recensioni — 18/08/2019 08:21

Moby Dick del Teatro dei Venti: “la rappresentazione dell’impossibile che diventa realtà”.

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RUMOR(S)CENA – TRASPARENZE FESTIVAL – TEATRO DEI VENTI – MODENA – Moby Dick  e il capitano Achab salpano per una nuova avventura con la “nave” che il Teatro dei Venti ha realizzato: un binomio perfetto per favorire la “navigazione” di un’impresa artistica come quella ideata da Stefano Tè in grado di attraversare anche gli oceani per giungere dall’altra parte del mondo. Moby Dick farà scalo domenica 18 agosto (ore 19) nell’Arena Geotermica di Larderello (in provincia di Pisa), nell’ambito del Festival delle Colline Geotermiche, organizzato da Officine Papage. Reduce da spedizioni recenti in tutta Europa (da Modena a Lecce,da Londra alla Germania, fino a raggiungere Bogotá in Colombia nel 2020: «Faremo dieci repliche nel mese di aprile nella Plaza de Toros de Santa Maria nell’ambito del Festival Iberoamericano. Anche in questo caso sarà coinvolto il territorio tramite laboratori – spiega il regista Stefano Tè – che condurrò insieme ad alcuni attori della mia compagnia. Saranno presenti in scena cento bambini dei quartieri poveri e venti rifugiati. Due repliche saranno riservate ad associazioni e strutture che lavorano con bambini delle periferie, con i senzatetto e con i rifugiati interni vittime della guerriglia e dei paramilitari».

Moby Dick è metafora del peregrinare alla ricerca di un’esistenza totalizzante, sfidando il mare e le sue tempeste, il rischio dei naufragi, l’incessante  lotta per la sopravvivenza e la caccia infinita, ossessiva alla balena. Un’avventura dove la vita e la morte si rincorrono a vicenda. «Venti marinai, venti uomini, venti anime percuotono grandi botti di legno che rimbombano avide, in attesa del grasso di balena. L’aria si squarcia e vibra. Il ritmo scandisce il lavoro dell’equipaggio in un febbrile cantiere navale. Asse dopo asse, sagole, cime e palanchi, i marinai iniziano a costruire la nave. Scheletrica, irreale. È il nostro Pequod – scrive nelle note di regia Stefano Tè – e Moby Dick porta in piazza la nave del capitano Achab e la sua ossessione per la Balena bianca, con una grande macchina teatrale e un cast di 20 artisti, tra attori, musicisti, acrobati e macchinisti teatrali. Il Teatro dei Venti prosegue la sua ricerca artistica negli spazi urbani con uno spettacolo che entra in relazione con i luoghi che lo ospitano, sviluppando i temi di un classico della letteratura mondiale. L’ambientazione marinaresca ed epica del romanzo di Melville incontra il suono arcaico delle botti della tradizione di Macerata Campana, in un lavoro costituito dalla riflessione filosofica sull’ignoto, dalla contaminazione tra linguaggi da occidente a oriente e dall’uso di grandi macchine teatrali».

 

MOBY DICK @IleniaTesoro

Una sfida che il Teatro dei Venti ha saputo realizzare con grande sforzo creativo (quanto economico), lavorando intensamente per anni su un progetto finalizzato alla costruzione di un’imponente macchina scenica capace di trasformarsi da carro con funzione di palcoscenico a veliero per poi ruotare e diventare balena. Un rovesciamento non solo scenografico ma una funzionale drammaturgia visiva nell’intento (riuscito) di raccontare l’epica di una storia universale. Moby Dick è la celebre opera letteraria scritta da Herman Melville pubblicato nel 1851 (nel 2019 ricorre l’anniversario della sua nascita avvenuta duecento anni fa). Romanzo ispirato alla vera storia e tragica della baleniera Essex, colata a picco nel 1820 nell’Oceano Pacifico per la collisione con un gigantesco capodoglio, il cui equipaggio riuscì a salvarsi ma dovette poi affrontare alla deriva un’impressionante serie di disavventure fino all’estrema decisione di uccidere a sorte uno tra di loro per potersi sfamare. Solo alcuni dei naufraghi riuscirono a salvarsi.

