Danza, Teatro, teatro danza — 21/09/2012 07:10

La Danza di Springs Forward a B.Motion si interroga sulla condizione dell’uomo. Bassano palcoscenico della danza europea

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Bassano ospitava la seconda edizione del festival Springs Forward, 15 titoli di altrettante performance di danza contemporanea, scelti dai componenti di Aereowaves. Una selezione tra ben 400 proposte arrivate al comitato internazionale presieduto da John Ashford. Una vetrina internazionale che ha animato la prima sezione di B.Motion, dedicata alla Danza e al Teatro. Colpiva innanzitutto l’atmosfera che circolava nei tre giorni in cui si è svolto il festival. Oltre 150 tra operatori e artisti provenienti da tutta Europa, in grado di dare vita a scambi proficui e intese per collaborazioni reciproche da costruire nei prossimi anni. Opera Estate di Bassano si distingue anche per offrire un contesto dove è possibile creare e non solo fruire di singoli eventi. Sui palcoscenici del Teatro Remondini e nello spazio del Garage Nardini si alternavano i singoli lavori presentati dai gruppi. L’impressione generale ricavata dall’assistere a tutti i 17 progetti, è stata quella di un fermento di idee che superassero la semplice costruzione di un percorso coreografico da portare in scena.

L’intenzione della maggior parte degli artisti era evidente: stupire oltre la normale dimensione di una rappresentazione fisica espressiva, facendo leva sull’emotività e su azioni che potevano collocarsi a metà tra la danza e il teatro performativo. Molti i messaggi di pessimismo su come viene vista una certa società, quasi a significare che anche l’artista è tra i primi a cogliere le contraddizioni di un’epoca in cui viviamo facendole sue, nel tentativo di stupire lo sguardo affinché si possa far parte di un dibattito che unisca tutti. I risultati ottenuti sono stati discontinui. Alcuni dei lavori presentati rischiavano anche l’autoreferenzialità dove veniva colta una difficoltà nel riuscire a decifrare il gesto, l’azione, l’idea stessa da cui originava la necessità di rappresentazione. Una concettualizzazione a tratti estrema a scapito dell’immediatezza del movimento.

Duet for two dancers (coreografia di Tabea Martin), con Stefan Baier e Rayn Djojokarso: danza molto ginnica fatta di contorsionismi estremi tra i due performer. Corpi che trovano giustificazione nel movimento accelerato e sempre teso ad uno sforzo spasmodico di lasciare segno di sé. Esibizione plastica e corporea al fine di esprimere il significato di essere un danzatore. Il corpo che parla del suo ruolo. L’ampiezza dello spazio del Remondini sembrava troppo vasto per un duo dotato di perfezione nel movimento, forse più adatto ad essere rappresentato in un contesto più circoscritto. La stessa sensazione la si provava per l’eccellente e suggestiva esibizione di Howool Baek, coreografa e danzatrice coreana/austriaca. Anche in questo caso la bravura estrema nel creare con il suo corpo una sorta di piattaforma dove far danzare le dita delle mani e dei piedi, avrebbe giovato maggiormente di uno spazio da “camera”, dove collocarsi al centro, e magari disponendo intorno il pubblico. Con il suo Nothing for body, la bravissima performer dava vita a sinuosi quanto impercettibili movimenti calibrato sempre sulla perfezione del dettaglio anatomico. Gli altri vedono di noi solo porzioni minime del nostro essere e il dettaglio, anche in questo caso, fa la differenza.

 

Nothing for body

Pulse è un frenetico e sussultorio omaggio alla vita vissuta in modo del tutto personale, fino a diventare un atto che supera ogni forma comprensibile per un essere umano. Più passa il tempo più il ritmo prende il sopravvento e il movimento dei perfomer Annina Lingens, Dwayne Toemere, Erwin Boschmans, Tim Senders, Indra Cauwels, coreografati da Jolika Sudermann. Il movimento individuale subisce un’omologazione che fonde i corpi in una specie di rito collettivo a cui dare sfogo ad ogni impulso. O qualcosa di più? L’impegno dei protagonisti è visibile là dove lo sforzo fisico e la coordinazione del movimento richiede una precisione che non ammette errori. Restava però la sensazione che una volta dimostrato il vorticoso susseguirsi della gestualità che accelera fino a diventare parossistica, non resti altro che un ottimo esercizio di stile. Alexander Andriyashkin| Project Mera, di stile ne possiede a quanto visto. Sa stare in scena e il movimento del suo corpo è sinuoso. Il suo intento è quello di voler comunicare ad ogni costo. Il pubblico diventa partecipe nel proporre, suggerire, indicare, ciò che il performer va poi a rappresentare. L’intento è dichiarato: “capire chi sono e cosa pensano veramente”. La danza è solo un facile pretesto per spostarsi su un piano dialogico che creai un’interazione diretta tra lui e lo spettatore.

