Danza — 11/02/2023 at 11:24

La metamorfosi dei ballerini della Scala che esplorano i nuovi universi coreografici di Dawson, Duato, Kratz e Kylian.

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RUMOR(S)CENA – MILANO – Una luce quasi accecante abbaglia gli occhi del pubblico, mentre la musica travolgente del concerto per violino n.1 di Ezio Bosso catapulta lo spettatore in un universo in bianco e nero nel quale, trascinati dalle note del compositore, si muovono vorticosamente i ballerini del Corpo di Ballo del Teatro alla Scala in forma smagliante e decisamente versatile, in un ritmo serrato che sembra togliere il fiato. Le figure dei loro corpi, si stagliano sul fondale bianco, come delle silhouette disegnate a mano o schizzate con una penna nera. Le donne, inguainate in un body bianco e nero, aprono le braccia correndo come se dovessero spiccare il volo. Sulla loro schiena, ma anche su quella degli uomini, una linea disegnata sul costume, sembra dividere il corpo a metà.

ANIMA ANIMUS San Francisco Ballet – foto Erik Tomasson

Perché in “Anima Animus”, la prima delle quattro creazioni in debutto nazionale andate in scena al Teatro alla Scala dal 3 al 9 febbraio il coreografo David Dawson, che si è fatto strada dal 2000 creando spettacoli per oltre venticinque compagnie, ha tratto la sua ispirazione dalla distinzione di Carl Jung tra il lato maschile e quello femminile della psiche. Il balletto si snoda attraverso una dinamica di movimenti in continuo cambiamento. I corpi dei danzatori si incontrano e si intrecciano passando dalla fluidità alle linee più spigolose, disegnando forme geometriche oppure schizzando da una parte all’altra del palcoscenico come schegge impazzite. A volte danzano contemporaneamente compiendo sequenze di movimenti ognuno diverso da quelli eseguiti dall’altro, nell’inutile tentativo di creare un dialogo. Come succede quando si parlano lingue diverse.

Bella Figura -Archivio Scala foto Marco Brescia Teatro alla Scala

Altre volte invece, entrano in sintonia, i gesti sono sincronizzati, la comunicazione comincia e tutto si armonizza. I danzatori si inseguono correndo uno dietro l’altro come le note sul pentagramma, gli uomini sollevano le donne in aria sostenendole per lungo tempo con forza come fossero statue di divinità, oppure le trascinano verso il suolo con cadute improvvise e lift. Insomma, una grande prova per i primi ballerini e il Corpo di Ballo che si sono confrontati con l’originalità creativa e stilistica di David Dawson.

Il coreografo, quando arrivò a San Francisco nel 2017 con il concerto di Bosso, disse che il balletto sarebbe stato improntato a un “virtuosismo fisicamente emotivo” e avrebbe esplorato le questioni dell’”uguaglianza e della non uguaglianza del movimento dei danzatori”. I ballerini che abbiamo visto in scena nella serata del 7 febbraio in questa nuova produzione del Teatro alla Scala erano Nicoletta Manni, Maria Celeste Losa, Gioacchino Starace, Rinaldo Venuti, Mattia Semperboni, Christian Fagetti, Alessandra Vassallo, Letizia Masini, Linda Giubelli e Marta Gerani.

Remanso – Roberto Bolle con Timofej Andrijashenko e Nicola del Freo © LauraFerrari

Di tutt’altra cifra stilistica il secondo balletto in programma, intitolato “Remanso” di Nacho Duato e ispirato a un poema di Garcia Lorca e basato sui Valses Poeticos di Enrique Granados.  Un ironico trio tutto al maschile interpretato, nella serata vista, dall’etoile Roberto Bolle insieme a Domenico Di Cristo e Darius Gramada. Qui i ballerini scherzano con la musica e i passi di danza passando dalle linee impeccabili a movimenti più atletici e quasi acrobatici. A fare da “quarto danzatore”, è un siparietto quadrato collocato al centro della scena, che cambia continuamente colore sul quale i ballerini si arrampicano, oppure si nascondono dietro, o ancora premono i loro corpi come se volessero lasciare una impronta.  

