Danza — 16/01/2017 17:39

“I am beautiful”: l’incontro della danza con l’opera scultorea

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CATANIA – Quando nel 2012 Roberto Zappalà presentò il suo lavoro sullo scultore ottocentesco Rodin (“Rodin, l’uomo, la sua musa”) apparve chiaro che la sua opera portava alla luce un movimento interiore, fecondo di sviluppi, che era certamente di questo coreografo, ma in fondo è proprio della struttura profonda della danza contemporanea. Ovvero la continua, insopprimibile tensione, tra la fascinazione per quel determinato corpo, gesto, movimento in sé: dal concreto all’astratto, dal fisico al metafisico. Una tensione, evidentemente, che il confronto tra danza e scultura acuisce e rende bruciante, laddove si osservi che il dinamismo interno, implicito o potenziale di un’opera scultorea è forse la qualità che di quest’arte colpisce maggiormente e in positivo. “I am beautiful”, è la quarta tappa del progetto “Transiti Humanitatis”, ultima creazione di “Zappalà danza” che, dopo aver debuttato al “Teatro Comunale Abbado” di Ferrara, il 18 marzo scorso, è andata in scena al Teatro Bellini di Catania, nella città d’origine e d’ispirazione primaria del coreografo, il 4 e il 5 gennaio 2017 scorsi. In in veste di danzatori e interpreti, Maud de la Purification, Filippo Domini, Sonia Mingo, Gaetano Montecasino, Adriano Popolo Rubbio, Fernando Roldan Ferrer, Claudia Rossi Valli, Ariane Roustan, Valeria Zampardi. Le musiche originali di Puccio Castrogiovanni eseguite dal vivo dai Lautari (Puccio Castrogiovanni, Salvo Farruggio, Marco Corbino, Gionni Allegra, Salvatore Assenza), l’editing di Salvo Noto. Particolarmente preziosa, come sempre nella fisionomia di questo ensemble, la presenza di Nello Calabrò, dramaturg dei lavori di Zappalà. Calabrò è una presenza contemporaneamente interna ed esterna alla compagnia: un antenna che coglie stimoli, soprattutto dal cinema e dalla poesia (in questo caso Baudelaire), e li tramuta in interlocuzione creativa coi danzatori e con il coreografo.

crediti foto di Serena Nicoletti, Giuseppe Distefano.

Una coreografia importante perché, appunto, porta a perfetta maturazione quella intuizione di cui si diceva prima: in fondo la danza altro non è se non la scelta attiva di una determinata ed esteticamente compiuta direzione di movimento; nel contesto di una potenzialità infinita che urge ancora nei corpi dei danzatori e, probabilmente, nella stessa volontà creativa del coreografo. Una scelta necessaria che però non elimina, anzi accoglie e valorizza, la tensione (vitale e vibrante) per le altre, infinite, potenziali altre scelte che si sarebbero potute compiere. In questa tensione si trova la bellezza, la sua presenza transitoria, la sua misteriosa inafferrabilità, il suo essere insieme seduzione e ironia, parola essenziale e silenzio stupito. Così si dispiega una costruzione coreografica che parte dagli sguardi dei singoli danzatori per raggiungere, in un ritmo che la musica dei Lautari sa riempire di battiti, sangue, strade, passi ed energia, l’insieme della compagnia e poi lo sguardo del pubblico:  ed è qui che si rivela forse l’unico difetto (esterno, per la verità) di questo spettacolo, ovvero l’inadeguatezza strutturale del palcoscenico del Bellini per questo tipo di creazioni artistiche Il grande teatro è magnifico ed è bello vedere la città riunirsi in esso nel nome della danza, ma è troppo vasto il palcoscenico e i danzatori, che giustamente sono anzitutto interpreti, è necessario guardarli negli occhi.

crediti foto di Serena Nicoletti, Giuseppe Distefano.

Visto al Teatro Bellini il 4 gennaio 2017

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