recensioni — 24/06/2018 15:39

Trasparenze festival: quando il teatro partecipato parla a tutti noi

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MODENA – È ormai diventata una prassi consolidata condividere l’esperienza di teatro partecipato che si viene a creare al Festival Trasparenze di Modena, insieme alla popolazione stessa della città, partner attivo del Teatro dei Venti diretto da Stefano Tè, a cui fa capo l’organizzazione e cura del festival. Ogni edizione assume sempre più la forma di un modello alternativo ad una rassegna artistica a cui siamo abituati. La scelta di favorire i processi d’inclusione tra la città, il territorio e lo spazio deputato allo spettacolo, permette di eliminare quei confini fisici ma soprattutto estetici, per ritrovare forme d’arte espressive, contributi culturali, eventi di intrattenimento. La piazza e il parco di San Giovanni Bosco che circondano il Teatro, sede della Compagnia, diventano luoghi di aggregazione sociale fondamentali in cui ognuno può sentirsi protagonista.
L’obiettivo è pur sempre quello di creare un clima di festa e in questo Trasparenze dimostra, con rinnovata lungimiranza, quanto sia importante farlo vivere agli artisti e a un pubblico sempre più eterogeneo . I giorni di festival diventano così momenti di socializzazione, alternati agli spettacoli scelti dalla direzione artistica. L’edizione di quest’anno ha saputo cogliere aspetti salienti della realtà contemporanea in cui tutto appare sempre più disgregante nella sua involuzione culturale vista nella sua accezione più vasta e generalizzata, quanto, anche, sul versante umano – relazionale all’interno di comunità e culture diverse.

 

Il festival Trasparenze festeggia la chiusura edizione 2018. Foto di Chiara Ferrin

Definito a ragione, un “festival sociale d’arte” – da chi lo ha ideato e diretto nell’arco dei primi sei anni dalla sua fondazione, Trasparenze esce per strada, richiama l’attenzione dei passanti, vive il presente quotidiano come esperienza significativa e ricca di senso. Occupa la città pacificamente ed entra in luoghi inusuali e chiusi come il carcere, o di cura e assistenza qual’è la Casa protetta San Giovanni Bosco, cogliendo il bisogno nel sentirsi appartenenti ad una reale comunità d’intenti. Ed ecco, allora, che l’artista si fa portavoce all’interno di una struttura carceraria, come quella di Castelfranco Emilia e Modena, per esercitare il suo ruolo affiancato da persone – non attori e per questo più predisposte a raccogliere le istanze creative e sociali d’arte, appunto, di Stefano Tè e della sua equipe. Il Teatro dell’Argine di San Lazzaro (Bologna)con il suo laboratorio unisce allievi di una scuola con i detenuti attori: esperienze significativa per stimolare una sensibilità nell’interazione tra adulti e bambini mediante il rituale del gioco, elemento primario dell’infanzia riscoperto attraverso la relazione in un contesto di reclusione: “Per provare a giocare insieme. A immaginare di essere eroi e cavalieri. Ad abitare un palazzo incantato dove l’innocenza è sempre possibile”, così spiega la presentazione a riprova che fare teatro non è solo un’occasione concepita tra artista e pubblico sul piano della creazione – visione, quanto, anche, la possibilità di viverla in prima persona in modo diretto e coinvolgente.

 

Laboratorio del Teatro dell’Argine foto di Chiara Ferrin

Cogliere il presente ricostruendo rapporti interrotti, relazioni tra identità in via di formazione e persone a cui la società chiede di riscattarsi, diventano momenti preziosi per chi opera nel contesto di una forma d’arte allargata a tutti. Trasparenze, in un’ottica di teatro sociale si fa portavoce di istanze urgenti, a cui altri settori della nostra realtà non riescono a rispondere in modo esauriente, avvalendosi di competenze specifiche, utili a chi cerca di collocarsi all’interno di una società impedendone di fatto l’emarginazione. Il teatro è una dimensione capace di accogliere e trasformare esigenze e bisogni individuali e collettivi. Nel farlo riunisce esperienze consolidate ad altre in fase di sviluppo progressivo; nel corso degli anni da quando Trasparenze anima la città di Modena nel mese di maggio: una  di queste è la Konsulta, un gruppo di giovani appassionati al teatro e propensi a contribuire attivamente alla scelta artistica degli spettacoli. Tra i 16 e i 25 anni affiancavano la direzione artistica per interagire con grande vivacità le fasi preparatorie e l’iter artistico del festival. A loro si sono uniti anche gli Spettatori Erranti di Arezzo per animare gli interventi e i dibattiti con gli artisti e il pubblico. Una politica culturale capace di stimolare un processo nella formazione del pubblico, rientra nella proposta di Trasparenze festival ed è utile riportare un estratto  da “Testimonianze ricerca azioni”, edito dal Teatro Akropolis di Genova (Akropolis Libri): «Lo spettatore ha un ruolo fondamentale e non può essere considerato un fruitore passivo o testimone senza diritto di parola. Il teatro vive in funzione del pubblico e solo attraverso la sua partecipazione attiva progredisce e si fa carico di migliorare la qualità artistica. Lo spettatore è il primo osservatore critico a cui va riconosciuta competenza e sensibilità nel giudicare. Non ci si può esimere dal confronto con chi spende del denaro per assistere ad una rappresentazione teatrale. Un diritto/dovere dello spettatore è anche quello di dichiarare il suo gradimento o contrarietà alla messa in scena, stabilendo dei momenti di discussione con gli artisti».

