recensioni — 20/05/2017 10:01

In attesa che si compia “L’esecuzione” per una vita senza futuro

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BOLOGNA – Aspettando che venga eseguita l’esecuzione capitale, la condanna a morte. In attesa che si compia,  ti scorre davanti tutta la vita che hai trascorso. Ma a quell’uomo al centro della scena è stato privato  della vista: sul viso ha uno straccio insanguinato che copre i suoi occhi. Cieco e reso monco senza più le mani. Legato ad una sedia da una corda è in evidente stato di prostrazione e sottoposto a indicibili sofferenze che li sono state procurate prima della sua fucilazione. Intorno a lui macerie provocate da uno sconquasso tellurico che ha distrutto tutto: sono resti di una civiltà che si è sgretolata irreversibilmente. Il prigioniero è un soldato che pagherà con la sua vita la colpa di aver disertato. C’è una donna vicino intenta a cucire alla quale è stato affidato il compito di sorvegliarlo. Custode di un tempo che fu. Tutto appare come un qualcosa di irreale, di metafisico, straniante per avere tutte le caratteristiche di un luogo/situazione/ presenza fisica, che fatichiamo a identificare, ma che nel corso della narrazione si comprende come sia più un’evocazione di qualcosa di immaginato e fantasticato. Ci si immerge in un vortice che trascina sempre più verso abissi oscuri, rimandi metaforici dove tutto si dilata in mille rivoli narrativi. L’autore de “L’esecuzione”, nuova produzione ERT /Teatro Stabile di Genova, visto al Teatro Arena del Sole di Bologna, è Vittorio Franceschi che si misura  anche come protagonista  assieme a Laura Curino. Memore di un passato ormai lontano che ha perso definitivamente ogni possibilità di rinascita, come scrive Renato Palazzi nell’introduzione al testo edito da Cue Press: « … l’impressione di un’apocalisse già avvenuta, in un paesaggio di rovine dove, con le cattedrali, sono crollate tutte le certezze, (…) il tono in sé di queste suggestioni, più che le situazioni da cui esse scaturiscono, evoca rivolgimenti spaventosi, irreparabili. »

 

 

foto di Luca Bolognese

Non c’è nessuna possibilità di riscatto, di sovvertire l’ordine delle cose, di evitare la fine che incombe, spettrale come è la Morte che avanza inesorabilmente. La fine dell’esistenza è ineluttabile e l’uomo appare come predestinato ad una sorte infausta da cui egli stesso non ha mai fatto nulla per evitarla. «Un’uscita dalla vita, che lo ha spinto non a rinunciare alla vita, ma a sottrarsi a quell’infernale fase evolutiva o involutiva che sta facendo della vita (scrive ancora Palazzi) qualcosa di diverso da ciò che conosceva, a cui non vuole o non sa adeguarsi». Vengono evocate calamità bibliche, abolizioni di massa di generi di prima necessità, agiti collettivi che appaiono come un tentativo di annientamento della specie umana, metaforiche azioni come quella di riversare l’inchiostro nei fiumi.

I dialoghi tra l’uomo e la sua strana custode che gira le lancette di un orologio a cucù per procrastinare all’infinito l’esecuzione di cui si sa solo che verrà eseguita da un plotone di bambini. È un’attesa infinita come se il tempo venisse continuamente fermato e le lancette riportate all’indietro. Questo per permettere al condannato e a quella che Palazzi lancia il sospetto che «forse, invece, è solamente una suscitatrice dei ricordi altrui, incaricata di spingere i condannati a ripercorrere i punti nodali della propria esistenza, a fare i conti col passato». L’uomo che deve fare i conti con il suo passato, costretto suo malgrado a farsi un esame di coscienza e Vittorio Franceschi crea una sorta di lettura a doppio livello: un esterno/interno, in cui il fuori è la rappresentazione del male in cui l’essere umano ne è l’artefice, lo scontro titanico tra fedeli e infedeli “cristiani e saraceni”.

 

foto di Luca Bolognese

Un’apoteosi di violenza che poterà alla distruzione totale della Terra. Macerie e rovine che vediamo sulla scena sono i resti stratificati di civiltà che si sono susseguite e che vengono elencate in modo disorganico e alla rinfusa da Laura Curino (a cui va dato merito di essere una presenza attorale di altissimo spessore), unendo Babilonia a cimiteri dei Celti, postriboli, stanze segrete per le torture, reggia azteca, in un infinito ammasso di rimandi storici – geografici/spazio -temporali. Genesi e morte della vita che si è elevata ai massimi sistemi per poi implodere rovinosamente. L’altro piano di lettura diventa un dentro interiore: un “viaggio al centro dell’uomo” paragonandolo al più celebre viaggio descritto da Verne che racconta la discesa all’interno della Terra. Qui Franceschi ridiscende dentro se stesso, entra nelle viscere e negli organi interni (ancora non inibiti dalle mutilazioni dei sensi esterni) alla vana ed esasperata ricerca della sua anima, il nucleo sacrale incontaminato. L’intento salvifico riconducibile ad una forma di regressione che nel testo è sempre presente sottotraccia. La purezza e il sublime cercati lì dove tutto si contamina di sangue, di umori corporei, di virulenti malattie. Non è altro che la rappresentazione stessa della materia di cui siamo fatti. Un testo come l’Esecuzione si presta a molte interpretazioni, giocando sui registri metanarrativi e senza mai condurre verso una fine che si presti ad una soluzione definitiva. Resta sempre il dubbio, l’alone misterioso di qualcosa di irrisolto perché è l’uomo che non sa cosa accadrà, come finirà e quando se accadrà mai, la chiamata per essere condotto davanti ai suoi giustizieri. Il tormento di non poter prevedere più nulla giunti al capolinea della vita.

foto di Luca Bolognese

 

Interrogativi esistenziali. Vittorio Franceschi li esplicita perfettamente nella condizione di prigioniero immobile a cui non è stata privata la libertà del pensiero finché potrà respirare. Tra ideazione della messa in scena dove si nota una cura particolare dell’allestimento e la generosa prova dei due protagonisti (fisicamente impegnativa per Franceschi nel suo immobilismo fisico) , il contributo registico di Marco Scaccialuga da l’impressione di voler restare neutrale rispetto alla scrittura drammaturgica, lasciando totale libertà alla parola, senza nulla aggiungere alla potenza immaginaria del testo che si presta ad una lettura dove l’immaginazione sconfina in qualcosa che ci attira e allo stesso tempo spaventa. La vita.

L’Esecuzione

di Vittorio Franceschi
regia Marco Sciaccaluga

personaggi e interpreti
Il disertore Vittorio Franceschi
La guardiana Laura Curino

scene e costumi Matteo Soltanto
luci Vincenzo Bonaffini
musiche Andrea Nicolini

Produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione/Teatro Stabile di Genova

Visto al Teatro Arena del Sole il 7 aprile 2017

 

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