recensioni — 26/12/2018 10:18

Il Teatro “Atto secondo.. “Antonio Latella:l’attore/performer? La Biennale indaga e risponde

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RUMOR(S)CENA – BIENNALE TEATRO – ATTO SECONDO: ATTORE/PERFORMER – VENEZIA – Il performer a teatro è ormai tradizione consolidata: il rapporto tra scena e artista è  mutuato a beneficio di un genere che si evolve sempre più verso una rappresentazione, in cui il confine tra attore e performer è stato superato, fino a contaminare il tradizionale ruolo che un attore rappresentava nel passato. L’esplorazione e la ricerca su come il teatro sia luogo di sperimentazione per il performativo, dimostra come sia un terreno tutto da esplorare. Le arti visive e la danza se ne sono appropriato già da decenni portando a conoscenza del pubblico  forme artistiche capaci di modificare il senso estetico dell’oggetto artistico o dell’espressività corporea e coreutica. Il teatro entra in conflitto con se stesso? Interrogativo a cui segue una serie di considerazioni utili per proseguire la narrazione di quanto visto alla Biennale Teatro edizione 2018, al secondo anno di direzione di Antonio Latella.

Il superamento di una pratica, per agirne di nuove, è la spinta propulsiva che alimenta l’intenzionalità degli artisti teatrali nel proporre nuove modalità connesse al nostro contemporaneo.

Antonio Latella ha chiamato alla Biennale Teatro 2018 artisti e compagnie internazionali ma anche italiane, scegliendo un focus capace di interrogare quale sia il senso di fare teatro e mettendo al centro della scena l’attore; in costante dialogo con l’azione performativa e lui stesso, intento a mutuare sempre più il suo ruolo: il performer. Apre uno scenario in cui egli stesso crea una rappresentazione scenica e drammaturgica basata sull’espressività dell’uomo nell’accezione più completa. Il direttore della Biennale Teatro risponde ad una domanda precisa che chiede la motivazione di questa scelta: «Il teatro può essere fatto senza luci, senza scene, senza costumi, senza palco, senza una precisa storia da raccontare, senza parole, senza regia, senza scenografo, senza drammaturghi, ma non si potrà fare, per quanto mi riguarda, senza attori o performer. Gli attori e i performer sono stati, sono e saranno sempre il cuore pulsante del teatro, persino in quel futuro prossimo che ormai vive di storie parallele, di realtà virtuali, che ci gettano in ciò che non siamo e non saremo mai».

The unpleasant surprise Davy Pieters Courtesy La Biennale di Venezia foto A. Avezzù

Una dichiarazione che non lascia margini di dubbi sulle scelte operate da Antonio Latella nel comporre un programma artistico sui cui è stimolante analizzarne prima di tutto la direzione in cui si è mosso e successivamente dare conto delle rappresentazioni viste, riportando quanto risposto nel presentare il corposo catalogo color verde dell’edizione 2018, alla domanda su quali criteri si è basata la scelta degli artisti cercando di non farsi condizionare dai propri gusti personali, (la scelta oggettiva e quella soggettiva deve trovare sempre un equilibrio).

Antonio Latella risponde che non è una questione di «scelta, quanto, certamente di una narrazione drammaturgica, di un processo in atto ad esaltare tutti gli ospiti della Biennale Teatro, che non vengono chiamati per la loro fama perché hanno in repertorio spettacoli più o meno riusciti, più o meno belli o vendibili (come vogliono le leggi di mercato)». Affermazione che ha mosso un vivace dibattito tra la critica accreditata e gli spettatori nel discutere sulla qualità effettiva di alcuni degli spettacoli visti e poco convincenti anche sul piano della recitazione attoriale.

