recensioni — 21/01/2017 19:25

Latella e l’ultima tentazione di Pinocchio: nichilismo cosmico?

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MILANO – Latella lo fa. In molte sue regie Antonio Latella, Premio Ubu 2016 per il Miglior spettacolo dell’anno con “Santa Estasi Atridi  Otto ritratti di famiglia”, ci ha abituati alla destrutturazione. Lo ha fatto ne “Il servitore di due padroni”, ad esempio, con quel finale catartico e liberatorio, in cui la falsità piccolo borghese viene dilaniata anche attraverso la furia dello smantellamento fisico della scenografia; e, ancora, in “Ti regalo la mia morte, Veronika”, con quel paziente, cadenzato e certosino lavoro di costruzione-e-poi-decostruzione dell’effige di Fassbinder, in filigrana e, di fatto, in controluce, a quanto si svolgeva nella scena portante dell’avan palco.

Similmente torna a farlo in questo “Pinocchio”, co prodotto dal Piccolo Teatro di Milano, in prima nazionale al Piccolo Teatro Strehler dal 19 gennaio al 12 febbraio. Eppure si tratta di un differente modo di decostruire: questa volta è il testo, quello che viene preso di mira in un millimetrico gioco di tradizione e tradimento.E’ curioso. Se la filosofia classica di avvaleva di un metodo atto a scandire una pars destruens (della tradizione), a cui far seguire una pars construens (espressione di un illuminismo ottimistico più o meno ante litteram), qui Latella fa esattamente il contrario. Con un’operazione, che sa tanto di rivoluzione copernicana, ribalta l’ordine dei fattori. E, com’è inevitabile, il prodotto cambia.

Così assistiamo a un primo tempo (più o meno fino all’impiccagione del burattino, come avviene nella favola di Collodi), che fedelmente ricostruisce la vicenda di Pinocchio, sia pur con pennelli e colori propri e sotto al costante nevicar trucioli che già dice accumulo, pars construens. A questo, segue un secondo tempo, in cui i tradimenti narrativi degli autori Antonio Latella, Federico Bellini e Linda Dalisi, riescono ad esaltare il non detto collodiano, inverandolo. E’ la bruma del camposanto a farla da padrone, nel secondo tempo, e notturni uccellacci del malaugurio, improbabili cerusici accorsi attorno al capezzale del burattino salvato dal cappio. Una luce lugubre e smorzata prende il posto dello sfolgorare pieno e impreziosito dal luccichio delle pagliuzze fluttuanti, che aveva dominato nel primo tempo. E la pars dentruens prende sempre più corpo.

 

Pinocchio Christian La Rosa foto Brunella Giolivo

Se il primo tempo, infatti, accentua e commistiona le cifre cultural-sociali di un’Italia costituita da un solo ventennio, in cui tutto è angoscia per quanto può accadere “al di là” dalla porta di casa, in un mondo che è irrimediabilmente caos e ingiustizia, fame atavica e insaziabile, imbroglio e un’insensibilità, che solo l’inconsapevole candore di quell’ “alieno”, che è il burattino, riesce in parte a vincere, ma in massima parte solo a minimizzare, nella ripresa gli indizi attentamente sparsi coagulano in quella, che è una visione senza dubbio personale, benché coerente e giustificata dall’ossatura drammaturgica. Così non si tratta tanto di un romanzo di formazione; qui, non è la storia di un burattino bischero e scavezzacollo e le (dis)avventure, che lo porteranno a diventare un ragazzo a modo, di quelli che ce n’è tanti. Sarebbe una storia già raccontata e forse proprio per questo nemmeno poi così interessante. Quel che Latella fa è partire da un asserto, che tuona fosco e severo come una maledizione: “Il regno è al tempo stesso l’albero e il seme, ciò che deve avvenire è ciò che c’è già. […] Ogni albero si riconosce dal seme”. E chi potrebbe mai scagliare la prima pietra? Nessun albero cattivo dà frutto buono e nessun frutto cattivo proviene da un albero buono”, sembra dire l’incipit e, nonostante i segni pacificatori del primo tempo (quel vestire i personaggi con dei pigiami anonimi e d’antan, come quelli dei bimbi sperduti della versione disneyana di “Peter Pan” o far calzare loro dei sandaletti con gli “occhietti”, di quelli che abbiamo avuti tutti, da bambini), nonostante i lazzi con cui si cerca di alleggerire e nonostante un apparente buonismo, che sembra premiare il giovane ancora incontaminato, il sapiente lavoro di drammaturgia dissemina anomalie quasi impercettibili, che solo nell’epilogo trovato spiegazione. Perché Mastro Ciliegia è contraddistinto dal color turchino, non a caso quello della Fata? Celeste la giacchetta, che indossa al di sopra del pigiamone ecrù, celesti i sandali e turchina la sua parrucca; blu è la punta del suo naso, come da testo, pur ad onta di quanto dica il suo nome. E perché è la stessa attrice (la convincente e versatile Anna Coppola) ad interpretarne entrambi i ruoi – oltre a quello del Tonno, in cui, ancora una volta vestita di turchino, sfoggia un abito finalmente intero, da cui con movimenti dalla lentezza subdola e inquitante, torna a far riaffiorare la latelliane denucia della pedofilia?

