Festival(s), Teatro recensione — 28/11/2015 at 10:10

Coltivare ad Albenga la Cultura sui “Terreni Creativi”…

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ALBENGA (Savona) – “…ho visto cose che voi umani …”: a scriverlo è il direttore artistico del Festival Terreni Creativi di Albenga, Maurizio Sguotti. La copertina del programma del suo festival (tre giorni nel mese di agosto, intensi e ricchi di proposte artistiche ed enogastronomiche), ritrae un marziano in tuta argento tra fumi che salgono da un campo bruciato dalla sua navicella atterrata e giunta da chissà quale pianeta sconosciuto. Piombato sulle rive del Tirreno in Liguria, dove da sei anni, nella ridente località balneare/turistica di Albenga, si svolge una delle manifestazioni teatrali e musicali più originali di tutto il panorama nazionale. Gli spettacoli vengono allestiti nelle serre dove si coltivano piante aromatiche esportate in tutta Europa. Tra piante di rosmarino, salvia, timo, gli artisti si sono confrontati con un pubblico accorso numeroso tanto da decretare il tutto esaurito ogni sera. In un’estate dalle temperature africane, dove il caldo rendeva tutto più faticoso quanto impegnativo, la Compagnia teatrale Kronoteatro di Albenga (titolare dell’organizzazione del festival), non si è mai persa d’animo, portando a termine con grande soddisfazione di tutti l’edizione 2015. La motivazione non è stata inferiore alle passate edizioni, se pur in condizioni di gestione difficile, a causa di un finanziamento pubblico scarso e insufficiente per coprire tutte le spese di realizzazione.

Ho visto cose che voi umani… “ – tra queste anche un pensiero amaro: “ Perché continuare a investire forze e risorse nostre in questo evento mentre chi lo potrebbe o dovrebbe fare non ci sostiene? Non abbastanza almeno”. Rammarico e delusione si nota tra questi “marziani teatrali”, capaci, comunque, di non rassegnarsi e convinto di aver “..Visto cose e sentite altre” – tipo: “ Arriviamo sempre alla conclusione che è un peccato abbandonare (…) vista la grande affluenza, deludere gli spettatori (un Festival che in tre giorni richiama migliaia di persone, ndr) che ci seguono e visto che hai fatto una programmazione cercando di portare ad Albenga compagnie e artisti difficilmente visibili in Liguria (mai viste prima aggiungiamo noi, ndr) e ti dici che sarà l’ultima volta senza le risorse necessarie (al contrario la speranza è che non accada, l’auspicio per il 2016 è di veder confermato Terreni Creativi, ndr), e per concludere questo lungo preambolo: “Ho visto cose e ne ho immaginate altre” – è pubblicato nel programma di Terreni Creativi, affermando il proposito di portare a termine ciò che era stato ideato nonostante il “desolante deserto” e per “vedere e sentire cose che non potreste neanche immaginarvi, se non durante il Festival”.

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Le abbiamo viste e sentite tutte queste cose e quello che segue è un resoconto di tre giorni di passione, vivacità, organizzazione impeccabile da parte di una squadra di volenterosi guidati da Maurizio Sguotti, entusiasti e infaticabili. Anche questo può essere un valore aggiunto ai tanti meriti che riconosciamo: quello di offrire l’opportunità di vivere insieme un’esperienza di aggregazione sociale e culturale, manifestando adesione al progetto, perché è “l’unione che fa la forza”. Nonostante l’eseguità dei finanziamenti che le istituzioni pubbliche della Liguria e della città di Albenga, lesinano con cieca convinzione e poco orgoglio,  nel non capire di  avere a casa propria un evento di tale portata. Nei giorni del Festival, visitando la città, si potevano leggere annunci di manifestazioni estive pensate per il turismo balneare: dalle sagre gastronomiche ai concerti di musica leggera, gare sportive, attività ludiche ricreative delle più disparate. Capitava di trovarsi, quasi per caso, in mini gare e premiazioni di vallette e Miss…; nulla di male, niente di sbagliato. Non è un confronto con la Cultura e il Teatro, visto dall’alto al basso.