Scegliere chi dimostra di possedere il successo garantito a teatro, non è sempre l’obiettivo più qualificante che un direttore artistico di un festival possa rivendicare nelle scelte operate, rischiando solo di ottenere un plauso incondizionato o perlomeno un gradimento a prescindere. Accade, e forse non è così grave, per chi vuole assistere a spettacoli capaci di suscitare approvazione ma esiste anche un margine di rischio il quale conviene  sempre affrontare e saper gestire. Latella sceglie di portare sulla prestigiosa ribalta di Venezia anche chi non ha esperienza, talento, curriculum ed esperienza consolidata a tal punto da gestire la propria attività teatrale alla pari di compagnie e artisti di fama internazionale e comunque dotati di referenze acquisite. «Il concetto cardine non riguarda la scelta estetica di uno spettacolo rispetto ad un altro; per noi resta fondamentale cercare di esaltare processi creativi in atto e non emulazioni di metodi clonati. Segnalare artisti che “stanno” con il loro cercare , che provano a tracciare nuove possibilità di racconto e forse nuovi linguaggi, cosa difficilissima ma ancora possibile».

Jakob von Gunten regia di Fabio Condemi Courtesy La Biennale di Venezia foto A. Avezzù

Una scelta meritoria di essere sostenuta, anche se il teatro a volte dimostra segni di sofferenza nel riuscire a sondare, scoprire, mantenere solida, una ricerca in grado di scegliere nuovi linguaggi. Spesso si incorre nel rischio di trasformarli, ma senza per questo riuscire a creare forme inedite, quanto capaci di suscitare una reazione positiva a chi assiste: sia lo sguardo dello spettatore che quello del critico. Si percepisce un’assuefazione nel partecipare a spettacoli dove resta alla fine una domanda inevasa: cosa mi voleva comunicare l’artista, regista, attore e/o compagnia? Qual è  il messaggio su cui si basa la drammaturgia del testo o della scrittura di scena se comunque sia non avviene una riflessione su quanto visto?

Il rischio di assistere ad un teatro performativo che si legittima o meglio si auto legittima da sé per il semplice motivo di andare in scena, non è motivo sufficiente per ottenere una sua efficace credibilità agli occhi di chi vede. Il nucleo dell’indagine svolta da Latella è indirizzata sull’eventuale distinzione tra attore e performer e lui stesso ammette di non conoscere se esiste una distinzione tra i due modi di stare sul palcoscenico ma che comunque viene segnalata. Per il direttore della Biennale Teatro quello che vale la pena sottolineare è chiedersi come agisce un regista nel momento del suo lavoro di ideazione, costruzione – definita “grammaticale” – e a seconda di questo, sceglie se portare in scena un attore piuttosto che un performer o il contrario.

Jerk Gisèle Vienne  – Jonathan Capdevielle –  Courtesy La Biennale di Venezia / foto A. Avezzù.

 

Ricorda anche che guardando al passato, il performer non si avvaleva del regista per la sua creazione e che un “atto performativo non è ripetibile, è un fatto creativo unico come il bacio (…)”. Il tema proposto in questa edizione per la sezione Biennale College Teatro è, appunto, il bacio: un gesto ripetuto milioni di volte ma che non è mai uguale. Il paragone utilizzato da Latella per spiegare l’atto performativo come esperienza unica e richiama gli artisti “Maestri” a prestare attenzione quando lavorano sul bacio al fine di non rischiare di distrarsi e tradire il “nostro cercare”. Metafora curiosa e presa a prestito per introdurre la visione degli spettacoli visti in questa edizione. Si sono visti spettacoli “baciati” – così per dire – da registi capaci di portare in scena delle creazioni anche dirompenti, ma nel segno di una poetica teatrale in grado di convincere e suscitare forti emozioni.

Nota a margine: l’idea di corredare le varie schede autorali con la presentazione degli artisti e delle loro opere rappresentate alla Biennale, (nel catalogo generale del programma) con domande specifiche rivolte ai registi e performer e attori, diventa un facilitatore per capire meglio il pensiero che sta alla base del loro lavoro. “Chi è l’attore più importante che avete incontrato nella vostra vita che di professione non fa l’attore“, oppure “Chi sono l’Uomo o la Donna più importanti della vostra vita che fanno di professione l’attore o il performer?”; “Quali sono i dieci comandamenti che seguite per il vostro lavoro”… vale la pena leggere le risposte di ciascuno per la varietà che rivela un “dietro le quinte” ai più sconosciuti. L’idea che ognuno di noi si fa dell’artista (salvo leggere il curriculum professionale artistico) è quella derivante dallo spettacolo messo in scena nella sua complessità drammaturgica e registica e i rimandi ispirati alla sua creatività e ispirazione. Alla domanda “È ancora necessaria la distinzione tra attore e performer? Se sì o no, perché ?” le risposte sono piccoli manifesti di pensiero utili per avvicinarsi al teatro performativo.

