recensioni — 27/01/2019 10:11

Sono “Ragazzi di vita” pasoliniani sfrontati e strafottenti, ma dal cuore brulicante di sentimenti contrastanti.

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RUMOR(S)CENA – RAGAZZI DI VITA – PICCOLO TEATRO – MILANO – È uno di quegli spettacoli che ti ripaga delle molte, troppe, serate trascorse a teatro augurandoti che il tempo passi veloce: Ragazzi di vita, diretto da Massimo Popolizio, ti cattura subito con la forza del linguaggio pasoliniano, un romanesco inventato ma efficace, e con l’energia fisica e interpretativa dei 19 attori che agiscono sulla scena. Che sia un ottimo allestimento lo testimoniano l’omogeneità dei consensi, anche a livello critico: Premio Ubu, dell’ANCT e Le maschere del Teatro, per la regia, e inoltre migliore spettacolo dell’anno, sono i riconoscimenti ottenuti.
Il lavoro nasce dalla sinergia tra Massimo Popolizio, reduce dalla lettura radiofonica integrale di Ragazzi di vita e Una vita violenta, ed Emanuele Trevi, che ne ha curato la versione teatrale, tagliando e montando le oltre trecento pagine del romanzo, edito da Garzanti nel 1955, fino a distillarne il senso senza sacrificarne la complessità. Un testo scomodo, quello di Pasolini, che fu subito colpito da una denuncia per «pubblicazione oscena» da parte dell’ufficio spettacoli e proprietà letteraria della presidenza del Consiglio, dando l’avvio a un processo finito un anno dopo con l’assoluzione di autore ed editore.

 

foto di Achille Le Pera

Nell’allestimento di Popolizio, vincente, se pur difficile, si è rivelata la scelta di far agire i personaggi in uno spazio pressoché vuoto. Solo un paio di pedane mobili, qualche sedia, e una sorta di impalcatura manovrata a vista sono di ausilio agli attori che devono perciò contare unicamente sui loro corpi per imporsi all’attenzione e alla capacità di proiezione fantastica degli spettatori: una soluzione in linea con la poetica pasoliniana al cui interno gioca un ruolo fondamentale l’espressività del fisico.
La regia è minuziosa e accurata: segue i singoli interpreti orchestrandone gesti, prossemica, intonazione vocale. A 15 attori è affidato più di un personaggio, motivo per cui è necessaria una decisa caratterizzazione dei singoli individui. Ne sortisce un effetto moltiplicativo che dilata la gamma di tipi umani presenti sulla scena. Solo quattro attori si identificano in un unico personaggio: Lino Guanciale, il Narratore; Flavio Francucci, Er Begalone; Lorenzo Grilli, Er Riccetto; Josafat Vagni, Agnolo. E a tutti è affidato un duplice registro, narrativo e interpretativo, con continui e repentini passaggi da un’intonazione all’altra.
La chiave antirealistica che caratterizza l’originale, a suo tempo da tanti criticata, trova compiuta espressione sulla scena nella recitazione straniata voluta da Popolizio e nell’uso dei titoli proiettati sullo schermo di fondo per introdurre i diversi episodi. «Epica» è anche la presenza del Narratore, nell’ottima interpretazione di Guanciale, che accompagna con le sue parole le vicissitudini di quei ragazzi delle borgate romane degli anni Cinquanta, sfrontati e strafottenti, ma dal cuore brulicante di sentimenti contrastanti.

foto di Achille Le Pera

Ulteriore elemento di pregio si rivela la scelta delle musiche che ci riportano agli anni Cinquanta e che inducono ricordi nostalgici per chi quell’epoca l’ha conosciuta, e condivisione per chi ne è anagraficamente lontano. Non può non emozionare, tra i tanti che si potrebbero citare, l’episodio del giovane fusajaro, venditore di luppini al cinema, innamorato di un maglione azzurro che difficilmente potrà comprarsi, povero in canna com’è. Oppure la morte di Genesio, raccontata in diretta nel suo lento compiersi per l’ignavia di chi, Er Riccetto, avrebbe potuto salvarlo. O ancora, la beffa giocata al Froscio, oggetto di feroce scherno da parte dei presunti amici.
Altrettanto icastica è la chiave ironica, che interviene a scongiurare possibili patetismi e che connota alcuni racconti: esemplare in proposito la narrazione dell’abile raggiro del Riccetto ad opera della prosperosa Nadia (una grintosa Roberta Crivelli) sulla spiaggia di Ostia. Una menzione merita anche la scena del combattimento tra cani – un maschio (Flavio Francucci) e una femmina (Silvia Pernarella), individuati dalla scritta bianca sulla t-shirt nera – esemplare per ideazione e interpretazione.
Solo un lavoro capillare, paziente e fondato su solide basi culturali può far nascere questo genere di spettacoli.

 

 

 

Lino Guanciale foto di Achille Le Pera

 

 

 

 

Ragazzi di vita

di Pier Paolo Pasolini

drammaturgia Emanuele Trevi; regia Massimo Popolizio, scene Marco Rossi; costumi Gianluca Sbicca; luci Luigi Biondi; canto Francesca della Monica; video Luca Brichi e Daniele Spanò; assistente alla regia Giacomo Bisordi; con Lino Guanciale; e con Sonia Barbadoro, Giampiero Cicciò, Verdiana Costanzo, Roberta Crivelli,; Flavio Francucci, Francesco Giordano, Lorenzo Grilli, Michele Lisi, Pietro Masotti,; Paolo Minnielli, Alberto Onofrietti, Lorenzo Parrotto, Silvia Pernarella, Elena Polic Greco, Francesco Santagada, Stefano Scialanga, Josafat Vagni, Andrea Volpetti

produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale

 

 

foto di Achille Le Pera

 

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