recensioni — 26/02/2018 00:48

Una Napoli che racconta “Io, mia moglie .. e “il miracolo” del teatro Punta Corsara

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MILANO – Sole quattro repliche, dal 22 al 25 febbraio 2018 al Teatro Fontana di Milano, per vedere Io, mia moglie e il miracolo” di Punta Corsara. Vincitore de I Teatri del Sacro 2015, lo spettacolo si presenta come una produzione in parte atipica rispetto alla loro cifra dichiaratamente partenopea, qui affidata a Gianni Vastarella nella triplice veste di drammaturgo, regista e attore comprimario.

Già la trama ha un alcunché di destabilizzante: lo strano caso di una bambina scomparsa da ben tre settimane, perché ufficialmente inserita in un avanguardistico progetto educativo “a tempo pieno”; ultimamente disturbante, perché lo capiamo tutti che è una cosa che non ha senso. “Col tempo pieno si torna a casa: si esce più tardi, ma si esce…”, ripetono nelle mille varianti del farsesco, gli stessi protagonisti, con esito esilarante; ed è lì, la cifra quasi alla Ionesco: un nonsenso, che mentre intende porre domande, non per forza si incarica di fornire risposte.

In cartoon style ci viene raccontata una vicenda spunto per indagare le asfittiche e stereotipate dinamiche di una micro comunità, apparentemente più made in the USA che from Scampia – battesimo del fuoco, ricordiamolo, per questo ancor giovane collettivo, è stata la partecipazione al progetto “Arrevuoto”, che nel 2005 la nonoscuola/Teatro delle Albe ha condotto con un gruppo di adolescenti del territorio napoletano. Gli stereotipi dei protagonisti sono quelli d’oltre oceano di certe strisce di fumetti: a partire dallo sceriffo, che dice subito States, così come le rese pantomimiche di moglie, marito, “puttana”, guaritore e uomo-con-la-stecca, gli altri personaggi, privati del nome proprio e ingabbiati in godibili cliché. Eppure il back ground dichiarato è il cinema – David Lynch, la comicità dei Fratelli Coen, il sottobosco di Kaurismaki e la violenza di Lars von Trie – e la ricerca di atmosfere gothic-noir capaci comunque di suscitare una risata – “non di pancia, ma di coscienza”, come auspica lo stesso Vastarella.

Già, ma che resta, in tutto ciò, di Napoli? In realtà resta molto.

Restano le parlate, ad esempio, e quella cadenza ma anche densità sonora, ora cavernosa ora in falsetto, dove l’acuto o il grave sembrano essere più legati alla condizione socio-economico-culturale, che al sesso dei personaggi: riecheggiano il vocione di Tina Pica nei ruoli della burbera matriarca e, in controcanto, il cinguettare di Totò nei panni del gagà, in filigrana al timbro profondo della puttana o a quello decisamente anti virile del marito; e chissà che non sia proprio questo tratto apparentemente “antimaschile”, in un contesto che, nonostante la leggerezza, sembra portare avanti l’equazione maschio/padre-padrone, a rendercelo a tutta prima simpatico. Resta la prossemica, amplificata e grottesca, specie nei surreali personaggi della prostituta, interpretata da una Giuseppina Cervizzi mattatrice, ad onta di una parte scritta in maniera volutamente anti empatica, o dell’ uomo-con-la-stecca/Gabriele Guerra, mitica crasi fra il candore dirompente di un Pinocchio-bravo-bambino e la sua stessa esilarante evoluzione in un furbesco Lucignolo, dopo essere stato a lezione dalla Turchina meretrice riconvertitasi a donna da marito. Resta il gusto per la farsa, spesso contenuta e sublimata in maniera centellinata ed impeccabile, in ruoli, che, pietrificati dal diktat registico, sembrano cristallizzarsi in maschere immutabili, che pescano nella scia della tradizione.

@Dammaco

Così Valeria Pollice, la moglie, con ininterrotta maestria indossa la sua maschera dolente, vivente ossimoro fra l’agito di moglie sottomessa e accomodante e il rimosso, che la fa prefica di se stessa; in maniera speculare il marito/Gianni Vastarella, non meno efficacemente coniuga l’apparenza cordiale della brava persona a modi pedanti, preconcetti stillati in slogan-tormentoni, atteggiamenti alloplasticamente supponenti e cose aberranti, che teorizza col perbenistico candore di chi sa – per ruolo, per riconoscimento sociale – di essere nel giusto. Altrettanto ben tratteggiati e ottimamente sostenuti dai rispettivi interpreti, sono i personaggi dello sceriffo (Emanuele Valenti), sorta di dinoccolato Luky Luke rovesciato – dalla pragmaticità deresponsabilizzante e dalla comica morbosità fetish –, e quello del guaritore (Christian Giroso), un senza-fissa-dimora sulle cui gesta si favoleggia nella piccola comunità. Pesca nella tradizione del santo folle – continuando il parallelismo col cinema, come non pensare al Robin Williams del “Re Pescatore”? -, anche se qui si sceglie di stemperarne la portata in un comico aplomb al rallenty, apparente negazione della temperamento melodrammatico napoletano; eppure è proprio lui che getta sul tappeto la questione forse più legata a questa città: il miracolo.

@Dammacco

Ma non ci sono San Gennaro, né sibille cumane nell’immaginario quasi metafisico e surreale di Vastarella; così anche il miracolo si riduce più a categoria del pensiero – meglio, ad argomento – che a fatto comunitario; e, se e quando avviene – chissà se esistono un criterio o una meritocrazia nella scelta, si chiede il pragmatico sceriffo -, non è detto che produca sempre effetti desiderati. Come marionette di una farsa, di cui siamo protagonisti, ma non burattinai, ci troviamo legati da fili invisibili in un’immutabilità non solo apparente. Lo restituisce bene la regia, che fa muovere i suoi personaggi/pupazzi in presa prevalentemente frontale e in un assoluto buio illuminato solo da traiettorie di luce; come su un’invisibile scacchiera, la regia li sposta lungo le direttive basiche dell’ortogonalità o di diagonali, che massimamente allontanano i protagonisti tanto più nei momenti logicamente di maggior contatto fisico/impatto emozionale. Non si toccano mai; il solo contatto – invischiante e persecutorio – è la condanna dell’uomo-con-la-stecca, stigma, forse, delle dipendenze compensatorie di una società che, come lui, ha molti soldi, ma un vuoto nel cuore.

A conti fatti, un lavoro ben diretto e studiato e magistralmente interpretato; un po’ debole rimane, a tratti, la drammaturgia, che, ad esempio, anticipa un prologo probabilmente ridondante rispetto all’intera economia della scrittura, anche se è felice nell’intuizione del registro e nell’affidare a giochi di parole, tormentoni e gag la sua disamina anti psicologistica.

Visto al Teatro Fontana di Milano, venerdì 23 febbraio 2018.

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