Uno di questi viene anche coinvolto sulla scena e il risultato è quanto di più goffo si possa aspettarsi da un uomo che non ha padronanza del gesto e del movimento. I will try è parlato in lingua inglese e nella replica vista a Bassano la presenza di molti operatori stranieri ha creato sintonia nel capirsi a vicenda. L’esibizione non riusciva però a convincere del tutto, dimostrando più di appartenere ad un genere di teatro performativo superato nella sua concezione di abbattere la separazione tra scena e pubblico. Così come è accaduto alle Bolle Nardini di Bassano, futuristico ambiente adibito ad uffici della celebre distilleria Nardini, prestato come spazio teatrale molto inconsueto e per quanto assai originale. Qui si è esibita anche Francesca Foscarini con il suo Cantando sulle ossa. Se la suggestione era forte nel vederla scendere da una gratinata esterna ricoperta di verde fino ad arrivare allo spazio interno (troppo ristretto per la verità), la sua esibizione si basava sulla perfezione del movimento alla quale la brava performer ci ha abituato. Bravura che non è mai stata messa in discussione durante il suo assolo, ancora una volta in grado di “usare” il suo corpo snodabile creando figure plastiche nell’aria. Forse ci aspettava uno scarto in più nella sua esibizione, una creazione che andasse ad aggiungere elementi nuovi alla sua indubbia maestria di danzatrice. Elina Pirinen in Lover of the pianist riconduce la riflessione su come la danza contemporanea cerchi di uscire dai suoi schemi prefissati e tenti di aggiungere delle nuove idee.

Lover of the pianist

Il suo è un tentativo di destrutturare una creazione basata semplicemente sul movimento, creando un mix tra danza, canto (sfoggia un talento canoro notevole) e drammaturgia. La sua intenzione è quella di “dare vita ad un universo femminile giocosamente erotico..”. Il risultato è una frammentazione che si disperde in azioni/gesto/movimento/canto, a cui la performer cerca di dare senso attraverso la provocazione con il pubblico. Il risultato offre spunti per analizzare come gli artisti cerchino di trovare delle soluzioni anche meno estetiche puntando sulla diversificazione dei linguaggi. Il movimento come azione principale sulla scena ritorna con Basse Danse del gruppo ungherese Hodworks. I performer Emese Cuhorka Júlia Carai, Marco Torrice Csaba Molnár danno vita ad un’esplosione di energia che si propaga nello spazio. La coreografia di Adrienn Hód punta sull’espressività che amalgama corporeità e musicalità. Gesti anche distonici, impulsivi, scattano verso direzioni opposte, si incrociano e di separano. La loro esibizione cattura e convince. Sensualità e perversione, un binomio che accomuna Por sal y samba di Carles Casallachs. Danza che esprime positività e bellezza che declina in situazioni dove viene meno l’emozione suscitata dai corpi che si cercano, lasciando il posto ad una gestualità che vuole esprimere una connotazione sado-masochista.

 

 Hodworks

L’uomo (Carles Casallachs) si impone sulle due figure femminili presenti (Esther Arribas e Clara Saito), impone il suo potere maschile e domina il rapporto. Allo spettatore viene chiesto di partecipare come parteciperebbe un voyer attratto dal dualismo che la coppia esprime: dolore e piacere. Un cambio radicale di registro è Edit di Pablo Esbert Lilienfeld dove il perfomer è parte di un assemblaggio di segni, oggetti, manipolazioni, a cui lui cerca di dare un senso. La difficoltà nel recepire il suo messaggio viene da una sorta di autoreferenzialità (la caratteristica analizzata al principio) che non permette di capire a fondo cosa egli voglia esprimere. Si assiste ad una specie di “lezione”, spiegazione, creazione e azione, modulata sul corpo che “spiega” e ubbidisce ad un ordine che viene emanato da impulsi dettati dalla necessità di impartire dei comandi. Il lavoro del performer rischia di implodere nel suo stesso agire. Tra i progetti presentati a Aerowaves /Opera Estate B. Motion, Flatand (presentato in prima nazionale a Bassano) del coreografo israeliano Mor Shani, è quello più completo per ricerca espressiva, originalità, creatività. La scheda di presentazione riportava: “Lo spettacolo immagina un nuovo stato di percezione della felicità a partire da un’articolata indagine neuroscientifica che considera l’uomo energia pura”.

Por sal y samba 

Quattro performer in scena: Winston Armon, Jim Barnard, Jan Martens, David Vossen, dotati di quella energia sopracitata, in grado di esprimere al meglio le intenzioni del loro coreografo. Non si risparmiano concedendosi generosamente a tutte le richieste che fa di loro dei portavoce di una ricerca su come l’uomo possa esprimere la sua vitalità. La danza diventa un pretesto per testare reazioni neuromuscolari tali da sopportare anche anche il dolore fisico come atto di dimostrazione della superiorità della mente e del pensiero (positivo) rispetto ad uno stimolo sensoriale fisico, tattile. La felicità e l’armonia sono gli strumenti in grado di dimostrare quanto l’uomo sia energia pura. Niente lo può distruggere.

 Moscow

Energia allo stato puro era anche quella dei Veronal (formazione spagnola) nel dare vita ad una entusiasmante esibizione. Marcos Morau direttore e coreografo in Moscow plasma i corpi dei protagonisti (Lorena Nogal, Cristina Facco, Imma Asensio, Manuel Rodríguez, Núria Navarra) chiedendo loro di rappresentare visivamente cosa significa avere paura. Partendo dalla cultura della prestazione agonistica dei ginnasti sovietici, il gruppo da dimostrazione di quanto sia impossibile raggiungere un traguardo, se l’impegno viene imposto da regole di concentrazione rigide e claustrofobiche. La paura vince sopra tutto e l’esito è quello di corpi disarticolati che non rispondono più al volere superiore. La performance è quanto di più divertente e dissacrante si potesse ottenere. Talento e preparazione eccellente fanno il resto.

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