramuta in teatro e viceversa abbattendo il confine tra finzione e realtà, sembra dirci il regista, convogliando le biografie di ciascuno in una metaforica dimensione altra, agganciata però indissolubilmente ad una lucida e razionale argomentazione capace di includere ogni moto dell’animo, passione, aspirazione, nascita e morte, gioia e dolore. Le loro storie si intrecciano con le esperienze attoriali artistiche svolte nel corso della loro carriera. Milo Rau ci chiede di confrontarci con una realtà filtrata abitualmente dai media da farcela vivere come distante anni luce dalle nostre vite. Bastano poche immagini girate da Ramo Ali nel documentare la tomba del padre o le sequenze impressionanti che ci costringono ad emozionarci alla vista delle torture subite dagli oppositori del regime del siriano Bashar Hafiz al- Assad. I visi delle vittime sottoposte a indicibili sevizie ci riportano immediatamente alla cruda realtà da cui tendiamo tutti a fuggire. Siamo tutti chiamati a condividere senza erigersi a considerarci migliori degli altri. Empire non fa distinzioni e forse il messaggio che ne possiamo trarre è quello di cercare di capire cosa accade nel mondo dove esistono popoli a cui viene tolta la dignità di esseri umani privati di tutto. Non tutti hanno potuto ricostruirsi un futuro migliore come nel caso dei quattro attori e testimoni. Al di là del mare c’è chi soffre per fame e povertà e noi europei ne siamo corresponsabili. Lo sfruttamento delle loro risorse ha impoverito interi popoli e ora guardiamo a loro come una minaccia del nostro benessere e agio.

 

 

Visto al Festival delle Colline Torinesi il 17 giugno 2018

EMPIRE
concept, testo e regia Milo Rau
testo e performance Ramo Ali, Akillas Karazissis, Rami Khalaf, Maia Morgenstern
drammaturgia e ricerca Stefan Bläske, Mirjam Knapp
scenografia e costumi Anton Lukas
video Marc Stephan
musiche Eleni Karaindrou

produzione di IIPM – International Institute of Political Murder
in cooperazione con Zürcher Theater Spektakel, Schaubühne am Lehniner Platz Berlin e steirischer herbst festival Graz
Sostegno The Senate Administration for Culture and Europe in Berlin, Capital Culture Fund Berlin, Pro Helvetia and Migros Cultural Center
e il supporto di Cultural promotion Canton St. Gallen e Schauspielhaus Graz

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