Davy Pieters (regista di “How did i die” e”The unpleasant surprise“): alla domanda su attore e performer risponde: «Le distinzioni tra generi, stili e fonti stanno svanendo, e di conseguenza, anche quella tra il ruolo dell’attore e del performer. È più creativo se non sei vincolato dall’idea di che cosa sia un ruolo. Non penso che siano necessarie etichette specifiche».


Jerk di Gisèle Vienne (regista ha studiato l’arte delle marionette ed è anche coreografa, artista visiva oltre a firmare le drammaturgie dei suoi lavori) è una storia drammatica, una pièce che racconta una sottile dinamica venutasi a creare tra il carnefice e le sue vittime, fatta di perversione, tortura, sadismo; tutto questo, però, risolta con un’efficace drammaturgia di Dennis Cooper e per la scelta registica di Gisèle Vienne : il performer Jonathan Capdevielle agisce da solo con l’ausilio di marionette che mosse dalle sue mani rievocano atti di violenza estrema e dove il compiacimento dell’azione crudele va pari passo con quello che la regista definisce:“il conforto del finto realismo” e “l’esperienza intima di un omicidio” – dove si descrive una sequenza di brutali omicidi a sfondo sessuale commessi negli Stati Uniti.

Jerk Courtesy La Biennale di Venezia / foto A. Avezzù

Un realismo mediato con grande efficacia dove la narrazione – drammatizzazione non rischia mai di scadere nel morboso, grottesco o paradossale, così che si crei un’atmosfera astratta quanto incisiva nel raccontare una tragedia. La reazione di fronte all’orrore si stempera, grazie alle marionette si impadroniscono del male commesso da un essere umano verso altri – e così facendo descrivono e agiscono mossi dalle abili mani del performer: un bravissimo ventriloquo che da voce ai personaggi. Jonathan Capdevielle cerca di essere “abitato” dal personaggio e cambia spesso registro. Viene tolta l’identità della vittima sacrificale di turno (del serial killer che attirava in casa ragazzi per poi seviziarli fino alla morte), le implicazioni sentimentali e patologiche, la sessualità disturbata o meglio perversa. La sofferenza che si percepisce da parte dell’aguzzino (in un gioco di ribaltamento continuo tra ruolo che interpreta il personaggio e quello del narratore), è anche espressione di un disagio psichico interiore: in Jerk si assiste anche ad un dialogo tra paziente (l’uomo responsabile degli omicidi) e il suo terapeuta.

Gisèle Vienne @Patric Chiha

Curiosità chiesta nell’incontro tra il pubblico e la regista, dove si evince dalle note di regia che il percorso terapeutico sia stato affrontato (nella realtà) anche con l’uso delle marionette (quindi una pratica considerata artistica terapeutica, catartica), ma alla domanda di chiarimento specifica Gisèle Vienne smentisce spiegando come sia solo una sua licenza “poetica” (?). Jerk è comunque una delle performance migliori viste in questa edizione della Biennale Teatro, sapiente nell’uso dei registri drammaturgici, prestazione artistica complessiva. Un lavoro sensibile e attento capace di interrogarci/interrogare il rapporto sempre più stretto tra realtà e finzione, il reale e la fantasia, l’immaginato. Un mondo di esperienze che viaggiano in parallelo e si divergono ma poi ri-convergono senza soluzione di continuità.

The unpleasant surprise Courtesy La Biennale di Venezia foto A. Avezzù

The unpleasant surprise (in prima nazionale) su idea e regia di Davy Pieters è un lavoro sinergico e molto ben calibrato in cui la ripetizione seriale del gesto-azione- crea un risultato sincopato e meccanico (a tratti), quasi fossero dei fermo immagine. I perfomer assai bravi nella loro prestazione per nulla facile (il performativo richiede abilità superiori ad una recitazione convenzionale ?) – di sicuro in Italia è difficile vederne di questo livello),  si prestano a rappresentare fisicamente il dolore, i crampi, lo stare male: dentro un ambiente domestico che si scompone e si ricompone. La casa viene invasa da una babele di immagini che fuoriescono dalla televisione. La drammaturgia indaga l’esperienza di assistere ad un telegiornale fino a provare un senso di sgomento per il flusso inarrestabile di notizie drammatiche fornite senza nessuna reazione da parte dei giornalisti.

