Culture — 09/10/2013 at 18:32

Bolzano Innovation Festival: ampie vedute e design sociale per un nuovo Umanesimo con Philippe Daverio

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L’aula magna della Libera Università di Bolzano è gremita quando Philippe Daverio arriva al tavolo dei relatori, colorato come sempre si presentava su RaiTre agli appassionati di “Passepartout”, ormai orfani della sua frizzante e ironica intelligenza per l’inspiegabile cancellazione dai palinsesti di una delle poche trasmissioni televisive originali e davvero culturali della televisione italiana. L’incontro, moderato da Alex Terziariol di ADI, Associazione per il Design Industriale,  inserito nel variegato programma del Festival  dell’Innovazione che l’assessore provinciale  Roberto Bizzo ha voluto a Bolzano, e che sotto il logo green della piccola volpe-origami con il titolo “Ampie vedute” è stato dedicato quest’anno a montagna, società e tecnologia, declinando per il futuro due linee guida ben precise: responsabilità e sostenibilità.

Particolarmente delicato il tema: il design “inclusivo” e non esclusivo, un “design for all” che partendo dall’analisi di bisogni “diversi” e non omologati non solo diventa vincente sul mercato, ma si fa veicolo di profondo mutamento sociale e culturale. Accanto a Daverio, che di design si occupa come docente universitario, Francesco Morace, presidente di Future Concept Lab di Milano, Paolo Favaretto, di Favaretto&Partners di Padova, e l’altoatesino Martin Telser; oratori di esperienze e visioni diverse, ma capaci di tessere un discorrere fluido, unificato dalla centralità di una visione etica e sensibile, antropocentrica, capace di scelte. Dalla definizione di “design” come risultato progettuale di una visione utopica del mondo in grado di interpretare e rappresentare ipotesi diverse del vivere di una comunità, sfidando il tempo e restando sempre “contemporanea”, alla carrellata di oggetti intrisi di contenuti ed immaginazione, dallo scomodissimo letto ospedaliero “progettato da una carogna” ai nostri musei esteticamente violati da cartelli demenziali che ne turbano l’estetica e non ne migliorano né funzionalità né sicurezza, giustificati da normative europee che in Europa sembrano diffusamente derogate, Philippe Daverio ha tracciato il perimetro di quella che appare come un’esclusione dal diritto alla bellezza ed alla funzionalità, esclusione che non è solo riconducibile a limitazioni e dis-abilità di tipo fisico, stabili o transitorie, ma che comprende anche esclusioni di tipo economico e sociale.

Con la sua formazione sociologica Francesco Morace ha messo in luce la particolarità del momento attuale visto come momento di cambiamento epocale, in cui tecnologie a costo zero usate in modo intelligente (come i social network) permettono grandi ricadute nello sviluppo di talenti di nicchia, e facilitano l’intreccio di etica ed estetica, utopia, speranza e responsabilità, richiedendo un rapporto nuovo tra imprenditoria ed amministrazione pubblica e lavorando sulle persone ed i loro bisogni senza cadere in una specie di buonismo per disagiati. Martin Telser ha riferito della situazione altoatesina, con particolare riferimento agli aspetti normativi per l’abbattimento delle barriere architettoniche, al progetto “LISA”, che ha visto la realizzazione di soluzioni abitative sperimentali che specificamente pensate possano essere universalmente utilizzabili, ed al portale www.altoadigepertutti.it, che consente di conoscere l’accessibilità delle strutture turistiche, culturali e del tempo libero altoatesine.

A Paolo Favaretto, che come un prestigiatore ha fatto apparire accanto a cacciaviti, sottopentole e tetrapack intelligenti, stick di colla giapponesi, maniglie e cucine create per diversamente abili, si deve il momento che per molti è stato il più intenso dell’incontro. Quando ha coinvolto tutti i presenti chiedendo loro di alzarsi in piedi e selezionando via via categorie di diversità che venivano invitate a sedersi, come portatori di occhiali, mancini, sofferenti di mal di schiena, pochi erano al corrente che uno dei relatori non avrebbe potuto alzarsi. Chi lo sapeva in sedia a rotelle, pochi per la verità, e dunque era in grado di cogliere nell’immediato il messaggio, ha pensato per un attimo: “E adesso che faccio? Resto seduto con lui? Mi alzo?” Gli altri, la maggioranza, l’hanno capito solo dopo, quando lui, silenziosamente, ha diretto la sua sedia a rotelle verso la sua postazione da oratore. Una lezione sull’essere e l’apparire, sull’uguaglianza e la diversità, sull’essere a norma e il non esserlo, che difficilmente potrà essere dimenticata.

A Philippe Daverio Alex Terziariol ha affidato le parole conclusive, e Daverio, con magistrale e provocatorio artificio retorico, ha sancito la non conclusione di un incontro che non poteva che lasciare la problematica aperta. Se siamo tutti uguali e se il senso del design, ed in particolare del design “inclusivo”, sta nella sua capacità non solo di afferrare la realtà ma di renderla disponibile anche alle categorie meno avvantaggiate, rispecchiandosi nella società e chiedendosi quale tipo di società innovare e come, ci sono per tutti noi ancora tante montagne da scalare; montagne che a volte possono assumere l’aspetto semplicemente quotidiano di due gradini che non si possono salire, o di una maniglia che non si riesce ad aprire, o quello, ancora più difficile, di barriere di esclusione culturale, sociale, economica. Ricordiamocelo…

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