 

Konsultacorner Foto di Chiara Ferrin

A riprova della coerenza da sempre dimostrata dalla direzione artistica di Stefano Tè nel ricercare un dialogo con il pubblico. Una visione senza pregiudizi offre la possibilità di interrogarsi e aprirsi al confronto a più voci: assonanze e dissonanze, convergenze e divergenze si intersecano, si mescolano e creano un dibattito produttivo. Una delle possibilità per “evadere” da contesti sociali dove assistiamo ad un impoverimento intellettuale e culturale sempre più frequente, non ultima la deriva dei valori etici costitutivi di una nazione fondata sul rispetto reciproco e sulla salvaguardia dei diritti umani, a prescindere dal colore della pelle, nazionalità, estrazione sociale. Evasione è anche il tema scelto da Trasparenze 2018 e la trama di El viatge de la vergonya, performance realizzata dal gruppo catalano Nafrat Collectif ideata per rappresentare una simulazione di come i clandestini affrontano i viaggi stipati dentro un camion. Un progetto risolto con qualche incertezza nella sua realizzazione pratica: gli spettatori dovevano percepire le “sofferenze” provate nelle stesse condizioni in cui uomini e donne si ritrovano quando viene tolta loro la dignità umana.

 

Lo spazio Festival foto di Chiara Ferrin

La partecipazione richiedeva lo stare in piedi, spinti dentro un camion, previa consegna di finte banconote di denaro, costretti a viaggiare per un tempo limitato durante il quale un sorvegliante impartiva ordini nella sua lingua. Il coinvolgimento emotivo, necessario per provare la percezione di sentirsi “prigionieri” è molto labile, se non provando a recuperare nella propria memoria visiva, le immagini viste tante volte in televisione. Un esperimento arduo nella strutturazione a tratti superficiale per alcune lacune drammaturgiche, una fra tutte: spiegare le regole di comportamento da adottare da parte dello spettatore durante la permanenza sul camion snatura la reazione istintiva e soggettiva di disagio e privazione. Evadere come forma di immedesimazione richiede delle soluzioni più attente per impedire che la simulazione non diventi banale per imitare una realtà molto più complessa.

 

Il palazzo incantato Teatro del’Argine foto di Chiara Ferrin

Di ben altro spessore la rappresentazione vista all’interno della Casa circondariale di Modena. Si entra in uno spazio estraneo e limitativo per la condizione di reclusione di chi ci vive. Il teatro diventa occasione per offrire ai detenuti la possibilità di partecipare ad un laboratorio dove la poeticità dell’atto artistico sa cogliere la commozione di chi vi partecipa. Chiara Guidi e gli “Esercizi per voce e violoncello sulla Commedia di Dante”, felice commistione tra parola e suono con la significativa presenza di Francesco Guerri al violoncello e dotato anche di strumento molto particolare, capace di emettere vibrazioni dure come sibili metallici. La voce di Chiara Guidi emerge in tutta la sua potenza evocativa scegliendo il primo e quinto canto della Divina Commedia; un eco quasi sussurrato nel silenzio della sala dove sul palco disposti a semicerchio formano il coro un gruppo di uomini. L’incontro con i detenuti avviene per una condivisione nata per portare all’interno delle mura carcerarie la possibilità di assumere un ruolo; gesto dirompente nel voler abbattere le barriere e includere un atto artistico nel vivere quotidiano, scandito dal trascorrere del tempo che la reclusione impone.

