Recensioni — 10/11/2016 at 22:22

“Dopo La Tempesta”: dove l’Autore e i suoi personaggi non si “incontrano” mai

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PISA – “Dopo la Tempesta“è  un caleidoscopio di personaggi, azioni, citazioni, suggestioni musicali sonore e visive; ad intreccio con andamento meta-letterario e teatrale ad anello, una complessa macchina in cui viene frantumata la struttura classica del corpus shakespeariano per creare o meglio ricreare una forma-spettacolo da e forse, contro Shakespeare, quantomeno secondo il manifesto drammaturgico del regista. A quattrocento anni dalla morte del Bardo, il progetto ambizioso di Armando Punzo, e come non avrebbe potuto dati i precedenti lavori, ormai trentennali, che lo hanno visto ideatore e genius loci della Compagnia della Fortezza, composta da detenuti rinchiusi fra le rinascimentali mura del Maschio, il carcere di Volterra. Ormai riconosciuta a livello europeo come una delle realtà teatrali più interessanti del nostro patrimonio d’arte per la scena, oltre agli allestimenti realizzati all’interno dell’istituto di pena, grazie a permessi speciali,  alcuni degli attori – detenuti, si sono esibiti in più occasioni specie negli ultimi anni, anche in teatri tradizionali: dal Persio Flacco di Volterra,  il Metastasio di Prato  e al Teatro Verdi a Pisa. Proprio in queso Teatro, la Compagnia di detenuti debuttò per la prima volta all’esterno del carcere di Volterra, nel 1993, con il “Marat-Sade” di Peter Weiss. Dopo aver portato “Santo Genet” nel 2014, il direttore artistico della sezione teatro e danza, Silvano Patacca, può oggi cogliere orgogliosamente i frutti di quanto seminato a suo tempo.

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La messinscena, già vista nell’estate 2015 in forma di studio Shakespeare, “Know well”, nel cortile assolato del carcere volterrano e in forma definitiva l’estate scorsa, non poteva non presentarsi come spettacolo definitivo in  prima nazionale (così come lo fu due anni fa con Santo Genet), in quanto gli spazi di un teatro classico all’italiana come quelli splendidi ottocenteschi del Verdi, richiedono arrangiamenti logistici e tecnici e quindi di pensiero di regia peculiari al luogo ospitante. Preceduta da una settimana di incontri in preparazione alla visione del nuovo allestimento, fra cui una lectio magistrale alla Scuola Normale superiore con Armando Punzo a colloquio con Nadia Fusini, docente  della prestigiosa istituzione , la stagione di Prosa del Verdi si è inaugurata con le due recite che hanno visto il tutto esaurito per numero di spettatori.

Dopo la Tempesta è un rito esplosivo-implosivo in cui il drammaturgo e regista esercita-lui stesso in scena, come da qualche tempo ci ha abituati, in una sorta di funzione auto-taumaturgica di distanziazione necessaria, quasi anticontagio, con alcuni fra i personaggi leggendari che da secoli sono stati portati sulle scene, in tutte le finora possibili istanze interpretative escatologiche a seconda dei tempi e delle correnti filosofiche. Punzo fa deflagrare ogni ipotetica costruzione drammaturgica consueta, proponendo – hic et nunc –  in un eterno presente che nicianamente si ripete e riavvolge su se stesso, tanti dei topoi letterari ideati dal Bardo, concertando con questi personaggi in cerca d’autore, una tregua, un dialogo e insieme una schisi. Ascoltandoli ed osservandoli nel loro girare a vuoto in palcoscenico e in platea schiavi quasi manichini dei propri tic, ossessioni, maschere, cliché sempre monologanti e mai in relazione fra di loro, imprigionati nei loro personaggi come ingessati. A cominciare dalla scena iniziale dove un Riccardo III che ruota su se stesso, zoppicando mentre la voce registrata di Punzo, recita versi da Macbeth e la Tempesta rovina sul turbinio di corpi ieratici, vestiti di drappeggi che scivolano sul palcoscenico e in platea come uomini libro dal collo scolpito da gorgiere di pagine di carta.

