recensioni — 22/06/2016 20:50

Le marionette dei Colla e le Mucche di Hermanis: l’altra verità del Teatro

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MILANO – C’è un patto tacito fra attore e pubblico, in fondo è lo stesso che si stipula da bambini, quando si gioca a: “Facciamo che io ero il re e tu il mio scudiero?” E una volta concordato che quel pezzo di legno, è un cavallo, e quell’albero mezzo morto e rinsecchito il più spaventoso dei troll, non si torna più indietro. In fondo questo fa anche il teatro: gioca a stabilire accordi non scritti e poi tutto sta nel muoversi all’interno di questa griglia di norme invisibili. Coerenza, dall’inizio alla fine, e se qualche strappo o sbavatura c’è, non è tanto per eccesso di convenzione, ma, al contrario, per difetto di fantasia; per non aver saputo cavalcare fino in fondo le regole totalizzanti, che realmente ci trasformavano in re, principi, principesse o più moderni eroi da cartoon. “Teatro e verità”, quanti convegni, dibattiti, laboratori o riflessioni sistemiche su questo, eppure sembrerebbe un ossimoro. “Nel teatro si vive sul serio quello che gli altri recitano male nella vita”, diceva Eduardo De Filippo, quasi a sottolineare con nota struggente la prepotenza di un mestiere, che si paga. Pretende la totalizzante dedizione di una vita reale, pur ad onta del suo apparire evanescente come la più leggera e meravigliosa delle scatole magiche.

Macbeth Duncan-S-Camp

Macbeth Duncan-S-Camp

E’ sulla scia di queste riflessioni che è interessante parlare  di due spettacoli visti a Milano: lo shakespearino “Macbeth” rivisitato dalla compagnia marionettistica Carlo Colla e Figli, ( andato in scena dal 7 al 19 giugno) al Piccolo Teatro Grassi (il Teatro più celebre d’Italia), e “Black Milk” di Alvis Hermanis, in scena al CRT  (il 9 e 10 giugno scorsi). Due spettacoli accomunati da una tanto evidente distanza dalla realtà, quanto capaci, ciascuno a modo suo, di restituirci una verità, di cui nemmeno il più naturalistico dei teatri sarebbe probabilmente capace. Il primo racconta delle vicende dei coniugi Macbeth, lui salutato dalle “sorelle fatali” con titoli che ancora non gli appartenevano e reso omicida dalla foga di eliminare quanti ancora si opponevano a ché la sua scalata fosse completa. Il dramma dell’ambizione sfrenata e del demone che s’impossessa di chi non vuol sentir altra regione che quella che lo appella con titoli insperati e ambiti; il delirio à deux, che lega insieme, sangue e colpa, i due coniugi, ugualmente sprofondandoli nella catastrofica spirale, da cui non si salverà nessuno.

Macbeth e Lady Macbeth

Macbeth e Lady Macbeth

Il secondo restituisce spaccati dalla vivacità realistica e dalla prosaicità prossemica e descrittiva, quasi, della vita che fu nelle zone rurali della Lettonia. Lo fa attraverso la rievocazione schietta e a tratti pittoresca del rapporto fra il pastore e le sue mucche, nelle varianti di coppie di coniugi o individui singoli, la cui economia di sussistenza era basata sul possesso/cura di capi di bovini. Lo fa disegnando l’intero ciclo riproduttivo, senz’enfasi bucolica, ma con quel pragmatico lirismo, che lascia intravvedere una grammatica base di affetti e bisogno reciproci, senza che il rapporto in alcun modo si snaturi, pur nell’inevitabile dialogicità di vite vissute in contatto continuo e strettissimo. Due modalità differenti e per certo verso opposte. Nel primo caso la minuziosa ricostruzione – maniacale, quasi, per l’attenzione e la cura dei dettagli – di un mondo dichiaratamente falso. Popolato da marionette inermi, sì, ma poi la maestria e l’amore di Eugenio Monti Colla e della sua troupe di “pupari” sanno animarlo e accenderlo, rubando le voci di attori fini dicitori come Marco Balbi (Macbeth) e profondendosi in una moltitudine di marionette. Oltre 150, alcune identiche e differenti solo per l’abito, unica soluzione possibile per ottenere cambi di costume nei tempi rapidi imposti dalla narrazione. E poi scenari finemente disegnati, attenti al dettaglio della nervatura tremula del lampo che s’accende all’improvviso o della lunga notte che scolora dal profondo cobalto ai toni rosati dell’alba. Accattivanti nelle tinte sognanti della favola, nonostante la truculenza degli eventi rievocati, e meravigliosi in quel frequente triplicarsi tridimensionalmente, offrendo la magica sensazione di un mondo che si squaderna nella profondità di una complessità più che realistica.

