recensioni — 30/04/2016 10:55

L’assurdo della vita durante un “aperitivo” che ci interroga

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teatro montecosaroMONTECOSARO (Macerata) – Esiste un’Italia che merita di essere valorizzata, riscoperta, visitata, e quando un’istituzione, un’associazione culturale si prodiga per diffondere e promuovere con intenti condivisibili a tutti, è dovere di chi scrive darne testimonianza diretta, senza omettere a priori il contesto territoriale, le istituzioni demandate a incentivare risorse locali e finanziare artisti che vivono e lavorano (a fatica) in luoghi spesso marginali e periferici, rispetto alle realtà urbane di rilievo nazionale. Capita poi di ritrovarsi in un borgo tra i più belli e caratteristici , in una regione che vanta un numero considerevole di teatri storici, circa un centinaio gestiti in gran parte dall’Amat, di cui fanno parte anche anfiteatri e teatri all’italiana attivi. Sauza e Urbisaglia, il Teatro Persiani di Recanati, Osimo, Le Muse di Ancona, il Pergolesi di Jesi. Un patrimonio storico culturale da conservare e difendere, e soprattutto da frequentare. Uno di questi è anche il piccolo quanto prezioso Teatro delle Logge di Montecosaro, borgo suggestivo sulle colline che sovrastano Civitanova Marche. In questo minuscolo comune dove si percepisce una qualità di vita che conserva sia un’architettura d’epoca quanto la volontà di offrire una cultura trasversale, si viene a conoscenza di come un’amministrazione è stata capace di valorizzare risorse e persone, magari non native ma adottate per il loro impegno e la passione dimostrata. È qui che l’Associazione Franco ha trovato terreno fertile, grazie all’assessore alla cultura del Comune di Montecosaro Marco Cingolani, convinto sostenitore della rassegna teatrale denominata Scena Franca fondata nel 2014. Oscar Genovese, Roberto Marinelli, Romina Antonelli, Manuel Coccia, Caterina Trucchia ne fanno parte e sono anche i protagonisti de L’aperitivo, messo in scena nel mese di marzo, titolo incluso nella rassegna. Lo spettacolo era già stato presentato a Game 2015 come corto teatrale, e andato in scena al termine della residenza artistica “Cantiere aperto per l’Aperitivo”, promossa da Amat, CMT, Regione Marche e MiBact.

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Benvenuti, questo non è uno spettacolo. Essi non sono attori e voi non siete pubblico. Non si racconterà nessuna storia. Non ci saranno battute. Vi chiediamo solo di respirare. Lo fate da sempre. Tuttavia per noi è un grande risultato. Respirare è giudicare. È forse falso dire che il vivere è perpetua scelta, ma riuscite a immaginare una vita priva di qualsiasi scelta?” Inizia con questo interrogativo esistenziale la pièce teatrale “L’Aperitivo”, liberamente ispirata, o forse è più coretto dire, pensata come omaggio ad Albert Camus 

Bisogna che accada qualcosa. Anche la servitù senza amore, anche la guerra, o la morte. (…) L’uomo è fatto così, caro signore, ha due facce: non può amare senza amarsi. Osservi i suoi vicini, se per combinazione sopravviene un decesso nel casamento: dormivano la loro vita mediocre, ed ecco per esempio che muore il portinaio. Subito si svegliano, si dimenano, si informano, si impietosiscono. Sta per uscire un morto, e finalmente lo spettacolo incomincia. Hanno bisogno della tragedia, che vuole, è la loro piccola trascendenza, il loro aperitivo”. Un passo tratto dal romanzo “La caduta” di Camus del 1956 in cui il protagonista e narratore è l’emblema dell’uomo che vive nell’assurdo, la categoria scelta dallo scrittore francese per analizzare la condizione umana. L’uomo che si lascia andare alla rassegnazione, ad una vita dove tutto risulta assurdo, incapace di reagire; suscitando una sorta di coazione a ripetere di azioni prive di significato. Un vivere malsano incapace di distaccarsi da un sentimento cronico di ansia ed estraneità che lo insegue senza tregua.
Sulla scena tutto avviene in un salotto dove si consuma il rito dell’aperitivo, rito “post mortem” per onorare la scomparsa di un uomo. La morte è il perno su cui ruotano intorno i dialoghi di due donne e due uomini, riunitisi dopo il funerale. Il nodo del passato individuale e collettivo arriva al conclusivo momento di scioglimento: i quattro personaggi affrontano la consapevolezza del presente e la scelta per il futuro, dove domina un tema ricorrente: l’assenza di chi e cosa legava i protagonisti in gioventù. Tutti e quattro conoscevano bene il defunto tanto da rievocarlo in una sorta di dialogo psicoanalitico in cui emergeranno progressivamente ricordi, vissuti, pensieri, sentimenti, anche drammatici, irrisolti, in cui ognuno si ritrova invischiato. Una sorta di confessionale di gruppo mentre viene servito del vino, e si sa che il detto “in vino veritas”, stimola il bisogno di confessare segreti con effetti indesiderati. Il morto era una persona molto nota a tutti, un uomo di legge di professione magistrato. Si incrociano i ricordi, le loro vite vuote o banali, vissute e sperdute a causa di quel strano malessere, condizione inevitabile che porta l’essere umano a cedere alla rassegnazione, o come in alcuni di loro, alla finzione dei sentimenti: “ Il gusto della verità ad ogni costo è una passione che non risparmia nulla e a cui nulla resiste.