 

Anna Coppola, Christian La Rosa foto Brunella Giolivo

Tutto è morte. La Fata Turchina in effetti compare come la bambina morta e, quando ricompare, in effetti è morta alla sua giovinezza, diventata abbastanza donna da farti “quasi” da madre, dice al burattino. Morto è anche il Grillo Parlante/Fabio Pasquini, interprete ipnotico nell’impersonare un insetto fin da subito spettrale: abitante di quella stanza da cent’anni, puntualizza, contro ogni buon senso, e sempiterna coscienza del burattino, nonostante venga da lui ucciso fin dalle prime pagine. Lugubre, in fondo, è anche lo stesso Pinocchio/Christian La Rosa: un po’ bad boy, un po’ adolescente moderno, come il Grillo neppure lui indossa il pigiamone, ma veste in black total look. Maglietta e bermuda neri e armato di ginocchiere, gomitiere e guanti di protezione, che lo fanno sentire invulnerabile, non ha nulla del faccino d’angelo del Pinocchio birbante di Comencini e neppure di quello trasognante di Walt Disney. Nero, impaziente, spesso arrabbiato ed esaltato come un teen ager alla “Arancia Meccanica”, gioca a centellinare la sua presto perduta ingenuità.

Suo contraltare è un Geppetto/Massimiliano Speziani, che, come sempre, sa modulare in modo sorprendente le sue corde. Istrionico nella scena iniziale, in cui cerca di acchiappare l’idea, sa trasformarsi in una maschera tragica, quando il figlio gli scappa di mano, smanioso di andar a vedere quel mondo, che lo terrorizza tanto, sa cristallizzarzi nell’immobilità inquietante del pedofilo, nella scena, in cui Latella ci offre la sua agghiacciante rilettura de il paese dei balocchi.

Completano il cast Marta Pizzigallo (Colombina/lumaca), Michele Andrei (Gatto/Arlcchino/Padrone del carro), Stefano Laguni (Volpe/Pulcinella) e Matteo Pennese (musico), questi i loro ruoli proncipali, ma, soprattutto, ottimi “servi di scena”, la cui costante presenza sul palco, anche nei momenti in cui non erano chiamati a una battuta propria, ha certamente contribuito ad aggiungere peso ai comprimari, oltre che agevolare il mirroring del publico. Un Pinocchio gotico, quello di Latella, che mentre invoca il suo babbino-bambino e fatica ad articolare la parola mamma, che tutti i bimbi invece dicono per prima (ma lui bambino non è, bensì burattino), si fa via (per me si va… è il suo tormentone), verità (lui che pure nell’immaginario identifica la personificazione della bugia) e vita. Ma quale vita, lui che è più un artificio che un essere vivente, lui che non può morire, perché forse non è mai nato davvero?

 

Christian La Rosa, Massimiliano Speziani foto Brunella Giolivo

Nella rissa iniziale Geppetto e Mastro Ciliegia si accapigliano, discuisendo sul senso del fare (l’azione demiurgica del plasmare un sostrato pre esistente), che è altro dal creare ex nihilo: e, forse, è proprio la vita, l’ultima tentazione impossibile di questo Pinocchio cristologico, che vanamente si fa via. “Per me si va… fra la perduta gente!”, è quel che in fondo riecheggia fin da subito, in quei tuoni spaventosi che già ci parlano di morte nella titanica sfida ancestrale fra un padre/principio normativo e una madre/potnia, ma in fondo crudele. Tale l’accusa d’essere la Lumaca, nonostante Pinocchio la chiami buona; illuminante la sua risposta: “Non sono buona, ma ti voglio bene”.

E chi di noi, in fondo, non potrebbe dire la stessa cosa? Se la bellezza salverà il mondo, l’amore spesso non basta a a farci belli.

Visto al Piccolo Teatro di Milano, il 19 gennaio 2017.

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