recensioni — 19/05/2018 15:08

Potere al popolo? I Cavalieri di Aristofane nella lettura originale di Roberto Cavosi

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BOLZANO – I Cavalieri di Aristofane è una commedia dall’intento satirico nei confronti  del malcostume  politico, che imperversava ai tempi del drammaturgo nella società ateniese: “Ingiuriare i mascalzoni con la satira è cosa nobile. A ben vedere significa onorare gli onesti”, così si esprimeva il commediografo e reso visibile con stile grottesco e sarcastico per prendere di mira Cleone, affarista senza scrupoli, ricco commerciante di pelli fornite all’esercito greco, in palese conflitto d’interesse per via del suo ruolo di governo oltre ad essere a capo del partito democratico di Atene, città in cui risiedeva anche Aristofane. La politica corrotta cerca di sedurre il popolo con promesse che oggi potremmo definire “contratti di governo” da esibire agli elettori, e nei “I Cavalieri” è il fulcro su cui è costruita la vicenda: politicanti senza scrupoli, ambizioni smodate, la smaccata ipocrisia nel pensare ai propri loschi affari nel mentre si esercita il ruolo istituzionale di governo.

Un’equazione tra il proprio privato e i benefici della collettività. È il 424 a.C. quando Aristofane sceglie di recitare egli stesso nella Commedia, forse costretto dal rifiuto da parte di altri attori di interpretare il personaggio di Paflágone, ispirato a Cleone, il politico maggiormente in vista ad Atene. La trama è una metafora feroce e critica contro la classe politica ateniese. Due servi del vecchio Popolo detestano Paflàgone, un altro servitore che si è conquistata la fiducia e i favori del loro padrone, lusingandolo a tal punto da potersi concedere ogni libertà. Un oracolo predirà l’arrivo di un salsicciaio pronto a tutto nell’affrontare il rivale, spalleggiato dal coro dei cavalieri. Minacce e insulti, aggressioni fisiche, ogni mezzo è lecito anche con l’offerta di prelibatezze culinarie. Trionfa la demagogia di così basso livello da suscitare reazioni di disgusto ma il Popolo non è cosi ingenuo e il suo scopo alla fine era quello di punire chi dimostra di essere disonesto. Sono passati secoli eppure nulla sembra cambiato, se si guarda al presente , nel come la politica appare sempre più una gestione privatistica e indifferente nei confronti del prossimo.

 

Risulta efficace la scelta di proporre I Cavalieri con la formula del voto del pubblico, titolo selezionato a Wordbox Arena 2017 – progetto ideato da Walter Zambaldi direttore del Teatro Stabile di Bolzano -, e affidata alla regia di Roberto Cavosi che ne ha curato anche la traduzione e l’adattamento del testo. Una scelta di estrema attualità, segnata da un presente storico caratterizzato da un divario apparentemente insanabile tra chi esercita il potere politico e chi lo subisce. Cavosi opta per una riduzione del testo riducendo le parti più retoriche; a beneficio di una versione più snella e fluida, ambientando la vicenda in un anonimo spazio post industriale squallido e degradato (la scenografia funzionale è di Andrea Bernard), fatiscente e cupo nei suoi colori grigiastri. È qui che la legalità, la democrazia, l’onestà di una società democratica subiscono l’onta di essere svenduti: valori depauperati a danno dell’etica che sta indicare il concetto di bene comune, a cui riferirsi, inteso come principio ispiratore dell’agire per se stessi ma, soprattutto, nei confronti della collettività. La sua origine di matrice antropologica risale ai primi studi delle scienze politiche greche e romane – per giungere all’era moderna, attraversando il pensiero di discipline, tra cui quella della filosofia.

 

foto di Tommaso Le Pera

La versione messa in scena al Teatro Studio del Comunale di Bolzano permette di cogliere con leggerezza, l’avvicendarsi delle azioni miranti alla conquista del potere, fin dal tentativo di destituire Paflágone (Fulvio Falzarano lo interpreta con esaltazione tale da rendere il suo personaggio cinico e subdolo, un uomo privo di ogni remora al limite della decenza), per consegnare lo “scettro” del comando ad un salsicciaio di professione, dai toni beceri da apparire quasi un coatto abitante di una periferia sub urbana, rozzo e arrogante (Antonello Fassari godibile e ottimo comprimario nel prestarsi al ruolo di usurpatore). Si assiste ad una mutazione interessante: il mestierante di un livello sociale assai basso si trasforma in un aspirante conquistatore scaltro e ambizioso, tanto da farci ricordare certi politici della prima e seconda Repubblica. Lo spettacolo è un continuo crescendo giocoso a tratti simili ad una commedia dell’arte con continue incursioni nel nostro presente: dal gioco del calcio iniziale, un prologo spassoso fino all’esibizione musicale con tanto di chitarra elettrica suonata da uno strampalato personaggio rockettaro che sbuca fuori da un cassonetto dei rifiuti. È lo stesso Aristofane interpretato da Emanuele Dell’Aquila, a cui viene assegnato il compito di guidare l’andamento della storia intervallando con la sua verve artistica i passaggi più salienti della trama.

 

Nani Falzarano Fassari foto di Tommaso Le Pera

 Il regista sceglie di alleggerire con atmosfere pop e inserti che si prestano ad un genere riconducibile ad un genere cabaret, ludico – comico, dove il rischio a volte è quello di virare eccessivamente sul versamente parodistico caricaturale, ma la struttura complessiva tiene per l’aderenza al portato originale del pensiero drammaturgico, complice un ritmo vivace, reso possibile anche dall’impegno chiesto agli attori (generosi nel loro darsi in eclettiche prestazioni recitative), a cui il regista affida ruoli da caratteristi, per esaltare la forza satirica della commedia: i due servi Loris Fabiani e Michele Nani; il Popolo di Andrea Castelli, uno stralunato vecchio preso per la gola per la sua voracità e ingordigia (il popolo se lo sfami diventa mansueto..?), ma sarà lui poi a decidere alla fine chi scegliere tra i contendenti. Sul finale appare la Tregua nella bella esibizione di Sara Ridolfi.

Ottenere il consenso mediante la manipolazione si serve di ogni mezzo lecito e illecito. Vinca il migliore appare desolatamente solo un utopistico desiderio…

 

 

Traduzione, adattamento e regia di Roberto Cavosi

Con Antonello Fassari, Fulvio Falzarano, Giancarlo Ratti, Andrea Castelli, Emanuele Dell’Aquila, Michele Nani, Mario Sala, Loris Fabiani, Sara Ridolfi.

Scene di Andrea Bernard
Costumi di Elena Beccaro
Luci di Massimo Polo
Musiche di Emanuele Dell’Aquila.
Produzione Teatro Stabile di Bolzano

 

Visto al Teatro Studio Teatro Comunale Stabile di Bolzano il 3 Maggio 2018. Repliche il 21 Bressanone, 23 Vipiteno, 25 Brunico, 27 Merano

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