Recensioni — 15/05/2017 at 22:26

Fratelli contro a Siracusa

di
Share

SIRACUSA – C’è un effetto che gli spettacoli Inda di Siracusa suscitano immancabilmente: una diffusa riflessione meta-teatrale sulla possibilità stessa che i testi della drammaturgia antica greco-latina possano essere portati in scena oggi. Analisi che, in modi diversi e certo con gradi diversi di profondità, supera la prassi e investe gli artisti che si esibiscono, investe gli studiosi del mondo antico, i critici, la stampa specializzata e incrocia in qualche modo il pensiero intellettuale di molte altre persone; una riflessione che di necessità finisce col travalicare il mero fatto teatrale: ci si chiede quale rapporto dobbiamo e possiamo avere col passato, se la velocità e la complessità, che caratterizzano la cultura contemporanea, ci consentono davvero di ascoltare la voce dei classici e se questa voce, pur interrogata con attenzione e ascoltata con rispetto, può dirci veramente cose che ci riguardano con necessità. Questi interrogativi invitano alla ricerca rispettosa, sollecitano studio e, se pure non esigono necessariamente risposte univoche, non possono nemmeno essere tralasciati o affrontanti sbrigativamente; tralasciarli significa infatti realizzare, irresponsabilmente, spettacoli senza necessità estetica o magari importanti all’interno dei quali però alcune scelte registiche non si giustificano.

E allora non resta che ribadire il dato politico (sì politico) più autentico di questa meravigliosa manifestazione, cioè che uno spettacolo che nasce oggi da un confronto con un testo di Eschilo o di Euripide, di Sofocle o di Aristofane non si concepisce né si realizza in soli tre/quattro mesi: è necessaria una riflessione ampia e profonda sul ciò che di ancora vivo può esserci in quei testi archetipici e a questo solo occorre attenersi guardando alla storia e lasciando da parte la cronaca.

Giulia Goro foto Maria Pia Ballarino

 

Parliamo di “Sette Contro Tebe”, testo di Eschilo  regia di Marco Baliani e di “Fenicie”, testo di Euripide per  la regia di Valerio Binasco,  presentati in prima nazionale nel Teatro Greco di Siracusa, sabato e domenica, 6 e 7 maggio scorsi nel contesto del 53 esimo Ciclo delle Rappresentazioni Classiche. Trattasi di lavori dotati entrambi di sufficiente serietà d’approccio e di valori formali tali, che non si fa fatica a definirli spettacoli importanti. Il primo allestimento è orchestrato da Baliani utilizzando la traduzione di Giorgio Ieranò e le scene e i costumi di Marco Sala: un grande albero centrale e un’ispirazione che si dispiega, correndo verso la catastrofe, a partire da un denso tribalismo sciamanico per mutarsi lentamente, e poi con una emozionante accelerazione in una scena di guerra “pittoricamente” potente (quasi un dipinto fiammingo), nella totale devastazione dei tanti conflitti in corso nel mondo, siriani, orientali, est-europei, nordafricani. Nel coro, i cui movimenti febbrili sono curati da Alessandra Fazzino, sono presenti i danzatori Massimiliano Frascà e Libero Dorizzi, e gli allievi dell’Accademia di teatro Inda. Grazie all’interpretazione energica e autorevole, eppure capace di molte sfumature, soprattutto di Marco Foschi (Eteocle), la regia gioca la sua partita su un interessante doppio livello di significazioni: da una parte l’angosciosa paura (“stallo dell’animo”, la definisce il regista) della guerra che circonda e opprime la polis, che ha sempre circondato e oppresso l’occidente e che, tuttora, ci circonda e opprime più che mai; dall’altra parte il ripudio politico netto, brechtiano, della guerra che, sostanzialmente, è da considerarsi sempre fratricida.

foto di Gianni Carnera

 

Se questo è l’assunto non sempre tuttavia la sua realizzazione appare convincente, intanto per alcune forzature rispetto all’impianto originale. Scelte legittime ovviamente, in una libera riscrittura, ma di cui però il senso non appare con chiarezza; si pensi ad esempio alla scelta di aprire e chiudere lo spettacolo con due brevi monologhi proposti dal bravo e sempre dignitoso Gianni Salvo (nei panni di un aedo/custode del teatro) che non aggiungono quasi nulla all’economia complessiva dello spettacolo. E soprattutto, alla scelta discutibilissima di far recitare dialogicamente al personaggio di Antigone (per altro interpretato da un’Anna Della Rosa poco convincente) grandi segmenti delle parti del coro.

