recensioni — 16/06/2016 21:02

Storie di donne che raccontano vite al femminile

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MILANO – “Quello che le donne non dicono”, cantava, Fiorella Mannoia, anni or sono. In antitesi a questa façon, sempre più numerose e brave, le mattatrici che, one woman show, salgono sul palco ad evocare i mondi e le situazioni più differenti. Lo fanno con un’idea ben precisa, alla base e, forti solo della loro voglia di dire, giocano con qualche abito o pochi oggetti di scena, ma, soprattutto, con quel rodato mestiere senza il quale non potrebbero reggere l’oltre ora e mezza di rappresentazione.

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Due efficaci esempi di tutto ciò, proprio nei giorni scorsi, a Milano: “Temporaneamente tua” di e con Greta Zamparini, caodiuvata da Federica Bognetti alla regia e da Lara Guidetti alla coreografia, al Teatro Libero  ( in scena dall’8 al 14 giugno), e “Love is in the hair” di e con Laura Pozone, regia condivisa con Marta Erica Arosio, supervisione artistica di Walter Leonardi, ( in scena dall’11 al 14 giugno)  al Teatro della Cooperativa. Due spettacoli decisamente differenti, d’inchiesta, il primo, brillante, il secondo, a involontariamente convergere su di un medesimo pensiero condiviso: non esistono schemi – o “schematismi”? – a priori e non è il genere teatrale a delineare la consistenza di ciò di cui si sta parlando. “Ridendo e scherzando, pure Pulcinella diceva la verità”, del resto, è lezione già da tempo acquisita, “ché ridere, soprattutto, è cosa umana”, scriveva Rabelais.

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Temporaneamente tua”, il titolo riecheggia quello del libro-inchiesta di Elisabeth Bernstein, giornalista americana del “Wall Street Journal”, è il risultato scenico di un’operazione ben precisa.  Riprende  in modo proprio i monologhi di “Malamore” di Concita De Gregori, cogliendo anche dall’esperienza personale della Zamparini – il volontariato presso “Segnavia” della Fondazione Somaschi, che la vede al fianco di donne vittime della tratta -, oltre che da blog, in cui giovani escort condividono la loro esperienza.  L’autrice/attrice, mette   tutto insieme, usando il fil rouge della favola, dalle suggestioni noir “Scarpette Rosse”. Ci traghetta in una terra di mezzo, che non è solo fiaba, ma neppure è soltanto cronaca, mantenendoci sospesi in un interregno, in cui sospeso resta anche il giudizio, perché non esiste una verità soltanto.

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Lo fa scivolando, convincente e leggera, grazie anche a regia e coreografie fisiche e capaci di soluzioni di continuità dalle dissolvenze spesso danzate, attraverso la testimonianza di sette personaggi femminili. Sono storie, che, come cocci di specchio rotti, isolano e assolutizzano, quasi, quei micro portati. La mamma/narratrice, Cristina l’antropologa, la escort, Marina ragazza dell’est, Pamela dall’ombrello scarlatto, Ira che legge la lettera del cliente e poi la piccola Dalia: le sette donne vengono ottimamente caratterizzate, evocate e restituite senza enfasi e senza patetismo, pur nella vivacità delle declinazioni, ma con un tono che del racconto della favola mantiene il distacco del narratore. Sette cammei recitati in modo sorprendente, modulando una parola ricca, arguta e mai banale, pur non rinunciando a soluzioni brillanti (il “caffè” di Marina), esilaranti (l’intervista dell’escort “in servizio”) o toccanti (lo straziante, ma composto racconto di Dalia, la ragazzina rom vittima di tratta). Restano sempre capaci di fare cerchio attorno alla questione dell’attribuzione del valore di sé da parte delle stesse donne, perché non sono solo gli sguardi cosificanti degli uomini, quelli da stigmatizzare; sono le donne stesse, che, loro per prime, devono trovare una giusta alchimia fra autostima e accettazione.

Love is._.lavaggio

Tutt’altro smalto, invece, per “Love is in the hair”. Anche qui una suggestione – pop, in questo caso, come pop vuol apparire questo monologo brillante. Strizzando l’occhio all’assonanza fra “air” e “hair”, il titolo volge in gioco il pur fresco motivetto a tema romantico. Una non meno trasformista Laura Pozone, dallo spettro vacale sbalorditivo, ci accompagna per mano nell’azione colorata e corale di cinque donne (più “lui”, il titolare), a cianciare, apparentemente, dal parrucchiere. Eh, già, perché se il cliché prevede che non si facciano che chiacchiere vacue, l’intento dell’autrice è quello di mandare a gambe all’aria ogni asserto surrettizio. Così, prima caratterizza con pochi, ma efficaci tratti i suoi personaggi e, poi, li mette a reagire – come in un’ampolla da piccolo chimico – nel vuoto spinto di un limbo, inaspettatamente spalancato dal capriccio del Genius Loci. Canzonando Sartre, Proust, Pirandello, Strehler, la pubblicità e tutti i tic dei teatranti e i topoi della ricerca sociologica, costruisce un meccanismo ad orologeria capace di far esplodere il pubblico in scoppi di ilarità, sì, ma anche in lampi di sinapsi capaci di accendere risate intelligenti. Ci rivela che per fare la sciampista non occorre per forza essere sciocca o muoversi al tempo di sleng rap: pure una laureata in filosofia potrebbe esserlo (o no?), ché, certo, è un modo del tutto dignitoso di sbarcare il lunario. Ci mostra che, probabilmente, dietro all’allure della grande attrice apparentemente inarrivabile potrebbe nascondersi la solitudine della donna in declino o, al contrario, che la goffa e dissacrante donnona delle pulizie, magari invece lei ce l’ha, il tepore di un nido domestico, in cui l’attendono un marito innamorato e figlioletti trepidanti; e che non è legge incontrovertibile che per essere parrucchieri bisogna essere anche gay. Si ride – tanto -, ma poi ci si ragiona.

Laura Pozone1

Così non possono non notarsi quel medesimo modo di saper incantare il pubblico – mestiere, certo, ma poi anche una modulazione empatica, in barba ad una quarta parete che decisamente non sembra più esistere – e di voler raccontare la realtà, nei monologhi delle due attrici. E non importa se si sceglie di farlo facendo ridere o piangere – non sono, riso e pianto, del resto, le due maschere del teatro? Quel che balza all’occhio è un’altrettanta convinzione della bontà della propria operazione e una medesima voglia di far arrivare al pubblico il proprio messaggio: impegnato o faceto che sia, ma in nessun caso meno che intelligente. Del tutto analoga anche la capacità di tratteggiare i personaggi: pochi e perfettamente leggibili tratti e poi consegnarli al pubblico, per farli vivere con la concretezza e le piccole idiosincrasie delle persone di tutti i giorni. In entrambi i casi due lavori ben fatti, accuratamente pensati e portati in scena con generosità e mestiere a restituire al pubblico il senso e il piacere di una serata a teatro.

Visti il 12 e 14 giugno al Teatro Libero e della Contraddizione di Milano.

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