Davy Pieters spiega così il suo ragionamento che lo ha portato a creare The unpleasant surprise: « (…) Bombardando lo spettatore di immagini teatrali che egli conosce principalmente attraverso gli altri media, tento non soltanto di fare un’anatomia delle convenzioni della televisione catastrofica e della violenza romanzata, ma anche di indagare l’effetto che tali convenzioni hanno sulla nostra empatia e sul nostro modo di guardare le cose. Agendo nel contesto del teatro dal vivo, in cui performer e spettatori si ritrovano nello stesso spazio, tento di mettere in connessione lo spettatore con i protagonisti di ciò che si può vedere ogni giorno sullo schermo del televisore, restituendo loro un’umanità».

The unpleasant surprise Courtesy La Biennale di Venezia foto A. Avezzù

I performer creano azioni coreografiche e movimenti che procurano un senso di malessere, anche la risata è al rallentatore e crea spaesamento. Una gestualità al rallenty anche sinuosa nel suo movimento. La casa abitata dai performer diventa sempre più claustrofobica, una prigione e appare quasi un’ambientazione alla David Lynch dove sono prigionieri di se stessi. Il gesto riproduce una serialità portata al parossismo dell’azione come se volesse cercare una soluzione che non arriverà mail. È una gestualità distonica simile ad una disabilità fisica contrapposta ad un gesto quotidiano normale come quello di lavare un pavimento.

Il regista Davy Pieters muove i performer dal ritmo sincopato come su una scacchiera e indaga emozioni, sollecitazioni anche conflittuali: rabbia, esasperazione. Il ribaltamento prospettico con la casa che si gira e ruota apre uno squarcio su cosa nasconde il “dietro le quinte” pensato come un luogo – non luogo, (dell’inconscio umano?). Lo smontaggio progressivo della scena avviene per un processo di decostruzione- annullamento fino ad azzerare tutta la scena, svuotandola del tutto. Davy Pieters cosa vuole dirci con The unpleasant surprise ?

Lo spiega nel voluminoso catalogo del programma corredato da note di regia e contributi, che ne fanno un interessante saggio introduttivo sulle scelte operate dal direttore Latella, dove specifica l’intenzione di indagare la tecnologia e la cultura visiva capaci di influenzare: dal cinema alla televisione e la stessa pubblicità, l’informazione e la fantascienza. Riferimenti che trovano nel suo lavoro una forma di “teatro visivo e cinematografico” che si appropria dello spazio scenico teatrale e ne deriva una deformazione ottica visuale a cui è impossibile sottrarsi. L’inflazione di linguaggi diventa una babele così come percepito in The unpleasant surprise grazie all’adesione totale dei protagonisti e soluzioni scenografiche drammaturgiche a loro disposizione. La saturazione delle immagini anche violente arrivano dentro le nostre vite private. Reiterate fino all’esasperazione il regista si chiede se possono incidere sulla percezione del reale fino a distorcerla. Disamina interessante sul nostro contemporaneo in cui siamo immersi e forse prigionieri di un corto circuito dove la saturazione di immagini e notizie confonde ogni nostra percezione. Straordinari nella loro eclettica prestazione (anche fisica) i performer Klará Alexová, Niels Kuiters, Rob Smorenberg.

Teatro dove il performer riesce ad esprimere al meglio le sue potenzialità.

The unpleasant surprise Courtesy La Biennale di Venezia foto A. Avezzù

Di notevole impatto anche le performance di Giuseppe Stellato che ha presentato alla Biennale nei suggestivi spazi dell’Arsenale (Teatro alle Tese) “Oblò” e “Mind The Gap”. Suggestioni visive e materiali intese come installazioni che suscitano stupore e attenzione per la sua componente drammaturgica visuale. Stellato lavora su oggetto di uso quotidiano come lo è anche la lavatrice trasformandola in una metaforica macchina rumorosa dove la sonorità viene creata da un microfono posizionato al suo interno. Subisce un’estraniazione tale da perdere la sua identità di elettrodomestico per mutuare in un amplificatore di rumori tali da creare delle improvvisazioni sonore mescolate a suggestioni uditive lasciate libere di stimolare la fantasia dei presenti.

