Spettacoli — 30/01/2026 at 21:24

“Poveri Cristi”: dalla strada, in teatro e di nuovo nella strada.

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RUMOR(S)CENA – MILANO – Quando si scopre che il Teatro Carcano,  inaugurato a Milano nel 1803, ha visto, proprio davanti al suo ingresso affastellate le barricate delle cinque giornate meneghine, che è morto e risorto diverse volte nel corso del ‘900, allora sembra davvero lo scenario adatto ai racconti di “Poveri Cristi” di Ascanio Celestini.

Come nella sua cifra, Celestini, senza artefazioni, senza orpelli, si immedesima nei protagonisti delle sue interviste suburbane e li fa emergere, mantiene il colore dei racconti ma, più che teatralizzarli, procura loro un pubblico. È così che storie insignificanti per chiunque s’impongono all’attenzione e al ragionamento delle platee borghesi. Si ribaltano dunque una serie di convenzioni sociali: i fortunati prestano orecchio ai poveri cristi e devono interrogarsi sul perché quello che era un rumore di fondo, è, per una sera, un intrattenimento, ma di più, un’eredità che porteranno a loro volta fuori dal teatro.

Ascanio Celestini Ritratti Museo Pasolini crediti foto Chiara Pasqualini/MIP

Per spiegare questa sua empatia, questa missione sociale, Celestini racconta in molte interviste che tutto comincia con una vocazione all’antropologia, ma non tanto nell’indagine delle compagini sociali minori, bensì nello sguardo partecipante. E tutto comincia in cucina, quando da bambino ascoltava la nonna raccontare delle streghe e della zia fattucchiera: aneddoti che non gli erano offerti come favole, bensì come fatti. Quello che lui aggiunge a queste narrazioni è dare loro una dignità non domestica e un sottofondo dal vivo di fisarmonica (Gianluca Casadei).

 È questa maniera quella che lui chiama “l’antropologia delle cose vicine”. Non c’è dunque bisogno di andare lontano, di interessarsi alle terre remote, alle tribù primordiali, bastano le cronache dei poveri cristi, di passaggio o in sosta in un desolato posteggio della periferia romana, per servire al pubblico lo stupore di avere empatia con qualcuno lontano ma in senso sociale e che, casomai, chi si accomoda a teatro, non avrebbe mai pensato potesse avere qualcosa di interessante, divertente, commuovente, spregiudicato o saggio… nuovo in definitiva, da dargli in cambio di un posto numerato. Paradossalmente chi era solo un numero (di previdenza sociale? Nella logistica da negrieri delle società colossali delle consegne?), diventa protagonista, e chi “contava” nel foyer è solo una combinazione alfanumerica. E forse non solo per novanta minuti, dentro la scatola magica del teatro, ma nella coscienza di ognuno. E forse, a questo punto, nell’urgenza di passare letteralmente la parola: più che ri-raccontando, suggerendo lo spettacolo ad altri. Anzi, senza forse: il teatro è gremito e, a quanto pare, non fa eccezione questa replica e nemmeno questa stagione.

Uno spettacolo da vedere a teatro e poi riportare per strada, dove, per altro, ha avuto origine.

di e con Ascanio Celestini, musica Gianluca Casadei, suono Andrea Pesce, organizzazione Sara Severoni, produzione Fabbrica e Teatro Carcano, distribuzione a cura di Mismaonda, con il contributo di Regione Lazio

Visto al Teatro Carcano di Milano il 16 gennaio 2026

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