Remanso – Roberto Bolle © LauraFerrari

Si divertono a spingersi uno dietro l’altro come se volessero giocare a nascondino . In alcuni momenti dai lati del fondale sbucano delle mani dal lato destro o sinistro, che cercando di toccarsi, altre volte i ballerini giocano a sollevarsi uno con l’altro nel tentativo di scavalcarlo. Interpretazione impeccabile del trio fatta di precisione, rigore, forza e musicalità. Una scenografia di Led che suggerisce una sorta di aldilà digitale, fa da sfondo alla terza coreografia in programma di serata intitolata “Solitude Sometimes”, la nuova creazione firmata da Philippe Kratz, coreografo classe 1985 con studi di danza in Germania e Montrèal.

 La musica di Tom York e dei Radiohead, decisamente insolita per la Scala eppure accolta con ovazioni dal pubblico, fa da sottofondo ad una suggestiva coreografia che trae liberamente spunto dal “Libro dell’Amduat” (che significa ciò che è nell’adilà), l’antico documento funerario di mitologia egizia che descrive il viaggio di Ra, il dio del Sole, nel regno dei morti.  Una grande prova per i quattrodici danzatori impegnati, di cui solo uno non esce mai di scena, che si cimentano con uno stile nuovo e contemporaneo che mescola i passi classici a quelli della danza contemporanea citando persino il Moonwalk di Michael Jackson, per suggerire l’immagine di Osiride il “camminatore perenne” e le “isolazioni” tipiche dell’hip hop.

Il balletto è corale, ma nello stesso tempo fa emergere in singoli all’interno del collettivo, in una danza che suggerisce il moto perpetuo con un continuo entrare e uscire dei danzatori dalle quinte con movimenti bidimensionali del corpo. Protagonisti della creazione sono stati Nicoletta Manni, Camilla Cerulli, Alessandra Vassallo, Stefania Ballone, Linda Giubelli, Timofej Andrijashenko, Claudio Coviello, Domenico Di Cristo, Christian Fagetti, Navrin Turnbull, Andrea Crescenzi, Andrea Risso, Gioacchino Starace, Rinaldo Venuti. Nelle recite pomeridiane del 4 e 9 febbraio gli interpreti sono stati  Saïd Ramos Ponce e Frank Aduca a coprire i ruoli di Claudio Coviello e Christian Fagetti.

Bella Figura -Archivio Scala foto di Marco Brescia Teatro alla Scala

La serata è stata sugellata da una delle più grandi firme del Novecento: gioiello di celebrazione della bellezza, quella che emerge anche dal movimento più bizzarro e imprevisto del balletto “Bella Figura”, è tornato in scena dopo il debutto scaligero del 2009 a omaggiare la maestria di Jiří Kylián, che lo ha creato nel 1995, per il ventennale della sua direzione al Nederlands Dans Theater. Il coreografo conosce e ama la nostra lingua e ha trovato ideale questo titolo per assegnare un nome appropriato a questa creazione in cui spiccano la modernità delle musiche barocche di Pergolesi, Vivaldi e Torelli, le grandi gonne rosse e i delicati torsi nudi unisex dei ballerini. “Bella Figura” nasce dall’idea di voler comparire sempre bene, mostrare insomma il volto migliore, nella vita come sulla scena, qualunque sia lo stato d’animo del momento.

La bellezza, dunque, come necessità per contrastare il dolore e alla bruttura in cui siamo immersi. Dunque, corpi belli e movimenti belli degli interpreti che erano Antonella Albano, Alice Mariani, Agnese Di Clemente, Marta Gerani, Giulia Lunardi, Marco Agostino, Claudio Coviello, Gabriele Corrado, Marco Messina, in alternanza con Stefania Ballone, Chiara Borgia, Chiara Fiandra, Benedetta Montefiore, Emanuele Cazzato, Andrea Crescenzi, Matteo Gavazzi, Andrea Risso.

Visti al Teatro alla Scala di Milano

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