recensioni — 09/08/2017 17:17

Il Teatro firmato al femminile alla Biennale di Venezia

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VENEZIA – Un festival tutto al femminile la 45° Biennale Teatro di Venezia come l’ha pensata quest’anno il neo direttore, Antonio Latella, che ha schierato 9 registe europee con un totale di 19 spettacoli per offrire una panoramica variegata di creatività e nuovi linguaggi: Maja Kleczweska, Ene-Liis Semper, Nathalie Béasse, Maria Grazia Cipriani, Livia Ferracchiati, Anna-Sophie Mahler, Suzan Boogaerdt e Bianca Van der Schoot, Claudia Bauer hanno incarnato lo spirito del progetto che, sia pure nella diversità degli esiti delle singole performance, ha confermato la sua validità.

Fine Mare

 

Una scelta vincente è stata quella di presentare accanto a registe delle nuove generazioni, un’artista di lunga esperienza quale è Maria Grazia Cipriani, musa ispiratrice e demiurgica del Teatro del Carretto di Lucca, da sempre in tandem con lo scenografo e costumista Graziano Gregori. Alla Biennale hanno portato l’ormai storica Biancaneve (è una creazione del 1983), che tuttavia non ha perso la sua freschezza e il suo fascino magico. La favola dei Fratelli Grimm interpretata da un’unica, ottima attrice, Maria Teresa Elena (in maschera nella parte della matrigna), e giocata all’interno del “castello” con i burattini animati da Giacomo Vezzani, Giacomo Pecchia e Andrea Jonathan Bertolai (le luci sono di Fabio Giommarelli, il suono di Luca Contini), diventa veicolo di riflessione e coniuga poesia e pensiero secondo un codice antinaturalistico ma al tempo stesso portatore di una realtà che ci tocca da vicino.

Biancaneve Foto Tommaso Le Pera

 

Più cupamente drammatica è la versione che il Teatro del Carretto dà di Pinocchio, uno spettacolo pensato un decennio fa (è del 2006), ma estremamente attuale. L’adattamento del racconto di Carlo Collodi ci porta in un’atmosfera cupa e drammatica, una sorta di incubo nero da cui il fragile burattino non riesce ad emergere, assediato com’è da un mondo ostile e malvagio. La performance del protagonista Giandomenico Cupaiuolo nella parte di Pinocchio, coniuga impegno fisico ed espressività psicologica ed è perfettamente sinergica con l’azione degli altri interpreti: Elsa Bossi (Fata), Giacomo Vezzani (Volpe), Giacomo Pecchia (Gatto), Elena Nenè Barini (Lumachina), Nicolò Belliti (Domatore/Mangiafuoco), Andrea Jonathan Bertolai e Carlo Gambaro (Conigli). Le luci inquietanti di Angelo Linzalata e il suono incisivo e opprimente di Hubert Westkemper rivestono un ruolo chiave nello spettacolo.

 

Pinocchio Foto Filippo Brancoli Pantera

 

 

Pinocchio Foto Filippo Brancoli Pantera

Una denuncia della decadenza della civiltà europea e della sua intrinseca incapacità di affrontare in maniera adeguata il fenomeno delle migrazioni ci viene da Alla fine del mare, uno spettacolo del 2017, in prima italiana, della regista tedesca Anna-Sophie Mahler. Traendo dichiaratamente ispirazione dal film di Federico Fellini E la nave va, l’artista declina in chiave ironica le criticità del nostro contesto sociale portando in scena un Coro lirico di improbabili ed eterogenei personaggi, smarriti e inerti dentro il salone di un piroscafo, ed evocando anche episodi drammatici, come l’attacco alle Torri Gemelle o lo Tsunami che devastò l’Oriente, rappresentati da sagome di zucchero su torte nuziali. Perno dell’azione la cantante lirica Yuka Yanagihara, interprete di brani della Traviata, e il cameriere, Peter Posniak, con una storia di migrante e di torture alle spalle. La musica, suonata dal vivo al pianoforte da Stefan Wirth, coniuga opere liriche a musica contemporanea che con i suoi accenti dissonanti sigla nel finale il disagio esistenziale dei personaggi. Dal nostro punto di vista una maggiore asciuttezza di tempi e di segni avrebbe giovato all’insieme.

 

In prima italiana, benché  prodotto nel 2011, anche Bimbo (il termine in slang significa “bellona”) per la regia delle olandesi Suzan Boogaerdt e Bianca van der Schoot, che centrano egregiamente l’obiettivo di mettere in luce il tema della rappresentazione-distorsione della realtà e in particolare della donna attraverso le immagini degli schermi televisivi o informatici. La performance, di cui sono protagoniste le stesse registe accanto a tre attrici, Erika Cederqvist, Marie Groothof, Floor van Leeuwen (allenate dalla coach Sanne van Rijn), è concepita con un impianto scenico particolare: gli spettatori siedono su panche – dando le spalle a una sorta di camerino dove le interpreti cambiano i costumi (creazione della scenografa Sacha Zwiers) a ritmo vorticoso – e guardano l’azione su schermi posti tutt’intorno. Possono scegliere se osservare direttamente la realtà che si compie dietro di loro oppure guardarne la rappresentazione attraverso gli schermi. Va da sé che la visione che ne deriva è del tutto diversa. Facce plastificate, performance sessuali esasperate, oscenità, violenze più o meno sottili, problematiche di gender vengono gettate in faccia allo spettatore senza filtri o sconti di nessun tipo. Musica ossessivamente ripetitiva di Wessel Schrik, luci impietose di Gé Wegman.

Drammaticamente sconcertante, ma efficace.

 

 

Bimbo Fotografia di Ben van Duin

Visti alla Biennale Teatro di Venezia 2017 1 e 4 agosto 2017

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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