recensioni — 15/02/2020 20:02

Se rubi un “piede” sei “fortunato in amore” e fai divertire tutti

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RUMOR(S)CENA – TEATRO METASTASIO – PRATO – Non è una riscrittura del testo datato 1962 di Dario Fo “Chi ruba un piede è fortunato in amore” ma una vera e propria riedizione firmata da Giulia Gallo e Giovanni Guerrieri della Compagnia pisana I Sacchi di Sabbia (premio speciale della giuria UBU 2008) in prima nazionale. Un’operazione in sé coraggiosa, vista la distanza di ben sessant’anni dalla scrittura drammaturgica del premio Nobel per la letteratura, assegnato a Dario Fo rispetto ad un plot che precede anche se non di molto lavori politicizzati e più noti del celebre drammaturgo (anche attore, regista, scrittore, scenografo e attivista) scomparso nel 2016. Chi ruba un piede è fortunato in amore, infatti, è un affresco smaliziato tutto virato sui registri più collaudati del registro comico di cui possiede i ritmi e i tempi: gag, pause, dialoghi e personaggi quasi marionette, che lo rendono simile al genere della pièce da vaudeville di autori come Feydeau.

foto di Luca Del Pia

 

Dario Fo affonda la sua vis comica mettendo in scena una storia poco plausibile nella realtà, dove agisce un gioco delle coppie altrettanto rocambolesco. Lo sfondo in cui si muovono i personaggi però è già un implicito “épater le bourgeois” (sbalordire, meravigliare il borghese) poiché tratta di un interno – esterno della borghesia italiana, viziata cinica e viziosa fra dinastie di palazzinari, professionisti e poveracci ladruncoli, altrettanto privi di scrupoli. Un’Italia fine anni Cinquanta del dopoguerra della ricostruzione dove già il seme della corruzione sembra annidare nel DNA di uno spaccato sociale da città del nord. Ma l’intenzione dell’autore sembra proprio quella di provocare la risata, complice il suo passato recente di avanspettacolo e rivista. La pièce ha l’andamento di sketches televisivi a siparietto, assai di moda all’epoca. Una sorta di pre-spettacolo per spettatori dei cinema o alla maniera del Carosello televisivo a canale unico. L’unica variante rispetto al testo originario è l’uscita in avanscena dei personaggi che ammiccano al pubblico in sala, quasi a spiegare il senso delle loro gesta a seguire, una sorta di meta-commento con intenzionalità autoironica.

 

foto di Luca Del Pia

In effetti la “trovata” funziona. Il pubblico del Teatro Metastasio di Prato, fra l’altro molto gremito e con tanti giovani (c’erano anche ragazzi di età delle scuole medie inferiori), ride a crepapelle a scena aperta. Lo spettacolo dura novanta minuti senza pausa. Gli attori sono convincenti: Massimo Grigò, Alessia Innocenti, Annibale Pavone, Tommaso Massimo Rotella, Tommaso Taddei vengono diretti bene dai registi Giulia Gallo e Giovanni Guerrieri. La sensazione è quella di una comicità capace di catturare, specie le fasce giovanili, come sanno bene per esperienza diretta sul campo I Sacchi di Sabbia. Una comicità in grado di assestarsi all’interno di format televisivi attuali responsabili di aver formato le ultime generazioni di fruitori/spettatori televisivi. Il registro del comico è congeniale alla Compagnia pisana che ha scritto ideato e ottenuto successi memorabili con spettacoli di forte impatto emotivo quanto raffinati: uno fra tutti il Don Giovanni. In questa nuova prova lascia però un po’ perplessi la scelta del copione francamente datato, di un boccaccesco che poteva funzionare nella società bacchettona pre-sessantotto. Chissà forse i meccanismi della risata non sono mutati da allora almeno in certi media e in certe fasce orarie oppure è lo sguardo accigliato del critico che si riserva e sperava in qualcosa di più.

Visto al Teatro Metastasio di Prato il 19 gennaio 2020

 

foto di Luca Del Pia

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