Teatrorecensione — 18/03/2012 at 15:37

Un’orgia pasoliniana di corpi e di poesia. I Teatri di Vita di Bologna dedicano un omaggio al regista e drammaturgo

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Una cripta immersa nelle tenebre, un altare su cui consumare un sacrificio, muscoli tesi come pesci vivi, crocifissi laici, catene, parole parole parole. È un’orgia pasoliniana di corpi e di poesia, di gesti e di ricordi, quella che si consuma ai Teatri di Vita di Bologna  per la regia di Andrea Adriatico. Un rito misterico che affonda le sue radici nell’arcaicità e negli anfratti più animaleschi e originari dell’essere umano. Divorati dalla nostalgia per il tempo in cui le cose aderivano agli oggetti senza alcuna interferenza, in cui i padri erano dominatori e le madri cagne sommesse e obbedienti ma legati a doppio filo alla terra che abitavano, due giovani sposi, nella notte di Pasqua, cercano nella sessualità estrema le tracce di un passato fatto di fisicità, di corpi e di cose. Di un tempo lontano in cui “nessuno aveva cose da dire eppure il mondo risuonava di voci”. Di quell’Italia contadina rustica e viva di cui Pasolini denuncia la scomparsa a causa di un modello post-industriale omologante e grigio.

Attraverso un rituale macabro che vede l’uomo dominare la donna a sua volta istigatrice impassibile e coriacea del suo carnefice, i due disperati borghesi tentano di sfuggire alla vuota verbosità del loro tempo. Soli nel loro utilizzarsi a vicenda come mero strumento di estremismo fisico, i due “cullano l’idea di morte al fine di dimenticarla”, per citare una piccolissima porzione di un testo sovrabbondante che si fa tanto più rapido e inafferrabile alla memoria quanto più estrema diviene la partitura fisica. In un crescendo di martoriamenti fisici, di masturbazioni accennate si giunge al tragico epilogo della prima parte che vede la donna, nuda e stremata, incatenata mani e piedi all’altare, crocifissa sul suo letto e illuminata da fari laterali anch’essi cruciformi.

Il secondo atto, asimmetricamente più breve rispetto al primo si apre con una nuova figura femminile. Una ragazza giovanissima che da dominatrice sessuale diviene vittima, non consenziente stavolta, di un uomo sempre più furioso nel suo tentativo di oggettivizzare la sua presenza attraverso la sessualità cruda e crudele. Non più silenzi e gemiti lievi ma urla disperate di una donna ammanettata e violentata. Carni umane sempre più spogliate e sempre più esposte. Masturbazioni reali. Corpi grondanti di sudore vero, odoroso. In un finale dai ritmi concitati l’uomo completamente nudo indossa gli abiti femminili abbandonati dalla giovane in fuga. Con una lucidità esasperata controparte della sanguigna follia che gli protubera dagli occhi prepara il suo patibolo. Ancora una volta una croce, fatta di catene stavolta.

Impotente di fronte all’impossibilità di salvezza l’uomo decide dunque di cedere al suicidio. Ma fasciato in abiti non suoi, come se l’alterità potesse, in qualche modo, suggerire a chi verrà dopo una via di fuga dal mondo omologante del progresso economico. Come se gli oggetti, stravolti nella loro funzione, potessero riguadagnare un valore. D’altronde, il suono di campane festose che accompagna il suicidio, promette forse, resurrezione. Luogo deputato allo svolgimento di questo lungo rituale doppio, la camera dei due giovani sposi, disegnata da Andrea Cinelli come una cripta sotterranea. Il letto, giaciglio d’amore, deformato in senso longitudinale in forma d’altare, diviene crogiuolo di dolore e di morte. Tavolo anatomico su cui sezionare le carni e i pensieri dei due disperati amanti.

Gli spettatori, disposti in due file parallele ai margini dello strettissimo tunnel, inconsapevoli co-celebranti del sacrificio rituale, si ritrovano ingabbiati in uno spazio claustrofobico a contatto diretto con la violenza, con le nudità chiazzate di lividi, costretti a percepire il soffio dei respiri, il guizzare ansimante dei corpi, il sudore delle membra, il disgustoso fluire della saliva che scivola da bocche affannose unite in viscidi baci. Con un procedimento di Artaudiana memoria, Adriatico comprime gli spettatori in un’angosciante atmosfera di inquietudine, di incertezza, di pericolo. A ogni tuono le lame che trafiggono il corpo della donna fanno trasalire i sensi, a ogni scatto dell’uomo si sussulta, a ogni ferrigno rumore di catena che striscia si vibra di terrore, come se la violenza mossa nei confronti della donna toccasse tutti, come se calci e pugni potessero colpire chi osserva da un momento all’altro. Bravissima Francesca Ballico, perfetta nel suo ruolo di moglie borghese votata alla decadenza e di vittima volontaria del sacrificio umano che si perpetra sulla scena. L’attrice offre allo spettatore un corpo nudo martoriato, inerme, umiliato, fatto a brandelli. E contemporaneamente proferisce parole spiazzanti, fredde, straordinariamente pulite, fragranti nella loro dizione, estranee alla violenza cui è sottoposto il corpo da cui sgorgano.

Magistrale l’interpretazione di Maurizio Patella che costruisce una partitura fisica e vocale precisa fatta di microgesti controllati e parole distillate. Una partitura disturbata da colpi di tosse insistenti e squarciata da improvvisi scatti di aggressività che si fanno progressivamente più frequenti e più feroci. Come se la violenza gli fosse imposta dall’interno, da un ventre che l’attore si palpa continuamente con le mani come a trattenere qualcosa, da un istinto incontrollabile che anela al basso, al ruvido della terra, alla carnalità più bestiale. A quella fisicità della vita tanto rimpianta da Pasolini.

Rumor(s)cena dedica ad Orgia una doppia recensione. Due punti di vista critici a distanza di tempo ravvicinato. Sguardi diversi per età, generazione, sensibilità, formazione. Un esperimento come forma di confronto dialettico e culturale senza nessuna pretesa per cercare facili consensi.

 

Orgia uno spettacolo di Andrea Adriatico

di Pier Paolo Pasolini

con Francesca Ballico, Maurizio Patella, Monia Fucci

Visto ai Teatri di Vita di Bologna l’11 marzo 2012

 

leggi la recensione di Roberto Rinaldi

http://www.rumorscena.com/2012/03/18/orgia-vittima-e-carnefice-legati-da-catene-che-imprigionano-la-vita/

 

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