Anche nelle passate edizioni capitava (e restare interdetti) di verificare come nelle stesse sere del Festival,  in una piazza del borgo antico, avvenivano  concerti e manifestazioni, a carattere molto più fruibile e leggero –  ma responsabili di impedire parzialmente –  la possibilità di conoscere e apprezzare meglio Terreni Creativi, da parte di molti più turisti e residenti. Una caratteristica comune in molti luoghi d’Italia, dove sembra che nessuno sia profeta in patria. Specie chi porta il nome della sua città all’esterno e la rende visibile sui media nazionali. Non è un discorso elitario e di parte; è semplicemente una constatazione di come sia un peccato non trovare delle sinergie, delle collaborazioni, delle condivisioni tra chi opera per la Cultura teatrale (in senso stretto) e chi, invece, offre altre opportunità, disperdendo investimenti e risorse, senza capire che un Festival, come quello ad Albenga, ha una risonanza nazionale, mentre un singolo evento locale può avere solo una risonanza modesta  e un eco circoscritto.

(Due) Licia Lanera crediti di Paola Scarpa
(Due) Licia Lanera crediti di Paola Scarpa

Ma il Festival deve parlare al teatro e noi di conseguenza. Tra gli spettacoli visti, Licia Lanera e Riccardo Spagnulo delle Fibre Parallele, si dimostrano profondi conoscitori dell’animo umano, in quelle variabili e parabole ascendenti e discendenti, caratterizzate da comportamenti relazionali, affettivi, sociali, dei più disparati. Contradditori e perversi, carichi di emozioni e sentimenti, capaci di procure pene e sofferenze indicibili. Ascritti ad una gamma di comportamenti umani, spesso alienabili. La scena è algida, fredda, le luci asettiche. (Due) è il titolo di questa pièce, ambientato in una specie di set fotografico e dotato di microfoni, dove al centro troneggia una vasca da bagno. La protagonista indossa una divisa candida da infermiera (ma ptrebbe essere anche altro), dimostrando all’inizio un incedere, un portamento scanzonato, sottolineato dalla canzone “Cocktail d’amore”di Stefania Rotolo. La canzone attira in una trappola fatale, una tela del ragno che cattura la sua preda. L’atmosfera è apparentemente leggiadra. La simbolicità della figura femminile, il bianco che annulla tutto, tale da sembrare in grado di annullare tutto. Il distacco totale da quel calore che la parola sentimento d’amore avvicina, unisce, crea. Lei, la donna, ci sta dicendo che tutto questo c’era ma ora non esiste più. Lo fa con l’utilizzo di un microfono (per via dell’amplificazione in un luogo non teatrale, ma assurge, anche, a strumento per estraniarsi, per essere ancora più distaccata dal senso di realtà).

(Due) Licia Lanera crediti di Paola Scarpa
(Due) Licia Lanera crediti di Paola Scarpa

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Ora è solo un lungo lamento straziante e sincopato, scomposto, per volontà dall’interprete e autrice insieme a Riccardo Spagnulo della drammaturgia. Una storia, una relazione d’amore tra una donna e un uomo (come ce ne sono tante, infinite), finita. Come tante e per mille motivi. Questa volta però lui lascia lei: per un altro uomo. Iniziano a diventare ordinarie pure queste separazioni: uomini in crisi di identità di genere, contaminazioni e curiosità tra persone dello stesso sesso. In cerca di alternative affettive e sessuali. Qualcosa si è incrinato nei rapporti tra l’uomo e la donna. (Due) contiene i germi di un’indagine che coinvolge tutta un’umanità in crisi esistenziale, dove l’essere umano sprofonda nei meandri della sofferenza , dopo aver attraversato e vissuto vite parallele. Quelle della felicità, quelle appaganti e le frustranti, fino ad arrivare a commettere un omicidio per essere stati lasciati. Cronache nere sui quotidiani ne leggiamo ogni giorno, dedicate alle vittime di sesso femminile, per mani maschili. Donne colpevoli di aver deciso di lasciare il proprio marito o fidanzato, autori di abusi e violenze. Sul sito del Corriere della Sera (Corriere.it): “La 27 esima ora oltre alla violenza”, ovvero “La strage delle donne”, è stato pubblicato un lungo elenco di fotografie di tutte le donne uccise da famigliari, mariti, fidanzati, padri. Dal 2011 al 2014. Un mpressionante catalogo che fa capire come il femminicidio in Italia sia un fenomeno in costante ascesa.
La donna sulla scena racconta un’altra storia: sarà lei a “piantare il forchettone nel collo dell’amato, senza pietà alcuna”. Non l’amava più.

