Recensioni — 11/12/2021 at 17:23

Disagio, fine e nuova materia teatrale

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RUMOR(S)CENA – FIRENZE – “Finalmente vi siete resi conto che non c’è niente da ridere”. Ha la rabbia che gli inumidisce gli occhi Matteo Principi, mentre guarda dritto verso il buio in sala. Del costume da signora dell’ottocento che ha addosso, poco è stato risparmiato dalle peripezie emotive e fisiche dello spettacolo. Il cappellino stile cloche è volato via e la gonna è irrimediabilmente insozzata dalla poltiglia delle mele che si è cacciato in bocca, quando l’impulso al consumo è squisitamente deragliato in raptus bulimico. Eppure ha ragione, non c’è proprio niente da ridere e infatti, all’improvviso, ci rendiamo conto del guaio in cui ci siamo cacciati. Non soltanto il guaio storico e generazionale che Raffaele Alberto Ventura descrive in Teoria della Classe Disagiata, il suo saggio sul tracollo del modello borghese occidentale. Ma il guaio di trovarci davanti ad uno spettacolo dal quale, neanche il buio della platea potrà proteggerci. Perché Teoria della Classe disagiata di MALTE & Collettivo ØNAR non vuole provocare con meccanismi pruriginosi, né mettere alla berlina. Peggio, molto peggio: vuole chiamarci in causa.

Teoria della Classe disagiata foto di Claudio Penna

Lo spettacolo è frutto di un bel lavoro di scrittura drammaturgica incentrato sul saggio di Raffaele Alberto Ventura, del quale Giacomo Lilliù, Matteo Principi e Sonia Antinori hanno individuato le radici concettuali ottocentesche, ricavandone quindi una pièce che, pur nella sua veste contemporanea e mutuata dal teatro d’avanguardia, ha l’ossatura di un dialogo filosofico che al saggio potrebbe fare da compendio. In scena, gli attori si dividono i ruoli di due appartenenti alla classe dis-agiata, ovvero privata degli agi del boom economico: uno che ancora pensa alla cosiddetta “crisi” come a una piattaforma da cui ripartire, l’altro che demolendone ad una a una le illusioni, lo avverte di come la parola crisi dovrebbe essere sostituita con “FINE”.

Teoria della Classe disagiata foto di Claudio Penna

La prima parte dello spettacolo, anticipata da una sigla video in stile Terry Gilliam, dove una pioggia di uccelli dodo precipitano verso l’estinzione, è un susseguirsi di sketch paradossali con il cinico Lilliù che assale costantemente il candore di Principi. Il colloquio di lavoro, il corso di studi, la retorica politica, le nuove e sempre vecchie leggi del mercato: una serie di contesti dove vengono messi gustosamente in campo i meccanismi della percezione comunicativa e la feroce ironia per cui, quando il monologo idealistico e poco convinto di Matteo Principi si sovrappone al disincantato reso conto di Giacomo Lilliù, è quest’ultimo a conquistare l’attenzione e le risate del pubblico. La seconda parte vedrà, come anticipato, gli interpreti in costume: l’ambientazione è quella di un bordello da letteratura decadentista, come nella metafora che, nel saggio, Ventura trae dal racconto “A Ritroso” di Huysmans, col perverso gentiluomo che dopo aver finanziato per mesi i piaceri lussuriosi del ragazzo di umili origini, lo abbandona ai suoi istinti senza più fornirgli i fondi necessari a soddisfarli. Ne scaturisce dapprima l’esposizione teatralizzata degli argomenti, poi un confronto col pubblico e infine, a seguito di un crescendo di demolizioni ideologiche ( dall’esistenzialismo sartriano all’anarchismo post hippy del punk e della controcultura), la bella e terribile esplosione emotiva che travolge tutto: interpreti, pubblico… e lo spazio scenico, ridotto a un campo di battaglia di corpi, oggetti e idee, dove ogni cosa è divelta e sparigliata.

Ecco, è qui che ci rendiamo conto che non c’è niente da ridere. Ed è qui che pure il cinico crolla, non più capace di godere della vista della città in fiamme e di deridere la sua controparte, alla quale è rimasta solo la furia di chi è stato privato dei propri sogni. E poi, FINE.

E la soluzione, direte voi? E la catarsi? Nel foyer incontriamo Raffaele Alberto Ventura, l’autore del libro dal quale l’omonimo Teoria della Classe disagiata è stato tratto. Intelligente, gentile e soprattutto disponibile a stupirsi per primo delle emozioni in cui lo spettacolo ha tradotto le sue parole. Naturalmente molte le abbiamo sentite in scena e spesso ironicamente mescolate e messe alla prova all’interno di un collage di frammenti di slogan, adagi intellettualistici o magari soggetti filosofici da controbattere o superare. E a Raffaele Ventura, questa ironia piace: “Il fatto di essere messo in discussione, di vedermi a confronto con altre idee e concetti, mi spinge a interrogarmi ancora una volta su quello che ho scritto. Ma credo che questo processo alla fine possa far dire a chi assiste allo spettacolo: aspetta, ha ragione”.

Quando anche Giacomo Lilliù e Matteo Principi escono il pubblico del Teatro delle Spiagge li ringrazia, si complimenta. Eppure non ha dimenticato la furia che gli è stata rivolta. Saremo pure fatti della stessa materia della materia, ma a teatro tutto è materia teatrale. E almeno sul palco “Poi” e “Fine” non coincidono mai.

Teoria della Classe disagiata foto di Claudio Penna

Visto al Teatro delle Spiagge di Firenze 2021

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