Moby Dick nella versione teatrale di Stefano Tè si avvale dell’adattamento drammaturgico di Giulio Sonno, capace di restituire tutta la valenza del dramma e lo sforzo umano per evitare di soccombere nei confronti di forze avverse e molto più potenti. Il debutto, avvenuto a Modena nell’ambito del festival Trasparenze del mese di maggio scorso, (“Muovere utopie” questo il titolo scelto per l’edizione 2019), ha determinato la possibilità di uscire dal suo perimetro territoriale in cui è stato ideato, facendosi conoscere in altri festival dedicati al teatro di strada, acrobatico e performativo, mantenendo sempre la caratteristica che contraddistingue il Teatro dei Venti: l’assemblaggio di diverse componenti artistiche a partire dalla preparazione fisica atletica su cui il regista opera con grande determinazione nell’intento di plasmare il corpo-attore come elemento portante e inclusivo della narrazione-testo-recitazione. Lo sforzo in questo caso si va ad associare alla costruzione scenotecnica imponente, progettata da Dino Serra e Massimo Zanelli, dove il designer incontra la meccanica e l’ingegneria ispirata da un segno artistico espressivo il cui risultato è impressionante per fattura artigianale di alto livello e manovrabilità. La movimentazione avviene a vista e l’ingranaggio capace di evolvere progressivamente è mosso da tutti gli artisti contemporanemente chiamati ad assumere il ruolo di macchinisti di scena. Non una semplice mansione tecnica ma componente fondamentale dell’azione drammaturgica tesa ad esaltare la narrazione. Spasmodica, frenetica nell’incedere verso il traguardo di un’impresa fuori dal comune, titanica e allo stesso tempo ammantata di eroismo inteso come spinta propulsiva ai fini dell’azione.

 

MOBY-DICK@Ilenia Tesoro

Commistione di linguaggi per la guida  registica di Stefano Tè  capace di coniugare con esito armonico senza mai eccedere. La drammaturgia si avvale anche di inserti da Qohélet ( o Ecclesiaste, un testo contenuto nella Bibbia ebraica e cristiana) e dall’opera Faust di Goethe (nella traduzione di Guido Ceronetti e Franco Fortini), scelte operate da Giulio Sonno tali da determinare un respiro maggiore alla profondità del romanzo di Melville. Suggestioni e mito si fondono insieme contestualizzando nella storia universale l’ascesa febbrile dell’uomo verso una meta irraggiungibile al punto di perire consapevolmente senza per questo seguire l’istinto di sopravvivenza. Ricerca incessante nel darsi una risposta al suo agire così frenetico, ossessivo: Achab sfida la balena come un guerriero pronto ad immolarsi pur di non cedere le armi al suo nemico. Lotta impari che diventa rappresentazione di una lucida follia in cui lo spettatore viene catturato: l’entrata del carro – palco trascinato da pesanti funi tirate dagli attori – detenuti del carcere di Modena e Castelfranco Emilia (Stefano Tè opera all’interno dell’istituto carcerario da anni attivando laboratori permanenti e rappresentazioni teatrali), immagine emblematica del lavoro stremante a cui erano sottoposti i marinai della baleniera.

Preceduta dall’arrivo di ottanta bambini delle scuole elementari di Modena. Il regista assembla per quadri espositivi a forte impatto visivo la partitura fisica – espressiva, accompagnata dall’esecuzione musicale dal vivo (eseguite da Luca Cacciatore, Igino L. Castelgrande e Domenico Pizzulo), diffondendo sonorità cadenzate e timbriche che danno il ritmo ai movimenti coreografici e acrobatici di un cast “equipaggio” formato da artisti di varie estrazioni ma altamente coeso ed affiatato: Oksana Casolari, Marco Cupellari, Daniele De Blasis, Alfonso Domínguez Escribano, Federico Faggioni, Talita Ferri, Francesca Figini, Alessio Boni, Davide Filippi, Hannes Langanky, Giovanni Maia, Alberto Martinez, Amalia Ruocco, Antonio Santangelo, Mersia Valente, Elisa Vignolo.

