recensioni — 15/07/2018 10:58

Studio su Storia di un oblio: la ferocia nascosta che ci uccide

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RUMORSCENA – CATANIA- È proprio vero, non c’è sulla terra una bestia che può essere più feroce dell’uomo: non è mai esistita. Occorre educarsi sin da bambini a questa realtà, a conoscerla e saperla guardare negli occhi, perché, quando essa si materializza, si presenta nella nostra vita – è può accadere – occorre essere moralmente attrezzati nel riconoscerla e, se lo si ritiene, a opporsi ad essa, superando paura, temporaneo spavento, viltà, pigrizia, desiderio di quieto vivere. Può capitare che aggredisca un uomo solo ma la sua vittima preferita è sempre l’umanità intera. È quanto viene immediatamente da pensare in relazione nell’assistere a “Studio su Storia di un oblio”, lo spettacolo che Roberto Andò ha costruito e diretto a partire da un racconto di Laurent Mauvigner (tradotto da Yasmina Melaouah) e fatto interpretare a Vincenzo Pirrotta, solo in scena col pubblico seduto circolarmente. Interessante anche il luogo scelto per questo debutto, la grande e antica Sacrestia lignea della chiesa di San Nicolò l’Arena a Catania: un gioiello barocco di impressionante bellezza che probabilmente ha segnato sia l’ispirazione del regista, sia quella del protagonista. Appare straniante infatti la sproporzione tra la sovrabbondante ricchezza di significazioni, tipica del migliore barocco, e l’assoluto, esibito vuoto di senso di quanto accade in scena.

Cosa accade? Un uomo è seduto accanto al cadavere di suo fratello in una specie di intima e lacerante veglia funebre che poco alla volta si trasforma nel racconto di come quell’uomo sia stato assassinato. Quattro vigilantes hanno assassinato a furia di botte un uomo reo di una banalità, colpevole soltanto di aver rubato una lattina birra nel supermercato di un grande centro commerciale. Si potrebbe considerare quasi un innocente “non gesto” nel contesto di “un non luogo”. Un errore umano quell’omicidio? No di certo: le quattro guardie sanno che cosa stanno facendo mentre lo picchiano selvaggiamente quel giovane uomo, mentre a calci e pugni lo spingono a morire. La brutalità di quella violenza è come se li ubriacasse, inebriasse di un sapore lontano eppure riconoscibile, ancestrale, sorprendente tanto per loro che picchiavano quanto per la vittima sbigottita e ridotta a un irriconoscibile ammasso di sangue e piaghe. Uno spettacolo che facilmente sarebbe potuto scivolare nel patetico e/o cadere nella condanna moralistica della violenza gratuita, ma che Andò e Pirrotta sanno tenere ben al di qua di qualsiasi facile retorica, in rigoroso equilibrio, gestendo con attenzione la notevole presenza scenica dell’attore, attraversando la vicenda e lasciando trapelare, istante dopo istante, il baratro delle significazioni che essa può rivestire. Dal vuoto morale assoluto della post modernità all’ancestrale bisogno del sangue del nemico (anche solo istantaneo e casuale). Alla fine il collegamento che viene proposto tra questa vicenda di finzione teatrale e la reale vicenda della tragica violenza subita da Stefano Cucchi nel 2009, non aggiunge molto a quanto questo lavoro è capace di suggerire, ma non appare superfluo e ci spinge a riflettere ancora più seriamente sulla spaventosa e continua presenza della violenza, non solo nei grandi eventi degli stati e delle società, nelle guerre, nelle tragedie che riempiono i notiziari, ma nella nostra intima, personale, distratta e assai spesso banale quotidianità.

Studio su “Storia di un oblio”

Visto nella Chiesa di San Nicolò L’Arena, a Catania. Testo di Laurent Mauvignier ©Les Editions de Minuit, traduzione di Yasmina Melaouah, casa editrice Feltrinelli, regia di Roberto Andò, con Vincenzo Pirrotta Costumi di Riccardo Cappello, luci di Salvo Costa, regista assistente Luca Bargagna. Produzione del Teatro Stabile di Catania. Crediti fotografici: Antonio Parrinello.

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