Interviste — 24/05/2013 18:36

“Cogit-Azioni” sul Sapere del Corpo tra teatro ed etica. Intervista ad Andres Neumann.

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È il Professore Antonino Pennisi, direttore del Dipartimento di Scienze Cognitive, Dell’Educazione e degli Studi Culturali all’Università degli Studi di Messina, a introdurre gli interventi ospitati il 23 maggio nel corso dell’evento Cogit-Azioni: Il Sapere del Corpo, seminario che si colloca nelle giornate dedicate agli studi che coinvolgono teatro ed etica, a Messina e Capo d’Orlando fino al 25 maggio 2013, con il supporto di artisti e laboratori performativi. Pennisi focalizza l’attenzione sull’imprescindibilità di un’indagine onnicomprensiva della teoria della mente che non può e non deve fare a meno di prendere in considerazione il corpo per lo studio delle arti. Modelli rituali e modelli culturali sono evocati dal Professore Dario Tomasello, coordinatore del corso di laurea magistrale in Turismo e Spettacolo, che ricorda l’insegnamento di Edward Gordon Craig il quale invitava a riflettere su quella “teoria che viene dopo la pratica”.

Ben si colloca dopo queste brevi premesse l’intervento performativo del duo composto da Sista Bramini, autrice, regista, attrice, direttrice della compagnia O Thiasos Teatro-Natura, e dalla violinista Camilla Dell’Agnola. Con straordinaria collocazione, usando per palcoscenico il tavolo dei relatori dell’Aula Magna, le due artiste narrano di un sapere atavico e selvaggio, attraverso Il Mito di Atteone, mormorato dal suono di fronde che scaturisce dalle corde pizzicate dello strumento musicale e dalla voce della musicista. “Forse gli antichi erano più vicini di noi alla conoscenza” recita la Bramini, su ciò continueranno a dibattere l’ideatrice del progetto Giusi Venuti, con i professori Girolamo Cotroneo, Pippo Pagano e Pietro Perconti, spostando il problema in ambiti filosofici ed etici. Giulia Drogo ha allestito per l’occasione una mostra fotografica realizzata da Alessandro Licata, presentata da Francesco Parisi, focalizzando l’attenzione sulla dimensione visiva del corpo, ritratto in bianco e nero con sprazzi di colore qua e là collocati, come fiori che sboccino inavvertitamente.

 

Andres Neumann, produttore teatrale e artista, che a Firenze nel 1978 con la Andres Neumann International ha prodotto e coprodotto eventi come il Mahabharata di Peter Brook, Palermo Palermo di Pina Bausch con il Tanztheater Wuppertal e l’Amleto di Ingmar Bergman con il Dramaten di Stoccolma; è intervenuto nel corso del seminario coinvolgendo gli astanti in un delicato esercizio di ascolto mediato da una riflessione che confluisce nell’intervista che segue, realizzata prima dell’inizio dei lavori.

Può esistere una differenza decisiva, in una narrazione, che separi in essa l’uso della parola dal linguaggio del corpo, attraverso una modalità che passi attraverso il gesto e lo sguardo, piuttosto che dalla comunicazione vocale, come unica soluzione espressiva?

“Gli esseri umani hanno una caratteristica e una condizione che ben si può comprendere osservando un bambino. Quando nasciamo non parliamo ma poi con il passare del tempo il bambino comincia a dire delle parole. La comunità dei parlanti accoglie questa novità e così c’è un linguaggio del corpo ma ci sono anche le parole. C’è un livello di condivisione che passa dalla parola scritta. Il processo di umanizzazione per essere compiuto occorre che si possa esprimere a tutti i livelli e la parola prende il sopravvento, così avviene che si compia quel fenomeno del parlare o del comunicare.”

Cosa significa “parlare” o “comunicare” in ambito artistico?

“Lo scrittore usa parole per comunicare e parlare. Daniel Pennac nel suo Journal d’un corps racconta di un trauma in seguito al quale il protagonista decide di mettersi al servizio del suo corpo, deciderà così di fare appunto un journal, un diario diremmo in italiano, in cui raccontare e narrare il proprio corpo. Noi dimentichiamo di essere corpo, sentimento e mente. Questi tre livelli dell’essere si trovano quasi sempre nella nostra comunità ma non in armonia e non presenti contemporaneamente. L’arte deve essere in grado di fare un percorso di risveglio attraverso un’educazione che non passi attraverso un sistema.”

È ancora possibile oggi un “risveglio” della comunità?

“Pitagora lo sapeva bene che tutto consiste nella possibilità di recuperare il perduto. Da solo non lo posso fare, ma le istituzioni possono se cominciano a chiedersi cosa cercano. Quando siamo ragazzi sappiamo cosa cerchiamo ma poi ce lo dimentichiamo. La trasmissione e il recupero può avvenire solo attraverso l’esperienza. Bisogna studiare il passato. I misteri eleusini accoglievano diecimila persone che facevano l’esperienza del teatro contemporaneamente, tutte insieme. L’esperienza totale dei misteri coinvolgeva totalmente l’essere.”

Qual è il ruolo dei sensi in questa ricerca, della vista in particolare, così vicina all’etimologia di teatro da intendersi come visione?

“La vista è il senso del potere. È per eccellenza il senso imperialista.”

 

 

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