Ancora più pregnante e densa di rimandi l’installazione di un distributore automatico di bevande e snack: dopo aver posizionato a terra un nastro giallo per delimitare lo spazio circostante, il performer Domenico Riso artista visivo” gestisce la funzione dell’apparecchio in una fase iniziale per poi subire la sua totale “autonomia” nell’emettere a getto continuo come se volesse ribellarsi all’uso convenzionale, oggetti dei più disparati come sassi, terra, scarpe, spazzolino da denti. Tutto quanto usiamo e viviamo quotidianamente. Una sorta di mondo immaginario viene a crearsi a terra con sequenze significative di lanci preordinati. Il messaggio di Giuseppe Stellato è quello di raccontare attraverso una storia visiva quanto sia difficile “alimentare” una sopravvivenza in un’epoca così drammatica come la nostra, sollecitata da continue tensioni nel tentativo di farci riflettere su chi siamo noi e chi sono gli altri. Azioni performative che agiscono su diversi registri assemblati in maniera organica e destano stupore nell’assistervi.

Oblò di Giuseppe Stellato Courtesy La Biennale di Venezia foto A. Avezzù

Mind The Gap Giuseppe Stellato performer Domenico Riso Courtesy La Biennale di Venezia foto A. Avezzù

Ritmo serrato, danza coreografica che sale vertiginosamente per poi placarsi e rallentare. Sensazioni e vibrazioni capaci di diffondersi nell’aria e ampliare emotivamente lo sguardo e i sensi coinvolti. Crowd di Gisèle Vienne (firma sia l’ideazione che la coreografia) intende riflettere sulle relazioni -interazioni sociali sempre più un fenomeno da indagare nelle sue tante accezioni: nel fattispecie quelli dei comportamenti giovanili che si manifestano anche euforicamente per l’entusiasmo di un particolare genere musicale: quello della techno. La regista crea un ambiente astratto a prima vista (uno spazio scenico dove il palcoscenico è ricoperto da un materiale simile alla terra), per dare un senso materico su cui far danzare, muovere, contorcere (sudare), ballare, giocare, i tanti e bravissimi performer danzatori. Un’energia espansa dove il motore propulsore è quello di una festa: pensata come evento inclusivo e delle sue variabili affettive e sentimentali. Crowd diventa sempre più un vortice sfrenato e cadenzato allo stesso tempo. Scrive Gisèle Vienne nella presentazione: «In Crowd vediamo spesso aspetti inebrianti ed espressioni emotive amplificate che si sviluppano attraverso il desiderio e il complesso anelito all’amore».. ed è qui che si racchiude sinteticamente il valore intrinseco del lavoro di questa affermata artista della scena internazionale (un agire performativo su cui dovrebbero prestare attenzione e studio molti suoi colleghi italiani, ad esempio), capace di rappresentare visivamente, coreograficamente (la drammaturgia è firmata da Gisèle Vienne e da Denis Cooper), cosa significa ritualizzare un incontro ludico come può essere una festa, un ritrovo tra giovani in cerca di forti emozioni, di provare quel senso di stordimento suscitato dalla musica (qui nella finzione scenica); al contrario di quanto accade nella vita di tutti i giorni, dove esiste un grave problema sociale a causa dell’alcool e delle sostanze stupefacenti.

Crowd Gisèle Vienne Courtesy La Biennale di Venezia foto A. Avezzù

In Crowd è la musicalità che spinge a provare ritmi sempre più frenetici quasi parossistici “montagne russe emotive” – spiega la regista – e questo fa si che l’azione dei corpi in movimento si dilati e si ricompatti in forme geometriche variabili strettamente connesse alla psicologia dei soggetti protagonisti. Ogni partecipante espone le sue caratteristiche personali: sono dei ritratti della loro interiorità resi visibili dalla danza e dalle emozioni che ne scaturiscono rifrangendosi nello spazio. L’intreccio delle storie dei giovani perfomer (una stupefacente squadra di quindici ballerini maschi e femmine) creano vicende a confronto, dinamiche esistenziali, rapporti a due, ricerca di senso nel loro esistere e manifestare la gioia nella danza.

