recensioni — 11/05/2017 21:27

Seduti sul divano una madre e un figlio chiedono di poter esistere

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TRENTO – Un teatro capace di porsi delle domande senza temere il rischio di non ricevere il gradimento del pubblico, abituato ad assistere a spettacoli  di puro intrattenimento, è sinonimo di un impegno che si caratterizza per la complessità a cui il contemporaneo (inteso come genere sperimentale e di ricerca), non deve sottrarsi quanto ricercare.  Un ruolo in cui  l’artista si fa carico di quelle che sono le tensioni della società attuale incentrate sulla questione esistenziale della vita stessa. La drammaturgia contemporanea ha il merito di aver superato la tradizione della rappresentazione, che in passato era incentrata su generi e ruoli codificati, per far spazio all’Uomo che deve confrontarsi con se stesso e con i propri simili. In una realtà  come quella in cui viviamo, incapace di affrontare la complessità delle relazioni, ecco che il teatro si assume una responsabilità di “denunciare” le  distorsioni che avvengono nei rapporti resi sempre più complicati dalla mancanza di dialogo. Sostituito da una comunicazione virtuale generata dalla comparsa dei social network, dal loro uso compulsivo, da una dipendenza della televisione, divenuta negli anni una forma grave di isolamento sociale e relazionale; oggetto in cui ricercare quella soddisfazione di bisogni altrimenti negati o scarsamente ottenuti.

 

foto di Umberto Terruso

In “Lo soffia il cielo (un atto d’amore),  testo e regia di Stefano Cordella, una madre e un figlio  convivono e i loro dialoghi vertono anche su questa teledipendenza che di fatto ha creato una sorta di barriera invisibile tra di loro, forzatamente imposta. La donna si rivolge alla figura del marito deceduto, creando una sorta di dialogo estraniante, chiamandolo per nome e rivolgendosi a lui come se fosse in qualche modo ancora presente. Un vuoto esistenziale in cui aleggiano ricordi da apparire come ferite laceranti mai ricucite. Una nuda e cruda realtà di un ritratto famigliare, descritto con efficace abilità da Stefano Cordella, autore di un difficile compito: riuscire a sintetizzare in un solo testo due drammaturgie “Angelo della gravità” e “Le cose sottili dell’aria di Massimo Sgorbani, autore tra i più incisivi e affermati del teatro contemporaneo da cui trae una  lucida disamina di quanto una condizione quasi solipsistica, possa venire a crearsi nel descrivere lo stato di vita  in cui riversano una madre e suo figlio.  Ogni forma di contatto è dato solo dalla vicinanza prossemica, seduti su un divano ricoperto dal cellophane: metafora precisa di come la loro vita sia isolata dal resto del mondo da un velo di plastica che ricopre tutti. Anima e sentimenti. La madre vive in un limbo artificiale che le fa dire: “a me mi fa compagnia mio figlio e la televisione, mio figlio e la televisione”, ripetendolo come se avesse bisogno di conferma da se stessa. Il figlio “cicciobombo di lardo” si ritrova nella condizione di non saper gestire una qualunque relazione soprattutto con il sesso femminile. Goffo e impacciato, incapace di conquistarsi un ruolo nella società di cui lui è stesso è prigioniero.

 

foto di Umberto Terruso

I loro dialoghi si esplicitano in forma di monologhi che rimbalzano e rifrangono l’uno contro l’altro. Una vita dentro una bolla d’aria in cui esprimere tutto il loro malessere per non essere stati amati, per quella cronica carenza di affetto in cui l’essere umano si ritrova a dover convivere. E su questo divano isola in mezzo ad un vuoto esistenziale si consuma una vita inutile che insegue il miraggio di una felicità negata. “Lo soffia il cielo” possiede tutti i requisiti per saper indagare negli abissi umani e scovare quanto ci sia di più labile e frammentato nei legami affettivi segnati da una fragilità a cui è difficile trovare una cura. Ne esce un ritratto impietoso alquanto realistico di come sia soffocante vivere all’interno delle proprie mura domestiche, prigionieri dei propri fantasmi come lo è il marito “Gianni” continuamente evocato dalla donna, a cui chiede “mi senti?, mi vedi?”.

 

foto di Umberto Terruso

Interrogativi che si perdono nel vuoto lasciato dalla scomparsa dell’uomo dopo una lenta agonia. Le tante distonie che si evidenziano vengono descritte dalla scrittura di Stefano Cordella, mirabilmente contenenti anche una poetica sono capaci di suscitare un senso di compassione: nei confronti della madre, ruolo affidato a Cinzia Spanò e del figlio Mirko interpretato da Francesco Errico. Entrambi molto convincenti nel descrivere l’indolenza, la rassegnazione, il rammarico, la frustrazione, che sale vertiginosamente fino a creare una spirale emotiva che sembra avvolgere lo spazio vuoto del palcoscenico del Teatro Sociale. Quel nero che li circonda non fa che esaltare ancor di più la sensazione di solitudine e incomprensione per una vita che appare priva di senso.  Quel cadere dall’alto di buste per alimenti, colorate e luccicanti crea ancor di più il senso di smarrimento che pervade la loro grigia e apatica esistenza. Misurati nella loro intensa partecipazione, i due protagonisti condensano parola dopo parola, il vibrante spartito drammaturgico in cui si alternano momenti di struggente malinconia, sospesa in un limbo dove l’ironia che traspare, alleggerisce l’afflato di sofferenza che pur è presente. Un teatro che sa raccontare vicende umane dai risvolti così realistici, in cui è possibile individuare qualcosa che ci appartiene ma di cui vorremmo liberarci. Il progressivo decadimento di un’esistenza segnata dall’impotenza di non essere riusciti a ribellarsi ad un destino infausto. Cinzia Spanò e Francesco Errico riescono a trasformarsi radicalmente sulla scena, assumendo le sembianze caratteristiche che i loro ruoli interpretativi richiedono. Abilità che si riconoscono negli attori, una volta usciti dalla scena, ci appaiono completamente diversi.

Il regista Stefano Cordella prosegue il suo percorso artistico dimostrando di possedere una maturità che sa esprimere con coerenza nel dimostrare come il teatro possa essere testimone privilegiato e credibile  di quelle inquietudine che attraversano la nostra vita.
Lo soffia il cielo (un atto d’amore)

da “Angelo della gravità” e “Le cose sottili nell’aria” di Massimo Sgorbani. Con Cinzia Spanò e Francesco Errico. Drammaturgia e regia di Stefano Cordella. Disegno luci e spazio scenico Giuliano Almerighi, sound design Gianluca Agostini, produzione TrentoSpettacoli Compagnia Oyes

progetto vincitore del Festival Fantasio 2015

Visto al Teatro Sociale di Trento il 7 aprile 2017 Stagione Altre Tendenze Centro Servizi Culturali Santa Chiara

 

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