Recensioni — 27/12/2021 at 15:06

Metastasis: l’urlo di un pianeta morente

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RUMOR(S)CENA – LUGANO – Una fortunata – ma impietosa e non veritiera – battuta di Orson Wells asserisce che “in Svizzera, sono riusciti solo a produrre orologi a cucù”. Il LAC (Lugano Arte e Cultura), un’istituzione di ampio respiro cultuale, voluta dalla città di Lugano e attiva ormai da sei anni, smentisce clamorosamente tale affermazione: si tratta, infatti, di un complesso multiculturale ove trova posto l’arte figurativa, la musica, il teatro, il balletto, il cinema, anche nelle forme più ardite della ricerca e dell’avanguardia. A queste ultime categorie appartiene Metastasis, un oggetto artistico di non facile classificazione, frutto della collaborazione creativa di un musicista (Gabriele Marangoni), di un ingegnere del suono (Damiano Meacci, cui compete anche la regia), di un ingegnere delle luci (Luigi De Angelis) e, buona ultima, una performer vocale (Francesca Della Monica).

Metastasis GabrieleMarangoni foto di RobertoTonelli

Dopo la – prudenziale o provocatoria? – consegna di confezioni di tappi per le orecchie (“I volumi saranno anche molto alti: qualcuno potrebbe non reggerli”), il pubblico, superato un percorso alquanto labirintico (provvidenzialmente guidato dalle maschere), si ritrova sul palco dell’ampia sala teatrale, attrezzato con una gradinata: una scelta forse non del tutto originale, ma un po’ spiazzante per chi fosse abituato a una fruizione tradizionale del teatro. Ma qui, di tradizionale c’è molto poco, a cominciare dall’assenza di parole, di qualsivoglia suono riconducibile a vocaboli intelligibili.

All’inizio, un marchingegno calato a vista dalla graticcia sprigiona nuvole di vapore, che si sollevano diffondendosi in ampie volute, esaltate da un dinamico gioco di luci. Sull’ampio spazio orizzontale ricavato fra il palco e la platea si proiettano scenari naturali, ora paesaggi antropizzati ripresi dall’alto, in un prospettiva atipica, che ne rende problematica l’identificazione, anche laddove si tratti di un autostrada, o di parcheggi, ma connotati da un’atmosfera di desolazione, come dopo una distruzione bellica. Neppure i paesaggi naturali, come una distesa di chiome d’alberi che il vento scompiglia in movimenti vorticosi, sono facili da riconoscere, e da essi trapela tuttavia un che di inquietante. A ciò si alterna il moto reiterato delle onde sulla riva: il farsi, il disfarsi e il distendersi della schiuma sulla battigia, sempre uguale e sempre diverso, come una serie di variazioni bachiane.

Francesca Della Monica

Francesca Della Monica appare in un secondo momento, a metà della galleria: una sagoma nera, ove spicca il biancore della testa e delle mani, come una personificazione della morte, che richiama Il settimo sigillo di Ingmar Bergman. Si esprime nei registri di una vocalità estesa, che copre cinque ottave, fatta di urli, singulti, rantoli, versi strazianti di belva ferita, schiocchi, vocalizzi, appoggiati alla non meno sconvolgente traccia musicale di Gabriele Marangoni, elaborata elettronicamente da Damiano Meacci, con frequenze che, a tratti, mandano in risonanza i precordi, ove sono inserti anche frammenti preregistrati della sua atipica vocalità.

Metastasis GabrieleMarangoni foto di RobertoTonelli

Successivamente la figura fantasmatica di Francesca ricompare in proscenio, più vicina al pubblico, meglio riconoscibile come fascinosa donna in nero, dai capelli grigio-bianchi caschetto. Ma neppure in questo secondo momento è possibile riconoscere una valenza semantica alle sue angoscianti, disperate emissioni vocali. Pur tuttavia, proprio attraverso quei suoni aspri, disarticolati, inseriti nel complesso contesto progettuale fatto di immagini, di suoni elettronici, di luci, si esprime adeguatamente il messaggio cui allude il titolo: la profetica, sofferta denuncia di una metastasi cui il pianeta Terra è condannato.

Una tesi che Gabriele Marangoni tratteggia con efficacia nel sobrio programma di sala: “Siamo diventati la metastasi del nostro stesso organismo vivente. Ad ogni spostamento ampliamo il cancro, soffochiamo il respiro, distruggiamo, passo dopo passo, l’epidermide che ci protegge, bruciamo ogni mano che ci nutre e, illuminati dall’ignoranza di un sorriso di fatalità, affondiamo nel ventre di nostra madre la lama assassina dell’arroganza. Bisogna agire, bisogna insinuare nella mente umana la sensibilità del necessario cambiamento. Come per ogni periodo storico drammatico, nella storia dell’umanità, anche oggi l’arte deve riscoprire la potenza del proprio linguaggio, la forza del proprio gesto; forza primordiale in grado di potere cambiare le coscienze, in grado di salvare l’esistenza della madre e dei suoi figli”.

Visto al LAC (Lugano) in prima assoluta il 15 dicembre 2021

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