Chiara Guidi Esercizi su Dante Societas©Pietro Castellucci

 


Tvatt foto   di Mena Rota  Compagnia Eternit

Tvatt foto di Chiara Ferrin

Si entra in tutt’altra dimensione teatrale nell’assistere ad una rappresentazione in cui ritroviamo finalmente la capacità di tenere la scena, un ottimo scandire i ritmi teatrali e la padronanza di un linguaggio scorrevole e dinamico: “Tvatt” è una bella sorpresa che rivela un singolare affiatamento tra i componenti della compagnia Eternit. Luigi Morra, Eduardo Ricciardelli e Pasquale Passaretti i tre protagonisti. Il gioco è quello di invitare a caso spettatori sulla scena per far ripetere, uno alla volta, un dialogo registrato in dialetto casertano, incomprensibili e per questo esilaranti, riesce alla perfezione nella sua comicità così disarmante tanto da suscitare un riso liberatorio tra il pubblico divertito. Non è uno spettacolo solo apparente leggero, al contrario rivela un’analisi drammaturgica che conduce ad argomenti ben più profondi, quali sono le realtà in cui insorgono situazioni di disagio e atti di violenza. Anche in questo caso il teatro si presta (e lo fa egregiamente) ad indagare fenomeni sociali di estrema attualità, utilizzando strumenti quali l’ironia, il sarcasmo, la leggerezza di intrattenere senza cadere nella retorica (sempre a rischio in questi casi). Qui non accade e già nell’acronimo Teorie Violente Aprioristiche Temporali e Territoriali, estensione di “Tvatt”, si capisce bene dove i tre affiatati attori vogliono andare a parare. La burla e lo schernire sono propedeutici alla riflessione che ne consegue fino all’apoteosi finale della scena con il lancio delle angurie gettate con moto di sprezzo. Un’azione simbolica a chiusura di un scanzonato quanto impegnativo sforzo artistico ben riuscito.

Manoviva @Girovago Rondella

Un vecchio autobus e un camion trasformati in teatro mobili diventano l’occasione per riscoprire un delicato teatro di figura e l’uso delle marionette in cui l’inventiva dell’artista è capace di catturare l’attenzione di tutti, dal bambino all’adulto, per creare illusioni e magie del mondo favolistico. Girovago e Rondella Family Theater mettono in scena un teatro senza parole capace di commuovere per la delicata espressività fatta di gesti semplici nel rappresentare “Manoviva”, un puppet realizzato con dei cappucci di lattice infilati nelle cinque dita della mano, l’una maschile l’altra femminile. Due buffissimi personaggi giocolieri e strampalati si muovono sul tavolino come fosse un minuscolo circo animato da funanboli e clown.  Un minuscolo teatrino con i velluti rossi, le luci e quell’atmosfera che si percepisce come nostalgia per le fiabe che venivano raccontate dai nostri nonni. Si ritorna al piacere di assistere ad un gesto poetico e naturale, fatto di pochi elementari oggetti dove l’artista di strada ci permette di rivivere lo stupore con gli occhi di un bambino.

 

Manoviva  @Girovago e Rondella

Trasparenze è anche un incubatore di progetti e il nome Cantieri definisce bene l’intento: offrire a giovani compagnie un lasso di tempo breve per sperimentare senza giungere ad un esito finale compiuto. Le compagnie bologninicosta, Cantiere Artaud e Generazione Disagio scelte dalla Konsulta insieme alla direzione artistica a cui è stata data la possibilità di confrontarsi per quattro giorni in residenza sul tema portante del festival. Esiti senza un risultato definitivo in cui si palesano spunti drammaturgici ancora in fase embrionale. Il valore dell’esperienza non sta nel dato artistico quanto nella possibilità di favorire un’interazione tra i giovani artisti nel confrontarsi a vicenda. Lo sguardo reciproco permette di crescere e maturare se l’esperienza vissuta darà modo a questi giovani appassionati, ma ancora in fase di crescita artistica, di ponderare al meglio le loro scelte e idee.

La giornata conclusiva del festival è stata interamente dedicata al Convegno “Che arte sarà? Proposte e idee per una pratica di teatro sociale del futuro”, reso possibile dal contributo finanziato dalla compagnia Teatro Ebasko, suddiviso per gruppi di lavoro e una seduta plenaria di restituzione. Una giornata intensa di studio e confronto tra esperti e operatori con l’intento di tracciare delle linee guida per un settore artistico attenta a darsi una sua identità precisa. Rumor(s)cena fornirà un resoconto completo dedicando uno spazio ulteriore a chi ha saputo portare a Modena un numero eccezionale di partecipanti (circa cento le presenze) significativo per aver dimostrato quanto sia importante lo scambio di esperienze al fine di una crescita culturale per un teatro che non è sociale fine a se stesso; ma opera contestualmente nella società a pari dignità di altre forme artistiche.

 

Trasparenze festival visto a Modena l’11, 12, 13 maggio 2018

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