Teatrorecensione — 20/07/2012 08:51

Petito e Blok uniscono la farsa napoletana e il teatro simbolista russo. I Punta Corsara vestono le maschere di Pulcinella e Sciosciammocca

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La sfida è una di quelle in cui uno di solito si gioca tutta la sua credibilità. Il rischio che hanno voluto correre i giovani attori di Punta Corsara è stata quella di affidarsi alla migliore delle tradizioni napoletane: la maschera di Pulcinella e del suo massimo interprete: Antonio Petito (figlio di un altro celebre Pulcinella, Salvatore e di Peppa, impresaria di un baraccone per spettacoli popolari. Antonio detto Totonno ‘o pazzo per la sua vitalità), e contaminarlo con il teatro del poeta russo Aleksandr Blok, capofila del movimento simbolista e autore di Balagancik (il baraccone dei saltimbanchi) che lo stesso Mejerchol’d portò sulle scene e da cui Stravinskij e Diaghilev ne trassero il baletto Petruska, divenuto celebre in tutto il mondo. Blok fu il primo che unì le maschere dell’Arlecchinata, la metaforicità del simbolismo e lo stile liberty. Ad unirli con felice esito ci sono riusciti i Punta Corsara, capaci di un “arrembaggio” tra due scritture così diverse tra loro, ma in fin dei conti accomunate da una stessa matrice che si rifaceva alla Commedia dell’Arte.

Il risultato è “PetitoBlok o il baraccone della morte ciarlatana”. Un caleidoscopio rutilante di quadri scenici dove i due protagonisti Pulcinella e Felice Sciosciammocca finiscono nella mani di un Ciarlatano napoletano esiliato nei teatri d’avanguardia di San Pietroburgo, che una volta tornato in patria, si prodiga per far fuori dalle scene Pulcinella e Felice, entrambi affetti da una atavica fame. Maschere tragicomiche espressione di un’umanità dolente e impaurita. La loro è una continua fuga dalla paura e dalla miseria nel frenetico tentativo di sfuggire alla Morte che li vuole impiccare e togliere la maschera. Al loro posto si imporrebbe Colombina, una marionetta meccanica bella quanto priva di carattere. Via il teatro posticcio dove tutto si gioca sulla farsa e sugli sberleffi, largo al teatro simbolista russo ma il gioco si fa complicato e più il tentativo fallisce e più la finzione scenica si basa su espedienti che ritornano alle origini della stessa farsa. Niente di più esilarante. Pulcinella e Felice rappresentano l’ultimo baluardo di una tradizione secolare che resiste alle avanguardie e ai loro stessi autori, scatenando una baraonda dove tutti si rincorrono in gag scoppiettanti. La finzione si mescola alla realtà senza più distinzione.

Lo spettacolo è vivace e sempre ricco di sorprese, dove gli attori danno prova di una maturazione artistica acquisita per tappe (dal Convegno al signor de Pourceaugnac fino all’esaltante esperienza di Capusutta con il Teatro delle Albe a Lamezia Terme) guidati dall’efficace regia di Emanuele Valenti. Il testo drammaturgico di Antonio Calone che assembla Petito e la sua “anarfabetica scrittura scenica” – così viene definita dalle note di regia dove la r sta probabilmente per anarchico e analfabeta – a Blok. Due culture che più distanti di così non si può ma efficaci per costruire un meccanismo ad orologeria perfetto. L’irrompere sulla scena di Giuseppina Cervizzi nei panni della Morte da subito la misura di quanto sia vitale l’idea che i Punta Corsara hanno del teatro, caratterizzazione fisica ed espressiva dei personaggi, recitazione calibrata senza mai andare sopra le righe. Il Pulcinella di Vincenzo Nemolato evita l’errore di fare il verso alla celebre maschera ma coglie solo un’iniziale ispirazione, restituendo una sua personale interpretazione. Christian Giroso è Felice Sciosciammocca (maschera inventata da Eduardo Scarpetta) che rende con abilità il ruolo di uno che si meraviglia di tutto, credulone, ingenuo a tal punto da rasentare la stupidità. Sciosciammocca in dialetto napoletano sta a significare colui che sta a bocca aperta. Scioscia (soffia) mmocca (in bocca): da qui respira a bocca aperta. Valeria Pollice fa una Colombina da sembrare una statuina da carillon ruotando su se stessa. Ha una mimica che la trasforma in bambola meccanica dallo sguardo trasecolato.

Giovanni Vastarella è cialtronesco quanto basta per farsi passare per il personaggio antipatico qual’è esaltandolo bene. Ritmo energico, una scena scarna quanto funzionale, aste che servono a creare dei ring, dentro i quali i “combattimenti”, si rivelano come un gioco delle parti a cui è impossibile non partecipare emotivamente. Le incursioni tra il pubblico che viene coinvolto danno vita a buffe improvvisazioni. I costumi lussuosi di Daniela Salernitano assumono, a loro volta, una funzione drammaturgica capaci di esaltare i singoli ruoli. La regia potrà perfezionarsi ulteriormente con una razionalizzazione del finale che al debutto dava l’impressione di sdoppiarsi.

PetitoBlok

Il baraccone della morte ciarlatana
liberamente ispirato alle opere di Antonio Petito e Aleksandr Blok

drammaturgia Antonio Calone
regia Emanuele Valenti
con Giuseppina Cervizzi, Christian Giroso, Vincenzo Nemolato, Valeria Pollice, Giovanni Vastarella
costumi | Daniela Salernitano
spazio scenico| Emanuele Valenti, Daniela Salernitano
maschera di Pulcinella| Marialaura Buonocore
disegno luci | Antonio Gatto
aiuto regia | Antonio Calone
organizzazione| Marina Dammacco, Rosario Capasso
produzione| Punta Corsara | 369gradi | Armunia/Festival Inequilibrio

 

Visto al Centro Artistico Il Grattacielo di Livorno il 6 luglio 2012

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