L’apporto della musica di scena è fondamentale nella creazione: l’uso sonoro che guida è paragonabile ad una drammaturgia o scrittura di scena, complementare e l’autore Peter Rehberg rievoca con grande sapienza l’apporto della musica elettro-dance la cui storia è legata in modo indissolubile anche a Jeff Mills. I brani selezionati diventano corpo e materia guidando un percorso rievocativo di un genere musicale apprezzato negli ultimi quarant’anni. Eclettico e coinvolgente Crowd ha saputo “elettrizzare” la platea del Teatro Piccolo Arsenale.

Crowd Gisèle Vienne Courtesy La Biennale di Venezia foto A. Avezzù

Per la Biennale College Teatro registi under 30 menzionato nell’edizione 2017 -2018 , Fabio Condemi ha presentato ad agosto 2018, in prima assoluta, Jakob von Gunten spettacolo tratto dall’omonimo romanzo Jakob von Gunten. Un diario dell’autore svizzero lingua tedesca Robert Walser, pubblicato nel 1909. Definito come “romanzo di formazione”, racconta la vicenda di un giovane nobile ( il protagonista è anche il narratore in prima persona) che fa una scelta di vita estrema: fugge via dalla sua casa, dalla figura incombente del padre e dagli agi che li erano propri per lavorare come maggiordomo dopo aver frequentato una scuola di economia domestica. La scrittura assume la forma di un diario autobiografico in cui Jakob riporta gli accadimenti e le relazioni intercorse con i suoi compagni del collegio ma anche le sue aspirazioni, fantasie e i sogni che un giovane uomo prova nel districarsi tra realtà e immaginazione. Jakob subirà punizioni corporali nel collegio impartite per il suo agire ribelle e poco incline all’ubbidienza delle regole, trattamento a cui non si sottrae e non si lamenta anche nei casi in cui è innocente. La sua autostima è talmente alta da permetterli di gestire ogni forma di relazione sia con i compagni che con gli insegnanti della scuola.

Jakob von Gunten Fabio Condemi Courtesy La Biennale di Venezia foto A. Avezzù

L’innamoramento per la sorella del direttore li fa scoprire per la prima volta nella sua vita cosa significhi provare un sentimento verso un’altra persona. Un amore impossibile da esaudirsi per la malattia e la morte successiva della giovane donna. Resterà solo e la scuola verrà chiuso. Un tragico destino a cui Jakob non potrà sottrarsi e il mondo fuori che attende è una realtà sconosciuta. Fin qui la trama del romanzo che Robert Walser descrive con dovizia di particolari, grazie alla sua personale esperienza formativa scolastica per diventare domestico e in seguito assunto da un conte per lavorare nel suo castello. Il regista e drammaturgo Fabio Condemi nella sua sinopsi dello spettacolo spiega quali dinamiche si vengono a creare nella storia romanzata mutuate poi nella sua versione teatrale : «(…), l’istituto (dove Jakob frequenta le lezioni, ndr) è un luogo simbolico di tortura e felicità, ambiguo e fantastico (…) qui gli allievi imparano l’educazione alla rovescia, l’obbedienza cieca fino alla dissociazione della personalità, al piacere di annullarsi.

Tutte le attività all’interno dell’istituto si svolgono in uno stato vicino al sonno e al sogno». Vale la pena proseguire nella trascrizione del pensiero di Condemi al fine di introdurre il suo lavoro-spettacolo, seguendo le tracce che portano ad un ambiente educativo “soporifero” «...anche gli insegnanti (se davvero esistono) vengono “addormentati o morti o pietrificati” e così le materie che insegnano: la Storia, la Matematica, la Scienza, la Letteratura sono assopite all’interno dell’Istituto.. persino la Religione, perché “il sonno è più religioso di tutta la religione ed è quando si dorme che si è più vicini a Dio”. “ Jakob von Gunten” rievoca le atmosfere del racconto e le restituisce con una forza visiva e drammaturgica originale: la ripetizione meccanica del gesto spiega bene l’alienazione vissuta dal protagonista in un ambiente coercitivo e soffocante. Le azioni si ripetono come fossero quasi delle mosse di un gioco di scacchi. Gesti minimalisti portati ad assumere un senso di stereotipia e paradossalmente anti naturalistici. I personaggi maschili sono mossi da fili invisibili quanto la donna che riveste un ruolo senza proferire parola.