Profondamente diverso e forse più complesso e ricco è l’allestimento di Valerio Binasco (traduzione di Enrico Medda, scene e costumi ancora di Carlo Sala (ancora un grande albero, ma questa volta già abbattuto e secco), musiche – straordinarie – di Arturo Annecchino suonate in scena da Eugenia Tamburi al pianoforte. Primo perché legato a un testo euripideo “Le Fenicie” lunghissimo e non facile da mettere in scena e per questo non molto frequentato. Binasco, al di là del soggetto del dramma euripideo (la storia, già vista in Eschilo, dei due sciagurati figli di Edipo che ignorano l’appello alla riconciliazione di Giocasta, si sfidano e si uccidono reciprocamente), sembra aver capito con quanta libertà Euripide si sia rapportato al mito e questa libertà sembra aver voluto emulare, strutturalmente, nel costruire la sua messinscena. Le musiche di Annecchino del resto suggeriscono echi in grado di travalicare l’antichità per una atemporalità sonora capace di stregare.

 

isa danieli (giocasta) guido caprino (eteocle)_foto carnera

 

La città è una moderna caserma in cui i soldati scattano rapidi nell’eseguire ordini improvvisi e inflessibili; accanto al coro mascherato di donne straniere (fenicie nella costruzione euripidea, ma qui provenienti dimesse badanti provenienti dall’Europa orientale, come lascia intendere l’accento simil russo della corifea, una Simonetta Cartia sempre all’altezza) agisce un ensemble di attori di grande livello: ricordiamo Gianmaria Martini (un Polinice misurato ma poco capace di gestire il suo accento veneto), Guido Caprino (un Eteocle un po’ bullo e sempre eccessivo nella sua violenta tracotanza), Alarico Salaroli (una sicurezza nel ruolo di Tiresia), Yamanuchi Hal (un Edipo eccessivamente riflessivo e misurato, fin quasi a sembrare distante) Matteo Francomano (Meneceo), nel coro le ragazze dell’Accademia Inda. Spiccano chiaramente Isa Danieli, grandissima nel ruolo di Giocasta (quanti sapori, quanta sapienza in ogni sua battuta!), e Michele Di Mauro, forse il migliore in scena e davvero molto bravo a coprire le tante sfumature che prima Euripide e poi Binasco assegnano al personaggio chiave di Creonte in questo dramma. Non convincono, al contrario, alcuni elementi e segmenti dello spettacolo che restano se non del tutto privi di senso almeno così vaghi nella loro significazione simbolica da apparire un po’ gratuiti: ad esempio Antigone (Giordana Faggiano), che si connota troppo spesso per un tono eccessivamente infantilistico; il marcato accento siciliano del messaggero (Massimo Cagnina che forse è originario di Vigata) pur essendo comico e gradevole all’inizio finisce poi col diventare stucchevole; la presenza muta tra le donne del coro di una piccola principessa indiana che sembra alludere ad una via di fuga orientale dalla tragedia tutta occidentale della guerra fratricida

 

Le Fenicie foto di Gianni Carnera

Le repliche di questi due spettacoli si concluderanno il 24 giugno (Fenicie) e il 25 (Sette contro Tebe), mentre dal 29 giugno avrà inizio la commedia “Le Rane” di Aristofane, diretta da Giorgio Barberio Corsetti.

 


Sette contro Tebe di Eschilo, traduzione di Giorgio Ieranò.
Regia di Marco Baliani. Scene e costumi di Marco Sala. Musiche di Mirto Baliani. Movimenti coreografici di Alessandra Fazzino. In scena: Marco Foschi (Eteocle), Anna Della Rosa (Antigone), Aldo Ottobrino (Messaggero), Gianni Salvo (Custode del teatro/Aedo). Danzatori: Massimiliano Frascà e Liber Dorizzi. Coro dell’“Accademia d’arte del Dramma antico, sezione Giusto Monaco” di Siracusa.
Produzione Inda / Siracusa. Crediti fotografici: Franca Centaro, Gianni Carnera, Maria Pia Ballarino.
Fenicie di Euripide, traduzione di Enrico Medda.
Regia di Valerio Binasco. Scene e costumi di Marco Sala. Musiche di Arturo Annecchino suonate in scena da Eugenia Tamburri. In scena: Isa Danieli (Giocasta), Guido Caprino (Eteocle, Gianmaria Martini (Polinice), Giordana Faggiano (Antigone), Michele di Mauro (Creonte), Alarico Salaroli (Tiresia), Massimo Cagnina (araldo), Matteo Francomano (Meneceo), Yamanuchi Hal (Edipo), Simonetta Cartia (prima corifea). Coro dell’“Accademia d’arte del Dramma antico, sezione Giusto Monaco” di Siracusa.
Produzione Inda / Siracusa. Crediti fotografici: Franca Centaro, Gianni Carnera,
Share

Comments are closed.