 

Foto di Chiara Ferrin

La traversata metaforica di un viaggio che asssume connotati di un’ avventura epica e mistica, che sale vertiginosamente fino ad arrivare all’epilogo in cui i venti coraggiosi marinai si prodigano per portare la loro nave al sicuro: «percuotono grandi botti di legno, che rimbombano avide, in attesa del grasso di balena. L’aria si squarcia e vibra. Il ritmo scandisce il lavoro dell’equipaggio in un febbrile cantiere navale. Asse dopo asse, sagole, cime e palanchi, i marinai iniziano a costruire la nave. Scheletrica, irreale. È il nostro Pequod. Per tutto lo spettacolo si avvicendano lotte, fortunali improvvisi, allegre scorribande; emergono caratteri, affiorano storie» – spiega ancora  Stefano Tè – facendo del suo Moby Dick una parabola in cui si innestano visioni evocative, laceranti nella sua potenza e portano lo spettatore a farsi trascinare in una sarabanda di suoni, luci e movimenti fino a quando apparirà in tutta la sua ingegnosa traasformazione un ventre di balena: il temibile leviatano, un mostro degli abissi marini che lo stesso Melville associa al capodoglio, la balena bianca.

Da un punto di vista allegorico rappresenta qualcosa di simile al “caos primordiale” , alla forza sprigionata da un’entità incontrollabile e indomabile, e ancora, espressione biblica della stessa volontà divina del Creatore. Il Moby Dick del Teatro dei Venti nella sua laicità e libera interpretazione in una sintesi ideativa e artistica che collima tra pensiero drammaturgico e direzione registica. La rappresentazione vista a Modena è stata l’occasione per presentare in anteprima (riservata) della proiezione di “Moby Dick o il Teatro dei Venti” , film documentario diretto da Raffaele Manco, basato sulle riprese nel back stage della produzione. Un’opera artistica collaterale allo spettacolo degno di essere presentato nei festival cinematografici e/o documentaristici per la sua originalità e autonomia artistica ricca di spunti riflessivi sull’intero progetto. Una sorta di compendio del “dietro le quinte” di un allestimento, definito da Gerardo Guccini dell’Università di Bologna «riuscito nell’impresa di far esistere qualcosa di impossibile..» – parlando al termine della visione del docu-film: «il romanzo Moby Dick diventa un luogo totalizzante dove l’attore ha la possibilità di mettersi a confronto con se stesso all’interno della sua collettività. Una sorta di mappa e un luogo fatale in cui l’attore si rispecchia. Il teatro assume la possibilità di diventare portatore di un messaggio da condividere. Moby Dick richiede una capacità attoriale diversa dal consueto, più fisica e le stesse coreografie – prosegue il docente universitario – diventano drammaturgie. L’opera acquista una potenza visionaria in cui l’individuo si misura». Guccini ha poi analizzato una delle scene più evocative del primo studio che si e’ tenuto in piazza Roma a Modena avvenuta nel 2018. L’arrivo del carro – palcoscenico trainato dagli attori detenuti non riusciva ad avanzare nonostante lo sforzo fisico eccezionale. Si vedono gli attori scendere dalla struttura lignea e aiutare a spingere fino a quando le ruote riprendono a muoversi. Una difficoltà tecnica non prevista. «Il peso della macchina scenica tale da impedire l’avanzamento poteva sembrare un atto registico intenzionale e non un vero impedimento. L’enorme sforzo fisico invece ha risolto il blocco e la volontà di non cedere dove il mio pensiero è stato quello di invocare un “Santo” chiamato in soccorso. Invece era tutto vero e quello che è accaduto aveva un senso compiuto così da trasformare l’imprevisto in qualcosa di sensato». Oggi a Larderello Moby Dick darà nuovamente dimostrazione della sua esistenza.

 

Visto al Festival Trasparenze di Modena il 4 maggio 2019

replica 18 agosto ore 19 Arena Geotermica di Larderello (provincia di Pisa), Festival delle Colline Geotermiche

 

 

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