Biennale Teatro 2019, Danza, recensioni — 27/06/2019 22:26

Dancer l’hombre, Nadia Vadori-Gauthier; William Forsythe A quiet evening of dance

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RUMOR(S)CENA – BIENNALE DANZA 2019 – VENEZIA – L’incontro con Nadia Vadori-Gauthier avviene sotto un sole cocente, negli spazi aperti allestiti dalla Biennale Danza 2019 con una pedana dai tappeti bianchi nei pressi dei Giardini di Via Garibaldi. L’artista però inizia la sua danza libera mescolandosi con il pubblico, abbracciandolo, facendolo danzare, prendendolo in braccio. La sua performance Dancer l’hombre (Danzare l’ombra) non rende l’idea di ciò che è realmente il suo lavoro di poetica resilienza. Lo scopriamo assistendo al film Une joie secrète del regista Jérôme Cassou (tra le sue collaborazioni ricordiamo anche quella con Pina Bausch), proiettato all’interno dello spazio Arsenale-Giardino Marceglia durante il pomeriggio. Nel 2015, in una Parigi ancora sotto shock per l’attacco alla redazione del giornale satirico Charlie Hebdo, la coreografa e danzatrice francese – studiosa del movimento del corpo – reagì intuendo che il proprio personalissimo modo di sopportare tutto quel dolore e quel senso di ingiustizia e di rabbia, fosse quello di danzare almeno per un minuto al giorno: tutti i giorni, da quattro anni, accende il suo telefono portatile, riprende la sua performance e poi la posta su i social network.

Une joie secrète

 

Non vi è predeterminazione o costruzione, soltanto l’ispirazione che la vita quotidiana naturalmente offre. Di giorno, di notte, al freddo o sotto il sole, in spazi pubblici o privati, attrezzata solo dei propri abiti un po’ eccentrici, da i colori vivaci, con un sorriso del quale neanche lei si rende conto possedere durante quei momenti in cui decide di restare in piedi e di danzare, confondendosi tra le persone che la guardano a volte sbigottite, a volte imitandola. E così avviene dentro ad una lavanderia automatica, in casa sul suo divano accanto al gatto, in una stanza di ospedale vicino al letto di un malato, coinvolgendo un tetraplegico in carrozzina. In una Parigi che resiste e si arrabbia e reagisce, lei si mescola alla rivolta de i Gilet Gialli, volteggiando sulle mezze-punte dentro a i suoi stivaletti invernali, tra le nubi dei fumogeni e con le forze di polizia che gentilmente la invitano ad andarsene.

 

Eccola alla riapertura del Bataclan, davanti all’entrata del locale parigino testimone di una strage umana senza precedenti. Anche in altre parti del mondo, Nadia Vadouri-Gauthier si sposta, dove la sua anima urgente la chiama. I pretesti sono continui ma non sono politici; ci narra che siamo tutti diversi non seguendo alcun modello imposto e che altri mondi sono possibili. Si ispira a Spinoza, a Nietzsche, alle pubblicazioni di Deleuze e Guattari (come i MIlle plateaux – Mille piani), auspicando una società senza totalitarismi ed organizzazioni gerarchiche. Conta per perduto un giorno senza danza, scrisse Nietzsche.
La folle, dolce rarità di Nadia Vadori-Gauthier che danzando una volta al giorno esprime la propria gioia di vivere e resistenza, ne è l’esempio.

Biennale Danza 2019 Venezia 24 Giugno
Arsenale-Giardini Marceglia: Nadia Vadori-Gauthier
Danser l’hombre; Film: Une joie secrète, di Jérôme Cassou

 

Willliam Forsythe, americano, uno dei più grandi coreografi del ventunesimo secolo, stella del Joffrey Ballet e dell’Opera di Stoccarda, poi direttore del Balletto di Francoforte fino alla sua chiusura nonché fondatore della Forsythe Company, con l’opera presentata a Biennale Danza 2019, al Teatro Malibran, dal titolo A quiet evening of dance (Una tranquilla serata di danza) ci accompagna attraverso i fondamenti della danza accademica, costituita dai propri codici e dalla propria estetica, in un viaggio che pare attraversare la storia della danza. Scenografia nuda, luce quasi bianca, riempita da i “soli” movimenti coreografici di quei sette danzatori che hanno reso memorabili i lavori dell’artista ed hanno contribuito alle sue creazioni.
In Prologue, Catalogue, Epilogue (Prologo, Catalogo, Epilogo), Dialogue – Duo2015 (Dialogo, Duo 2015) e Seventeen/Twenty One (17/21) combina pezzi storici con due nuove creazioni. Il primo tempo si svolge come se si stesse assistendo ad una serie di masterclass (lezioni per professionisti) in cui i danzatori dimostrano svariate decostruzioni e reinterpretazioni del balletto classico.