E l’aggravante è dato dalla scelta di scegliere un uomo, piuttosto che un’altra donna. Licia Lanera sceglie di raccontare con un’amara ironia, un sottile e perfido sarcasmo. Non passano emozioni, non c’è pathos, la sua pare una distaccata e lucida ammissione senza sentire sensi di colpa. Una confessione dove non passa il furore, la rabbia cieca, se non mediata da quell’asettica aurea che la circonda. La scelta drammaturgica, registica, e di conseguenza interpretativa, è il pretesto per affondare il bisturi nella piaga. Autobiografica? Catartica? O altro? Non c’è scampo in (Due), e a soccombere sarà anche a lei, alla fine. La lotta tra il Bene e il Male, tra la vita e la morte, si conclude con un gesto finale dove il bianco lascerà il posto al rosso del sangue che gocciolerà sulla scena. Una cascata di innocenti bolle di sapone si vanno a depositare sulla scena sporcata dal sangue, distillato da piccoli palloncini appesi, bucati dall’ago che lei, la carnefice e vittima, siglerà questa storia sdraiata dentro la vasca da bagno, divenuta il suo simulacro. Voce strozzata che porta all’annientamento finale. Il muto grido di chi ha perso se stesso nella sua follia. Il bianco sparisce per sempre. Ma era colpevole o innocente?

Collettivo Cinetico Amleto, crediti di Marco Davolio
Collettivo Cinetico Amleto, crediti di Marco Davolio

Dal candore della scena bianca, algida, al nero terrigno dell’Amleto del Collettivo Cinetico, dalle atmosfere apparentemente oscure per poi trasformarsi in un mirabolante gioco dove ignari spettatori vengono catapultati in scena, e trasformati in partecipanti di una specie di quiz o gara. L’Amleto shakeasperiano, diventa un pretesto per Francesca Pennini, in grado di inventarsi una sfida dai toni esilaranti e dissacranti, nella giusta misura, e in grado di divertire con intelligenza e maestria registica, oltre che recitativa. Coreografa di rango per essere stata capace, nel corso della sua carriera, di attraversare la scena con uno sguardo a trececentosessanta gradi, dove la danza si interseca con altri generi artistici più diversificati e modulati. Il suo lavoro sconfina spesso (e felicemente) anche nell’indagine sociologica e dei comportamenti umani. Ironico quanto preciso nel suo meccanismo ad orologeria, chiama quattro partecipanti (scelti attraverso un annuncio web) e li fa fare degli improbabili esercizi ginnici, che più strampalati e surreali di così non si potrebbe immaginare.

Collettivo Cinetico Amleto
Collettivo Cinetico Amleto

Li rende dei fantocci con dei sacchetti di carta in testa , per diventare dei partecipanti ad una sfida che fa tanto ricordare certi format televisivi dove i concorrenti si sfidano a colpi di domande. Da Mike Bongiorno in poi… Vengono guidati dalla regia (fuori scena) attraverso la voce della regista Francesca Pennini che invia istruzioni ai tre uomini in calza maglia, a torso nudo e mascherati, da sembrare quasi dei boia o degli energumeni da cui stare lontani, ma il pericolo viene evitato (sono legati a potenti elastici che impediscono di muoversi liberamente), e ai quattro attori improvvisati, per decidere e scegliere chi dovrà ricoprire il ruolo del principe di Danimarca con la fatidica frase “essere o non essere”. Dal dramma escono le istruzioni per l’uso attraverso otto azioni che diventano altrettante prove da superare e vincere. Aleggia un’atmosfera dark e la musica robante amplificata ai massimi livelli. Ogni azione viene destrutturata, smontata, dissacrata. Ogni azione in realtà è una non-azione, una parvenza, un tentativo, come per dire amleticamente che l’uomo è indeciso per natura. Impotente.