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Un vizio, un conforto, talvolta un egoismo. Promettiamo di essere sinceri e mentiamo meglio che si può. Ci confessiamo con chi ci somiglia, e condividiamo le nostre debolezze. Non desideriamo essere migliori, vogliamo essere accompagnati e compianti nel nostro percorso”. Colpisce questa voce fuori scena: è simile alla nostra, la più profonda, quella della coscienza che ci dice come siamo fatti, fragili e insicuri, uomini e donne alla ricerca di un senso, di un’affermazione che non arriva mai. La recitazione dei quattro interpreti è modulata su queste dinamiche esistenziali e viene gestita dal regista Oscar Genovese al fine di confrontarsi tra di loro, in dialoghi apparentemente senza un significato; ma è proprio in questo che si percepisce il loro malessere. Amori falliti ad un passo dal matrimonio sull’altare. Piccole manie ossessive come quella di non voler portare l’orologio al polso, o di spegnere in continuazione le luci. Emergono dialoghi che sono simili a monologhi dove ognuno parla e si confessa e si rivolge a noi spettatori, parole sofferte, si riversano addosso a chi le esprime e ci raccontano di come una vita intera sia stata spesa a fatica, senza gioia, senza aver goduto. La paura della solitudine accompagnata da quella della paura di annoiarsi. La noia è o non è il male dell’uomo moderno? “Perché hanno tutti così paura di annoiarsi, di star soli? A me serve per pensare”: dice Roberto Marinelli, attore di ottima presenza scenica e forte carattere interpretativo, insieme a Romina Antonelli, Manuel Coccia, Caterina Trucchia, i quali si dimostrano un gruppo artistico molto affiatato e coeso. La paura di vivere, la paura di soccombere, la paura di non sapere cosa gli aspetta. L’uomo che è stato sepolto incombe sulle loro vite, li ha resi tutti più soli di prima. “Ma non possiamo un attimo però, no, stare in silenzio. È morto Pietro ragazzi ! (l’uomo di cui parlano dopo il suo funerale, ndr) Non c’è più!”, esclama Romina Antonelli. Tutti e quattro cercano disperatamente di affrontare un futuro che non conoscono e di cui temono. Come temono ancora il fantasma che aleggia in quel salotto dove scorre il vino come antidoto alla paura.

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La drammaturgia e la regia ci dicono che sia stato una persona carismatica e dominante, se non autoritaria: “Era capace di farti sentire una merda senza dire una parola” (…) “Però quando aveva voglia di parlare, logorroico. Non riuscivi a fermarlo”. Due facce della stessa persona. Ma chi era costui in realtà? Questo è l’interrogativo di fondo che emerge dalla rappresentazione e sarebbe interessante svilupparlo maggiormente per capire come e quanto abbia pesato e tutt’ora incida sulle vite dei quattro personaggi della storia. Un aperitivo che diventa un interrogativo che resta aperto e ci costringe tutti a chiederci cosa siamo e perché abbiamo scelto, a volte, di vivere, senza un ideale profondo, vero, duraturo. Una storia simile a tanti forse come quella che sentiamo provenire dal buio della scena: “ Dell’amore, della morte, dell’amicizia, della libertà.. Potrebbero parlare ancora, potremmo ascoltarli ancora. Ma la storia è altra, più grande, non riguarda solo loro, non riguarda solo voi, non è mai uguale a se stessa. Talvolta ciò che rimane è solo un’eco lontana, un tonfo, una risata. Ci si trova soli, girovagando per questo silenzio, liberi e soli, senza assistenza e senza scuse, condannati a decidere, ad essere liberi, senza appoggi di nessun genere. La storia cambia, ogni volta . Ma cosa cambia la storia?”.  Un teatro che interroga è un teatro che ci porta a riflettere, a chiederci di mettere sempre al centro della nostra esistenza, i fondamenti stessi della vita che ci appartiene. L’associazione Franco persegue con molta passione e costanza un progetto di lungo respiro, in una terra ricca di storia e cultura, segno di come si possa diffondere sul territorio considerato troppo spesso ai margini delle realtà urbane e artistiche consolidate e celebri, come luogo minore e apparentemente poco interessante. La scoperta di queste realtà dimostra il contrario.

teatro montecosaroL’Aperitivo
Con Romina Antonelli, Manuel Coccia, Roberto Marinelli e Caterina Trucchia,
Regia di Oscar Genovese
Visto al Teatro delle Logge di Montecosaro (MC) il 21 marzo 2016

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