Jakob von Gunten Courtesy La Biennale di Venezia / foto A. Avezzù

Si incrociano ma le loro traiettorie sono sempre divergenti. Jakob subisce la sopraffazione e la violenza nel venir punito con la testa spinta dentro una vasca piena d’acqua a rappresentare il tentativo di far annegare la sua stessa personalità, senza reagire subisce ma non impedisce la parola che viene sempre “a galla”. La regia crea attraverso un disegno geometrico rigoroso l’agire di tre esseri umani che non avranno mai un destino a loro favorevole. Tre interpreti di grande spessore recitativo: Gabriele Portoghese, Xhulio Petushi, Lavinia Carpentieri, capaci di suggestionare con la loro presenza scenica, la fisicità espressiva, le gesta misurate anche simboliche. I costumi in bianco e nero così essenziali  da incutere timore.  Lo sdoppiamento dei personaggi che da maschili indossano vesti femminili. Azioni simmetriche rituali e sincopate. Jakob von Gunten è un dramma simbolico carico di metafore esistenziali: lo scheletro portato in scena dalla donna – una severa figura tra il ruolo di cameriera e quello di governante di un collegio,  il quadro con l’autoritratto rivolto in basso, le gesta quotidiane di apparecchiare e sparecchiare ripetute con maniacale certosina ma sempre con l’intento di non concludere mai l’azione vera e propria.

L’abbandono esistenziale che si viene a creare fino alla fine. Fabio Condemi convince la sua idea di un teatro che sa essere all’altezza delle aspettative e rientra in un contesto performativo tale da essere riconosciuto come una prova d’autore.


I Kronoteatro si sono fatti conoscere da Rumor(s)cena per la prima volta con “Pater familias” (titolo appartenente a FAMILIA_una trilogia) visto a Milano al Teatro Elfo Puccini anni or sono. In quel caso si parlava di dinamiche strettamente legate alla famiglia e ai rapporti che né scaturivano in modo conflittuale. Relazioni tendenti alla sofferenza esistenziale. Alla Biennale Teatro di Venezia, la Compagnia diretta da Maurizio Sguotti residente ad Albenga (Savona) ha presentato il Trittico della Resa – Essere e non essere. Lo sguardo si rivolge sull’impossibilità di trovare un senso stesso alla propria vita, al fallimento che svela una sorta di impotenza nell’uomo incapace di reagire alla condizione di vivere quasi fosse una punizione divina. Nella realtà dei fatti l’Uomo (secondo i Kronoteatro e la drammaturga Fiammetta Carena) cerca una “soluzione” nell’esercitare il potere in tutte le sue forme e declinazioni. I tre testi – spettacoli (Cannibali, Educazione Sentimentale, Cicatrici) affrontano le varie dimensioni in cui viene a manifestarsi. In Cannibali l’esercizio del potere viene si palesa in una dinamica a due: un giovane uomo (Tommaso Bianco) e uno molto più adulto (Maurizio Sguotti)

Educazione sentimentale Kronoteatro Courtesy La Biennale di Venezia foto A. Avezzù

in perenne conflitto antagonista per rivendicare la propria supremazia. Tutto accade per quadri scenici scanditi da intervalli pubblicitari creati per amplificare ancor di più l’agire della lotta per emergere l’uno sull’altro, dove l’uomo adulto ha la meglio sul giovane: la mente e l’energia psichica, il carisma di chi ha più esperienza acquisita. Il rapporto padre e figlio che subisce da sempre conflittualità estreme e non risolte. Psico-analiticamente interessanti per chi esercita la professione di terapeuta e qui agite nel suo portato artistico – teatrale. La dinamica si inverte allorché il giovane supera il suo sfidante nell’esprimere tutto il suo potenziale energetico dato dalla sua forza fisica, dal vigore di chi ha la capacità di imporsi anche brutalmente. Vengono esplicitati tutti i ruoli sociali, educativi, affettivi, senza risparmiare nulla. Lotta impietosa senza mai cedere alla pietà che viene sconfitta dal cinismo e la crudeltà, caratteristiche imperanti oramai divenute abituali nella nostra vita sociale e relazionale. La realtà è accompagnata da simbologie come i personaggi di un fumetto giapponese con tanto di spada laser su cui ci si potrebbe soffermare nell’analisi sociologica e culturale di falsi miti e idoli della nostra contemporaneità.