Dialogue © Bill Cooper

 

Con Prologue (Prologo) le sequenze vengono eseguite meticolosamente e con movenze che richiamano le posture di volatili da Parvaneh Sharafali e Ander Zabala; per l’occasione indossano lunghi guanti e calze bianche che coprono le evidenti sneakers, sulle note di un pianoforte dai suoni sincopati. Catalogue (Catalogo) introduce silenziosamente Jill Johnson e Christopher Roman, i quali con la loro gestualità ci trasportano agli albori del movimento, mentre esplorano i loro fianchi, le loro spalle ed i loro polsi attraverso le innumerevoli possibilità creative, con un risultato dai risvolti ipnotici ed ironici. Epilogue (Epilogo) è il primo de i due nuovi lavori presentati a Biennale Danza 2019 ed è interpretato dai quattro danzatori già menzionati e Rauf ‘RubberLegz’ Yasit, campione di hip-hop dallo strabiliante virtuosismo contorsionista.

A completare il primo atto è Dialogue (DUO2015) – una rielaborazione di un pezzo di Forsythe del 1996 – in cui i due danzatori Brigel Gjoka e Riley Watts si impegnano in un tête-à-tête sempre più virtuosistico. Accompagnati da un sottofondo di grida di uccelli lontani, gli uomini eseguono rapidi e complessi passaggi di movimento, ricercando sorprendenti momenti di sospensione prima di tornare alla stimolante, estetica esecuzione. L’assenza di musica mette in risalto il ritmo interno della danza, a volte vocalizzato attraverso il solo respiro umano. Se il primo atto è una lezione di concezioni alternative ai principi fondamentali della danza accademica, il nuovo lavoro di Forsythe, Seventeen / Twenty One (17/21) che riempie tutto il secondo atto, è una ricostituzione caleidoscopica della forma. Attraverso assoli, duo e trii, i danzatori offrono un’interpretazione contemporanea delle coreografie che rallegravano le danze di corte, in stile Luigi XV. La musica di Jean-Philippe Rameau, piena di clavicembali e di corni, accompagna la danza de i sette fenomenali interpreti che qui, se mai fosse possibile, danno il loro meglio all’ennesima potenza, con divertimento ed auto-ironia, teatralità ed una tecnica stupefacente.Indossano guanti lunghi fino a i gomiti dai colori squillanti.

Dialogue © Bill Cooper

 

I movimenti del danzatore hip-hop Rauf ‘RubberLegz’ Yasit dotato di una misteriosa capacità di intrecciare (e districare) rapidamente e, apparentemente, senza sforzo le proprie gambe e braccia, fornisce un interessante contraltare agli altri impegnati ne i loro scambi di duo, trii e quartetti. Mentre le sue abilità di b-boying (break-dance al maschile) esaltano ed impressionano la platea, il suo assolo parrebbe quasi completamente disconnesso dal resto del gruppo ma non lo è. Si fa ancora più interessante l’interpretazione di Yasit negli ènsemble che seguono, eseguiti insieme a i suoi compagni.

A Quiet Evening of Dance offre uno sguardo brillante sul genio di Forsythe il quale mai ha tentato di ammiccare al pubblico, proponendo lavori di sperimentazione sulla commistione tra danza moderna ed accademica, al limite della comprensione, a volte cerebrale ma pur sempre innovativo e molto stimolante.
Vi sono strati di complessità coreografica che non possono essere né svelati nè compresi in una sola serata e il titolo ne è una ironica introduzione. Il mio intento è – e lo è sempre stato – che la gente veda meglio il balletto, sostiene Forshyte. Ed il pubblico non si è sottratto al termine della rappresentazione alzandosi in piedi per applaudirlo.

Teatro Malibran William Forsythe A quiet evening of dance

Biennale Danza 2019 Venezia 24 Giugno

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