Danza — 15/10/2019 09:30

Instrument Jam, o del buon uso del passato.

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RUMOR(S)CENA – INSTRUMET JAM – CATANIA – Sono diversi anni ormai che il coreografo catanese Roberto Zappalà realizza i suoi lavori con notevoli dosi di saggezza e di esplicita consapevolezza politica. È un segno chiarissimo che s’intreccia nella poetica di questo artista alla ricerca di una sempre più marcata e sicura pulizia del gesto coreografico. Tolti questi elementi di senso, d’altro canto, qualsiasi esperienza artistica rischia di estinguersi in afasia e futilità. Non si tratta di dare messaggi o risposte definitive, di collocarsi sempre su chissà quali barricate, ma di comunicare la consapevolezza profonda dove un qualsiasi prodotto d’arte nasce e cresce in dialogo con l’umano e, al contrario, non può nascere o collocarsi in uno spazio vuoto di senso, di memoria e di storia. Questa la breve premessa per indirizzare sulle giuste coordinate, l’operazione artistica di rivisitazione del coreografo che sta conducendo dentro lo spazio del suo pluridecennale repertorio. Che cosa significa rivisitare un repertorio di produzioni artistiche e rileggere delle coreografie così importanti; da far sì che negli anni questa compagnia ottenesse risultati straordinari a livello nazionale e all’estero?

 

Instrument Serena Nicoletti

Si dia pure per scontata l’utilità concreta e posseduta di affrontare riletture di questo tipo, nell’approntare un insieme di proposte artistiche, varie e proposte da una compagnia che gioca la sua partita su uno scacchiere internazionale. Ciò che conta davvero è, però, capire il senso profondo di questa operazione di rielaborazione del proprio repertorio. Ci vengono in aiuto due segnali offerti da Roberto Zappalà inviati al pubblico, in apertura della Stagione 2019/20 di Scenario Pubblico di Catania: aver voluto intitolare “Maturità” questa stagione e aprirla con “Instrument Jam”, una riproposta attualizzata di “Instrument 1. Scoprire l’invisibile” (del 2007), uno dei suoi spettacoli più potenti, riusciti e replicati in assoluto. Una coreografia totalmente al maschile (anche se nella parte iniziale i danzatori si presentano en travesti), da un lato ripercorre tutta una serie di luoghi comuni appartenenti al sostrato più popolare della cultura siciliana (le filastrocche di senso oscuro, le madri nere, addolorate ma capaci di crudezze, i gesti criptici e omertosi, la generosità dell’approccio alla vita e al rapporto con gli altri, il suono del marranzano), dall’altro riflette ancora, con potenza ed eleganza di tratto, su una dimensione della danza che allude e crea senso piuttosto che imitare o descrivere. Ma ciò che convince maggiormente è quello che potremmo definire il trattamento dei singoli quadri della coreografia di partenza: ognuno di essi viene riletto e riproposto con un’esattezza, una pulizia di tratto, una energia che inducono a pensare come dodici anni di repliche, di pensieri, di variazioni, di danza, davvero non sono passati invano.

 

 

Ritroviamo infatti ogni quadro della scrittura originale ma con una profondità ulteriore e diversa, non solo perché i danzatori (in parte significativa gli stessi del 2007) sono ben più maturi, ma soprattutto perché si intravede una idea interessante e solida del rapporto col passato. Ecco il cuore di questa operazione: ciò che è stato costruito e proposto come costruzione corografica, non è soltanto passato, ovvero memoria, appunti, fatica, ricordi, letture critiche, immagini, filmati. Il trascorso di una coreografia, di uno spettacolo teatrale, di un’esperienza artistica, prima d’essere tradizione e memoria storica, critica e ricerca estetica, è la sostanza della vita interiore, della consapevolezza, della capacità di emozionarci senza restare in superficie. Il gesto coreografico dodici anni fa stupiva, divertiva, trascinava, oggi colpisce per la sua solida eppur svagata precisione, per la sua naturalezza colta senza citare o peggio ancora con l’autocitarsi. Qualcosa di simile si può dire anche delle musiche: il virtuosismo di Puccio Castrogiovanni al marranzano è straordinario perché capace di potenza e distaccata ironia su sonorità che avrebbero facilmente potuto scadere nel già sentito e già detto o, peggio, nel folklorismo e così potrebbe dirsi dei tamburi di Peppe Di Mauro e dell’hang di Salvo Farruggio.

Instrument Jam visto a Scenario Pubblico Catania il 21 e 22 settembre 2019

 

 

 

 

Coreografia e regia Roberto Zappalà, musica originale (live) di Puccio Castrogiovanni,  testi di Nello Calabrò. Danzatori: Adriano Coletta, Alain El Sakhawi, Adriano Popolo Rubbio, Roberto Provenzano, Antoine Roux-Briffaud, Fernando Roldan Ferrer, Salvatore Romania. Ai marranzani Puccio Castrogiovanni, ai tamburi Peppe Di Mauro, allo hang Salvo Farruggio. Luci, scene e costumi di Roberto Zappalà. Realizzazione di scene e costumi Debora Privitera. Una produzione Scenario Pubblico/ Compagnia Zappalà Danza – Centro di Produzione Nazionale della Danza | con il sostegno di MIBAC e Regione Siciliana Assessoratoto del Turismo, Sport e Spettacolo. Crediti Fotografici: Kasia Chmura e Serena Nicoletti

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