Significati che vengono mediati da una comicità sottile, raffinata, sapientemente dosata tra un divertimento puro e una teatralità che sa indagare fenomeni di costume e società. Costruito su un canovaccio ideato a tavolino, lo spettacolo ogni replica si trasforma, prende vita a seconda dei partecipanti e del pubblico chiamato ad interagire. Amleto si complica, si smonta e si rimonta, entrano in gioco dinamiche capaci di travolgere e improvvisare. I candidati devono recitare un copione su cui si sono preparati ma l’estemporaneità, la guida dal palco dei performer e dalla regia, determina un effetto estraniante e sempre più surreale. Il divertimento contagia tutti e il clima è quello di una festa ludica dove i coinfini tra scena e platea vengono automaticamente anullati. Un progetto di grande spessore artistico. Il regolamento per partecipare prevedeva un manuale di istruzioni inviato due settimane prima della partecipazione. I candidati:“attori, dilettanti, malcapitati, timidi intellettuali, parrucchieri, esibizionisti, annoiati, critici virtuosi e sfigati” (sigh, ndr ) si contendono il titolo di protagonista dello spettacolo. Insomma, tutto lo scibile umano a disposizione che la vita reale può concedere (temporaneamente) al teatro. Amleticamente e shakesperianamente!

Menoventi/Pardès Rimonim Survivre - alla natura
Menoventi/Pardès Rimonim Survivre – alla natura

Per le tre serate consecutive del Festival, la Compagnia Menoventi e quella francese Pardès Rimonim, sono state le protagoniste, unite da un gemellaggio dato da un percorso di ricerca comune, nell’ambito di una collaborazione europea. Un primo risultato positivo è dato, appunti, da questa sinergia d’intenti, capace di confrontarsi tra culture artistiche diverse o anche comuni, ma nell’ottica di una conoscenza reciproca. Dopo aver trascorso un periodo di residenza, a cui sono stati dati vita gli “étape 1 e 2”, la loro frequentazione è proseguita per creare insieme una specie di catalogo composto da un numero indefinito di episodi che hanno come tema comune, “la sopravvivenza in tutte le sue possibili declinazioni”. Da qui è nato “Survivre -a me stesso/alla natura/agli altri”. Una sfida in grado di far scaturire un dibattito/riflessione che i Menoventi hanno condotto (non con l’abituale metodo di genesi interna) ma utilizzando “materiale esterno alla nostra creazione personale – spiegano nell’introduzione – e attingendo dalla grammatica di altri. La sopravvivenza in una società satura di stimoli e di segni e la copia come risposta formale alla richiesta di invenzione continua”.I temi trattati: “La paternità dell’opera, l’autenticità, la creatività, la proprietà intellettuale, la firma”. I tre interventi venivano seguiti, ogni sera, da una conversazione/spiegazione affidata ad Oliviero Ponte di Pino. 

I Menoventi/Pardès Rimonin si sono anche chiesti: “E se, in fondo, copiare fosse l’atto che ci permetterà di sopravvivere?”. Ambizioso e impegnativo il focus posto e non di facile realizzazione, pensando anche al tipo di situazione/luogo/ in cui Terreni Creativi opera e offre al suo pubblico. Innanzitutto il piacere di stare insieme, di socializzare e divertirsi, tra arte, musica, teatro, cultura e gastronomia. Felice mescolanza di stili, gusti, proposte (anche i dj set: Gerardo Frisina; Ma Nu! +Massimo Marcer; Montefiori Cocktail, e l’esito del laboratorio di danza Germinazioni di Nicoletta Bernardini), ricco e nutrito programma artistico, capace di attrarre sensibilità diverse. Consuelo Battiston e Amandine Truffy sono le due performer impegnate nel secondo “esperimento” “ – alla natura”: un dialogo che non ha mai un nesso logico, non ha una conseguenzialità tra domanda e risposta, le voci e le parole non si incontrano, non cercano mai una definizione condivisibile.