foto di Stefano Vaja
foto di Stefano Vaja

Sul palco a scena aperta si svolgono altre azioni fisiche in contemporanea, tutte sottolineate dalle musiche originali di Andrea Salvadori anche in scena alla tastiera. Ci sono un letto sfatto al centro, un tavolinetto–scrittoio dove siede il regista-protagonista che fa anche da tavolo, e qui si compie un brindisi che si trasforma in una serie di atti mancati continuamente rimandati fra lui e due donne aspiranti attrici. In questo susseguirsi di azioni di comparse di personaggi noti come Oberon, Enrico IV , Calibano, Desdemona col suo fazzoletto tutta ripiegata all’indietro, Othello, Cesare, Lear, Cleopatra, Enrico VI, Armando Punzo accenna ad un potenziale incontro con alcuni di loro ma anche questi tentativi paiono fallire, mentre la sua voce registrata, trasmette in fila alcuni dei versi più noti delle opere del poeta, quasi che la sua mente-corpo voglia immedesimarsi nello spirito di Shakespeare. Osservando però dall’esterno, in un rituale ossessivo nelle ripetizioni da opera totale, in cui tutta la macchina teatrale sonora è volta a questo dispositivo,  sembra  di scorgere qualche riferimento all’opera di Carmelo Bene. Ogni tentativo di incontro si risolve in un atto mancato, in un lapsus, in un depistamento che condanna personaggi ed autore a non incontrarsi mai o forse mai più.

foto di Stefano Vaja
foto di Stefano Vaja

E’ così che iniziano a presentarsi sul palco sollevate dagli attori-comparse, croci di legno e scale mentre in loop arriva la litania femminile ideata per accompagnare  tutta la pièce come un mantra che declina la frase l’orrore del mondo. Una rappresentazione laica di un deicidio. Sino alla epifania in cui l’ Autore/Punzo si smarca dai suoi personaggi, dopo aver proiettato uno sguardo altro su di loro; attraverso la lente deformata di a da Shakespeare, per poter rinascere  attraverso la metafora dell’azione incrociata, in collusione con un piccolo bambino che entra in scena dal fondo della platea mentre rotola una pietra-Mondo. Il regista lo prende per mano, scende dal palco e se ne va con lui. La Tempesta è passata. Rimangono i sopravissuti o meglio i loro avatar. Si può ancora rinascere perché l’Utopia ci rende liberi e capaci di uscire ancora dai nostri corpi di personaggi mummificati in ruoli che non esistono più, già recitati, già visti, superati dalla forza dell’incarnazione del Puer che è in noi. Perché le tempeste poi finiscono. Sempre e se prima non abbiamo fatto i conti con una nostra parte oscura e segreta: l’Ombra.

Visto al Teatro Verdi di Pisa il 29 ottobre 2016

Compagnia della Fortezza

Aniello Arena, Gillo Conti
Bernini, Elisa Betti, Placido Calogero, Rosario Campana,
Eva Cherici, Nicola Esposito, Pasquale Florio, Giulia Guastalegname,
Ibrahima Kandji, Carmelo Dino Lentinello
, Gregorio Mariottini, Francesco Nappi,
Marco Piras, Andrea Taddeus Punzo de Felice,
Daniele Tosi, Francesca Tisano, Tommaso Vaja, Alessandro Ventriglia, Giuseppe Venuto,
Qin Hai Weng e con Antonino Mammino (sempre con noi!)

Regia e drammaturgia Armando Punzo

Musiche originali e sound design Andrea Salvadori

Scene Alessandro Marzetti Silvia Bertoni Armando Punzo

Costumi Emanuela Dall’Aglio

Produzione VolterraTeatro/ Carte Blanche

Foto di scena di Stefano Vaja

 

Foto di Stefano Vaja
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