recensioni — 08/11/2017 23:45

“Dieci” racconta l’umanità dolente dei “comandamenti”

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MILANO – Corredato da un ricco curriculum di premi minori – Vincitore del Premio Calandra 2014 come “Miglior Spettacolo, Miglior Regia, Miglior Attrice”; Vincitore del Festival Milano Off 2016 e, conseguentemente, rappresentato al Festival “In Scena” di New York 2017. Menzione Speciale Festival Storie di Lavoro 2015; Finalista al CassinoOff Festival del Teatro Civile 2015, al Festival TeatrOfficina 2015, al Festival Inventaria 2015; Finalista Bando Theatrical Mass 2017 a Campo Teatrale – “Dieci”, di Andrej Longo, resterà in scena fino a domenica 12 novembre a Campo Teatrale (spazio milanese caratterizzato da una forte vocazione pedagogica), ma capace anche di creare una massa critica di spettatori attenti e fidelizzati (vedi Bando Theatrical Mass).

È un lavoro intelligente e non furbo, questo di Longo, cosa rara in un’epoca, in cui molti studiano a tavolino, cosa portare in scena – e, soprattutto, come – per risultare più efficaci nel raggiungere questo o quel segmento di pubblico; intercettare le più svariate tendenze dei critici o addetti ai lavori. Si caratterizza per un linguaggio asciutto e fulmineo, pur nella sua partenopea strabordanza, anti kitsch, quanto capace di evocare il perturbante per omissione, eppure dalla vivacità dialettale rubata al parlato, di cui riesce a far rivivere le arguzie, le scaltrezze e le provocazioni, sì, ma poi anche il candore, lo spaesamento e un’ingenua accettazione, che non possono che accendere umana tenerezza.

 

Il titolo allude ai Dieci comandamenti, che ripercorre come i grani del rosario di un’umanità dolente, ma paziente, forse già sconfitta in partenza eppure resiliente, nonostante tutto. Uno spettacolo che colpisce non solo per la messa in scena essenziale, ma dalla straordinaria potenza evocativa. Cattura l’attenzione costante a restituire le atmosfere dentro e fuori i vasci, in quell’altrove, in cui sembra vadano a parare sogni, fantasmi e incubi di una spaccanapoli più topos ideale, che reale vialone della toponomastica partenopea; e lo fa sia attraverso un disegno luci dalla vivida policromia – quasi ad accendere le passioni emotive –, che attraverso l’uso sapiente di un apparato sonoro in costante riproduzione del vociare di sottofondo della città, oltre che di quel tammuriare che è quello del cuore, ma anche quello di Napoli. Non meno colpisce il corto circuito fra quel dolente groviglio magmatico evocato da racconti quasi rubati per strada. Spaccati di flussi di coscienza talmente inconfessabili da confondersi in una metacoscienza collettiva, in cui noi stessi, sopraffatti dall’onere/responsabilità della testimonianza, finiamo con l’affogare – e la pulita essenzialità asettica dei contributi video, a cui è affidata non soltanto la funzione di didascalia, ma anche quella di coro e, in un caso, addirittura di protagonista.

 

La capacità di dire l’indicibile con un candore (non a caso i protagonisti sono quasi tutti adolescenti), che mentre vomita situazioni dall’evocatività oscena, il più delle volte, usa parole smozzicate e a tratti disarmanti. Parole sferzanti, volgari e provocatorie come spesso sa essere il dialetto, ma poi messe in bocca a personaggi sempre troppo piccoli per sostenerle e che vanamente s’ingigantiscono per non soccombere, atteggiandosi a quel che forse non sono, ma che devono e non vorrebbero essere.

D’effetto la regia di Elena Dragonetti (pure mirabile interprete) e Raffaella Tagliabue, capace di giocare con modelli e stili, così da non cadere in una mera giustapposizione di monologhi – dieci, sarebbero stati davvero tanti -, ma li mescola, li alterna, li spariglia, costruendo un lavoro agile e variegato. E, de visu, immediatamente colpisce l’instancabile prova d’attrice di Elena Dragonetti. È straordinaria nel plasmare i personaggi più disparati con una malleabilità tale da farceli vedere in tutta la loro rabbiosa, dolente umanità. Dal guappo al ragazzo che cerca di tenersi lontano dai guai in un contesto, in cui, volente o nolente, all’esilarante madre della bisbetica sposina, che ha scelto proprio il giorno delle nozze per rifiutarsi di convogliare a un matrimonio-farsa, alla moglie, che, invece, da 13 anni lo attende con “gioiosa” pazienza, ogni martedì, il solo giorno di riposo settimanale da poter trascorrere “in normalità” col marito. La ragazzina abusata, che ostenta il un atteggiamento provocatorio, per sopravvivere, all’adolescente ipnotizzato davanti ai cartoni animati di “Braccio di Ferro”, mentre nell’altra stanza giace la madre morta, con immutata credibilità la regista ed interprete ci parla, senza pietismo e senza giudizio, di quell’osceno, che tutti sappiamo esistere, ma che ci piace sapere viva rinchiuso molte stanze più in là.

 

Visto a Milano, Campo Teatrale, al debutto di martedì 7 novembre 2017.

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