 

Cannibali

Mostri di cui ci nutriamo sembrano dire i Kronoteatro anche se non c’è una risposta al “cannibalismo” portato in scena. Ci sono tanti spunti di riflessione ma senza giungere ad una risoluzione esaustiva delle tante problematiche scaturite dal lavoro drammaturgico e registico. Il video di un luogo idilliaco e agreste come il paesaggio della Sila riporta il discorso ad una primigenia della storia dell’uomo, ad un momento idilliaco e molto distante dal ‘ora e qui’ come raccontano i due attori (supportati da Alex Nesti alla consolle in tenuta da arbitro e con la consegna di miscelare suoni musicali dei più svariati) e la nostalgia di un qualcosa che è andato perduto per sempre. Se la resa è la condizione d’obbligo scelta in questa trilogia apre uno scenario su tante ipotesi su cui converrebbe riflettere maggiormente: impotenza dell’essere umano? Una sorta di sconfitta che si perpetua all’infinito? Il duello tra generazioni diverse, culture, identità e chissà quante altre variabili e umane è infinito e non cessa mai di stupirci. Ai posteri l’ardua sentenza.

Cannibali Kronoteatro Courtesy La Biennale di Venezia foto A. Avezzù

Cicatrici Kronoteatro Courtesy La Biennale di Venezia foto A. Avezzù

 

 

 

 

 

 

In Educazione Sentimentale subentra la dialettica aspra e logorante dei rapporti generazionali su un piano uomo-donna. Sulle dinamiche suscitate dal confronto tra essere maschile e quello femminile si assiste ad una partita a scacchi dove le pedine maschili (tre uomini: Tommaso Bianco, Lorenzo Romano e Maurizio Sguotti) si muovono uni-direzionalmente verso la pedina femminile (Viola Lo Gioco), in cui si vengono a creare delle relazioni inizialmente leggere per poi trasformarsi in un meccanismo perverso segnato anche da violenza che cerca sempre di avere la meglio costi quel che costi. Cicatrici conclude la Trilogia della Resa dove si assiste ad un lavoro più corale ispirato all’opera “Tieste” di Seneca ma che si allarga a temi dove vengono toccati i rapporti di forza e predominio tra chi detiene il potere come la politica , la Chiesa, il terrorismo, le guerre, e tutto assume un valore geopolitico di denuncia e critica. Grande cura degli allestimenti dove l’estetica e la componente scenografica ha una connotazione rilevante anche se a tratti potrebbe apparire più decorativa – simbolica che funzionale alla recitazione vera e propria. I Kronoteatro da sempre si occupano di sondare e indagare le urgenze, le tante irrisolte questioni sociali che sono da sempre irrisolte, e forse al giorno d’oggi ancor più drammatiche e pericolose per una stabilità della condizione di vita a cui tutti tendiamo.

Cicatrici Kronoteatro Courtesy La Biennale di Venezia foto A. Avezzù

Educazione sentimentale Kronoteatro Courtesy La Biennale di Venezia  foto A. Avezzù

Visti alla Biennale Teatro di Venezia agosto 2018

 

 

BIENNALE VENEZIA 2019 

In programma:

10. Carnevale Internazionale dei Ragazzi

23 febbraio > 3 marzo 2019

58. Esposizione Internazionale d’Arte

11 maggio > 24 novembre 2019

13. Festival Internazionale di Danza Contemporanea

21 > 30 giugno 2019

47. Festival Internazionale del Teatro

22 luglio > 5 agosto 2019

76. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica

28 agosto > 7 settembre 2019

63. Festival Internazionale di Musica Contemporanea

27 settembre > 7 ottobre 2019

 

 

 

 

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