recensioni — 21/12/2018 10:03

Lo specchio pericoloso: la trilogia del tavolino di Rita Frongia

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RUMOR(S)CENA – FUORI LUOGO – LA SPEZIA – Al Dialma Ruggiero di La Spezia è andata in scena nella rassegna Fuori Luogo la Trilogia del tavolino di Rita Frongia. Una mini maratona di tre spettacoli: La vita ha un dente d’oro, La vecchia e Gin Gin, il primo per la regia di Claudio Morganti, gli altri due per la regia della stessa Rita Frongia.
Il vero protagonista è un tavolino intorno al quale si siedono dei buffi personaggi: una coppia di amici, o forse solo due viandanti che si sono seduti al medesimo tavolo all’osteria; un improvvisato e truffaldino maestro di vita ma anche un poeta alla ricerca di risposte e due sorelle. In scena pochi altri elementi, oggetti che prendono vita al tocco degli attori e che, animati, a loro volta danno energia inattesa alle parole.
Le luci sono essenziali solo quanto serve a illuminare il poco spazio nei pressi del tavolino. Tutt’intorno l’abisso nero, minaccioso, poco rassicurante. Non siamo da nessuna parte. Le coppie di personaggi si siedono e iniziano un gioco, come una strana partita a scacchi, il cui esito potrebbe essere nefasto. Se ne ha la netta sensazione.
La drammaturgia dei tre spettacoli sembra apparentemente innocua. Si ride parecchio, si rimane avvinti dagli strampalati ragionamenti, dalle battute caustiche, le assurdità, i nonsense. In questa selva di parole il pericolo striscia come serpe nell’erba alta. Vi è un che di velenoso in ciò che accade e si sente. La morte è in agguato. Ogni testo ha il suo cadavere, una porta oscura, un abisso entro cui sprofondare. I buffi personaggi che ci continuano a strappare delle risate sono pericolosi, posseggono una carica virulenta, ci potrebbero infettare con le loro miserie (o forse siamo noi a contagiare loro?). Si percepisce che tra scena e platea potrebbe verificarsi un illecito contagio.

Rita Frongia -Gin Gin

La lingua soprattutto è veicolo di trasmissione: i gramelot, i dialetti ci rendono familiare e divertente qualcosa da cui ci si dovrebbe guardare. Come una trappola per topi: qualcosa di piacevole ci attira e ci cattura. La telefonata del poeta in La vecchia in dialetto napoletano, quella dove spiega la ricetta per cucinare l’uovo sodo. Ci fa ridere, ma quella meraviglia dell’ovvio, quel magnificare la banalità non è nella nostra vita ogni giorno? E in Gin Gin, quel romanesco in cui si descrive la codardia con cui si abbandona il barbone investito non è la nostra quando facciamo di tutto per ignorare la sua presenza nelle strade?
Sembra anche che non vi sia un senso definito, che ognuno debba cercare per sé la sua conoscenza. I tre spettacoli sono come una sorta di oracolo: sta a noi l’interpretazione del vaticinio. Sarebbe inutile raccontarli, si fornirebbe solo la risposta che ne ha tratto chi scrive. È personale, privata. Qualcuno potrebbe obbiettare che è sempre così. Ognuno vede cose diverse, ma in questo caso vi è una volontà drammaturgica nel rendere misterioso ciò che accade, un arcano intrigante in cui le risposte sono volutamente multiple.

 

Rita Frongia Gin Gin

Le tre coppie di attori (Francesco Pennacchia e Gianluca Stetur in La vita ha un dente d’oro, Marco Manchisi e Stefano Vercelli in La vecchia, Angela Antonini e Meri Brancalente in Gin Gin) danno vita a tre universi molto diversi ma che hanno in qualche modo un DNA comune. È come se intorno al tavolino le partite che si possono giocare siano sì infinite ma sottoposte alle stesse regole.
La recitazione è molto fisica, il corpo gioca un ruolo fondamentale benché non ci si trovi certo di fronte a un teatro di movimento. Si sta seduti al tavolino, ma i movimenti, anche quelli minimi del volto o delle mani, forniscono consistenza e fisicità alle parole. In La vita ha un dente d’oro per esempio la semplice richiesta di farsi un bicchierino si trasforma in un concerto di suoni e di ritmi che ricorda gli esperimenti di Roger Waters. Così come l’inizio de La vita ha un dente d’oro, quel mischiare il mazzo di carte infinite volte in mille varianti – per una partita che non inizierà mai, è significante quanto un fiume di parole. Non si è dunque di fronte a una semplice messa in scena di un testo quanto un farlo vivere con il linguaggio proprio del teatro, quello del movimento di oggetti e persone nel tempo e nello spazio della scena. Un dire senza proferir parola e dove quest’ultima è elemento a se stante, indipendente ma che con il linguaggio fisico si accoppia in nozze felicissime.

 

Rita Frongia Gin Gin La vecchia

La recitazione possiede una certa liquidità, come se alcune parti siano mobili, passibili di variazioni improvvisate, come per esempio la lettura delle carte in La vecchia. Pare che il futuro venga letto proprio di fronte a noi, che la profezia valga per noi in quell’istante e in quel momento.
La trilogia del tavolino costruisce tre mondi in cui si viene cattura come da piante carnivore. Veniamo allettati dal riso per precipitare in un mondo sottosopra che assomiglia alla nostra vita quotidiana. I piccoli peccattucci, omissioni, vanità, codardie che ci accompagnano a ogni passo. Nessun delitto eclatante a tutta prima eppure il delitto si consuma sempre. Piccole macchioline che alla fine sporcano il quadro d’insieme e ci fanno come Amleto: passabilmente onesti ma colpevoli di tali cose che sarebbe stato meglio non stati partoriti.
La trilogia di Rita Frongia è dunque uno specchio molesto e disvelante. Sorride ma è un delinquente perché ci deruba della certezza di essere brave persone. Svela la nostra segreta immagine, ridicola e allo stesso tempo pericolosa.

Visto al Dialma Ruggero domenica 16 dicembre

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