Danza, teatro danza — 10/09/2025 at 16:07

Monument 0.10: il monumento come rito collettivo

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RUMOR(S)CENA – ROVERETO – (Trento) – Con Monument 0.10: The Living Monument, Eszter Salamon porta a Oriente Occidente Festival 2025 una riflessione radicale sulla possibilità stessa di erigere un monumento nella contemporaneità. Non un oggetto statico da contemplare, ma un processo vivo che si costruisce nell’atto performativo e che trasforma la memoria in esperienza condivisa. Il monumento, lungi dall’essere fissità, diventa qui un organismo di vibrazione e metamorfosi. L’azione scenica si articola in un’ode alla lentezza: i movimenti non conoscono accelerazione, ma scorrono in posture reiterate, cadute e risalite, metamorfosi che si dispiegano con solennità quasi liturgica. In questa temporalità sospesa, l’osservatore è partecipe di un esercizio contemplativo che obbliga a ripensare la percezione del tempo. La lentezza diventa linguaggio estetico e occasione di un’esperienza immersiva che sfida la contemporanea predisposizione alla rapidità.

ESZTER SALAMON_MONUMENT 0.10_PH MONIA PAVONI

Il dispositivo scenico, concepito da James Brandily, organizza lo spazio come sequenza di quadri monocromatici: imponenti drappi, bianchi, neri, rossi, gialli, blu e argentei, definiscono ambienti autonomi, veri e propri paesaggi cromatici che assorbono costumi e luci in un’unità sensoriale compatta. Ogni monocromia concentra lo sguardo e intensifica l’impatto percettivo, trasformando la scena in un’installazione vivente. Le luci di Silje Grimstad svolgono un ruolo determinante in questa costruzione visiva: non si limitano a illuminare, ma scolpiscono lo spazio con intensità variabili, passaggi dal buio più denso a improvvisi bagliori, saturazioni cromatiche totali. La luce diventa materia plastica e linguaggio drammaturgico, capace di trasformare i corpi in presenze quasi scultoree e di guidare lo sguardo in un itinerario percettivo calibrato.

ESZTER SALAMON_MONUMENT 0.10_PH MONIA PAVONI

A completare questo universo, la dimensione sonora occupa un posto centrale. La partitura di Carmen Villain, sviluppata con il sound design di Leif Herland, non si pone come mero accompagnamento, ma come tessuto atmosferico che avvolge l’azione. Suoni elettronici stratificati, pulsazioni ipnotiche e risonanze profonde costruiscono un paesaggio uditivo che moltiplica gli spessori temporali della scena. Accanto a essi si collocano le emissioni vocali degli interpreti: canti  di tradizione sami frammentari, sovrapposizioni di vocalizzi e mormorii operano come un coro primordiale. Questo uso della voce come campo timbrico rinforza la fusione tra gesto e suono. La voce diventa materia corporea, un prolungamento del gesto che destabilizza il confine tra musica e movimento, tra sonorità articolata e memoria ancestrale. È una vocalità non convenzionale, che non segue una linea melodica ma genera spessore timbrico, amplificando la sensazione di trovarsi in uno spazio rituale.

ESZTER SALAMON_MONUMENT 0.10_PH MONIA PAVONI

La forza dell’opera risiede in questa convergenza di linguaggi: il corpo, la scenografia, la luce e il suono costruiscono un continuum che sfugge a ogni gerarchia, un monumento non eretto ma incarnato, che vive del suo stesso farsi e disfarsi. Salamon propone così una monumentalità critica, che non cancella il monumento ma lo riscrive: non più celebrazione del passato, bensì interrogazione del presente e apertura a un futuro possibile.

 Alla fine dello spettacolo l’ultimo quadro rompe la coerenza cromatica dei quadri precedenti, come gesto di chiusura e apertura al contempo, segno che l’opera non intende concludersi in una forma definitiva, ma rilanciare la riflessione. Ciò che resta non è un’immagine cristallizzata, ma la memoria di un’esperienza condivisa: un rito fragile e vibrante che rinnova il legame tra corpo, tempo e comunità. Un monumento vivente che, invece di fissare, fa vibrare.

Visto il 06/09/2025, Teatro Zandonai, Rovereto

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