Macbeth King Duncan

Macbeth King Duncan

Scenari arditi, che offrono spaccati dalle prospettive quasi alla “grand’angolo” o che non mancano di mostrarci tagli lunghi, in cui sfilano “comparse”, come in produzioni cinematografiche. Ma poi soprattutto loro: le marionette. Cesellate, rifinite, abbigliate, addobbate e finemente vestite; e finalmente fatte muovere con una leggerezza impensabile, se si considera il lavoro “in sospensione” dei marionettisti al di sopra del palcoscenico. Un mondo nel mondo: una bolla cristallizzata nel non-tempo della fruizione, quando quasi ci si scorda della convenzione, fagocitati, come si è, in quel caleidoscopio, che pur ci narra di vicende terribili e nella più fedele delle maniere.

Black Milk Alvis  Hermanis  foto di  Gints Malderis

Black Milk Alvis Hermanis foto di Gints Malderis

Tutt’altro scenario, nel secondo caso, dove gli attori sono in carne ed ossa e dove la scenografia è ridotta all’essenziale di qualche panca e secchi da mungitura, che diventano, all’occorrenza, pure sgabelli su cui sedersi nell’esercizio di questa funzione. Eppure l’effetto è non dissimile. Anche qui domina la convenzione, che, qui, c’impone di credere che quelle ragazze dagli svolazzanti vestiti a fiori siano niente di meno che delle mucche. Delle mucche hanno intanto enormi seni e fianchi forti, che i grossolani proprietari sfregano con la ruvida confidenza di chi detiene il diritto di vita o di morte di ciò che è suo. Come le mucche si appendono alle orecchie i triangolini gialli identificativi e si muovono, spingendo all’indietro l’enorme deretano e divaricando le gambe, in un’andatura sbilenca, ma sinuosa che restituisce a quelle bestie un’eco quasi antropomorfa. Come le mucche sgambettano e sfregano il muso sgraziato alla ricerca di un contatto prima che venga il tempo della macellazione. Già, perché non c’è poesia: non tanto in questa liason uomo/animale, quanto nell’essenza stessa del loro legame. “Do ut des”, in fondo. E Hermanis ce lo fa arrivare con tutto il lirismo – ma asciutto e senza smancerie – di un rapporto che è così così ancestrale e di sussistenza da non potersi concedere che momentanee deroghe. Ci racconta dell’intero ciclo produttivo attraverso la narrazione dei prosaici contadini, che se non lesinano una carezza alla loro mucca, non perdono mai di vista il fatto che è lì per procreare, produrre latte e, alla fine, andare al macello: talvolta solo il prezzo da pagare per poter comprare la bicicletta alla bambina. Fa pensare.

Black Milk - Alvis Hermanis foto di Gints Malderis

Black Milk – Alvis Hermanis foto di Gints Malderis

Fa pensare al ben differente tipo di rapporto che la nostra società instaura con gli animali da compagnia: surrogati di figli, in certi casi oggetto di cure e attenzioni che bimbi di altri Paesi neppure si sognano, ma, in fondo per altri rispetto ugualmente “usati”. Antropomorfizzati pure loro – vedi godibilissima scena de “La carica dei 101” – per un differente usum degli esseri umani, senza voler entrare nel merito di pratiche ben più disumane ed aberranti come quella della prostituzione animale. Così, mentre pestano i tremuli tacchi del vitellino che sta nascendo o ce ne vengono restituiti gli occhi vuoti della mucca, sotto il cui sguardo apparente inerme viene portato via il nato morto; mentre assistiamo alle intemperanze delle bestie in calore o alla quasi umana ricerca di un contatto da parte di animali, che non siamo più abituati a considerare nella loro componente affettiva, gli ottimi interpreti della compagnia esibiscono una mimica e dei tempi scenici ineccepibili e capaci, anche in questo caso, di lasciarci dimentichi della finzione.

Visti al Piccolo Teatro Grassi e al CRT di Milano il 9 e 10 giugno 2016

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