C’è una illogicità permanente che appare come un’incomprensione di fondo, tale da farci pensare che siano in scena ognuna per sé. Pare un dialogo tra sordi, e perfino i movimenti appaiono disconnessi dalla drammaturgia della parola. Azioni fisiche scoordinate in completa disomogeneità da tutto il resto. Pare che non si possa arrivare da nessuna parte, quando, invece, appaiono sullo schermo bianco da cinema, le immagini di “The Blue Lagoon”, pellicola risalente al 1980, dove si assiste all’iniziazione del sesso tra un ragazzo e una ragazza, uniti da un legame parentale (sono cugini), naufraghi su un’isola deserta. L’azione scenica non trova una collimazione con la proiexzione, non è voluta. Non cerca la riproducibilità ma, al contrario, vuole dissacrare, ironizzare, puntando tutto su scelte che si contrappongono e vengono amplificati di segni, di gesti, di sonorità musicali che enfatizzano ogni frammento visivo in contrapposizione scelta appositamente. Non risulta di facile comprensione questo progetto, con la plausibile giustificazione che deriva dal fatto di non essere ancora definitivo. Uno studio che dovrà essere elaborato in una forma compiuta e definitiva, affinché si possano cogliere a pieno le intenzioni drammaturgiche, stilistiche, artistiche. La scelta di presentarlo ad Albenga, in un contenitore così particolare non ha sicuramente giovato alla sua comprensione specifica. Un progetto molto importante per la ricerca che analizza dinamiche di tale portata, da rivedere in una situazione più idonea.

Quotidiana.com L'anarchico non è fotogenico
Quotidiana.com L’anarchico non è fotogenico
I sacchi di sabbia Piccoli suicidi in ottava rima
I sacchi di sabbia Piccoli suicidi in ottava rima

I Sacchi di Sabbia con Piccoli suicidi in ottava rima, visti in altri festival, si riconfermano come uno dei gruppi teatrali, più preparati e bravi della scena contemporanea. Il loro teatro è puro divertimento, sempre agito con intelligenza, sagacia, e serietà professionale. Lo stesso dicasi per i Quotidiana.com con L’anarchico non è fotogenico.  Teatro surreale? Teatro paradossale? Teatro non sense..? Il loro teatro contiene ogni elemento descrittivo antirealistico quanto capace di entrare nelle profondità dell’essere umano.  Contraddittorio e sarcastico. Le risate del pubblico lo confermavano.

http://www.rumorscena.com/08/06/2014/piccoli-suicidi-che-divertono-con-leggerezza

www.rumorscena.com/la-fine-non-e-il-mio-inizio

Festival Terreni Creativi

spettacoli in serra: L’Ortofrutticola, Azienda Agricola Biologica BioVio, Aeffe Floricultura

VI edizione: Dal 1 al 3 agosto 2015

Albenga

Direzione artistica e organizzativa: Maurizio Sguotti

Organizzazione e relazione esterne: Tommaso Bianco

Logistica e amministrazione: Alex nesti

Immagine copertina e progetto grafico: Nicolò Puppo

Interventi scenografici negli spazi: Francesca Marsella

Responsabile tecnico: Amerigo Anfossi

Consulenza musicale: Magic Moonday, Riviera Gang Crew.

Staff Mara Cervelli, Francesca Giuliano, Giacomo Linguito, Fabio Ricciardi, Anna Cervelli, Alessio Giuliano,  Emanuela Borra,  Giulio Costa, Dario Dell’Erba, Fausto Fioriti, Valeria Callegaro, Tommaso Giulla, Giulia Bravo.

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