“E’ il pensiero che conta”: fiancheggiatori e visionari a confronto con le compagnie teatrali a Kilowatt Festival

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L’esperienza a Kilowatt Festival, di casa a Sansepolcro (Arezzo), ha una sua connotazione assai originale che si differenzia da qualunque altro festival di teatro in Italia. Non si partecipa solo come semplici spettatori e giornalisti, invitati, bensì su chiamata personale dal direttore artistico Luca Ricci, il quale si prodiga ogni anno per far arrivare nella città di Piero della Francesca, una squadra di critici teatrali. Una volta accolti, vengono vestiti  con la “divisa” di Fiancheggiatori, in qualità di esperti della scena contemporanea e diventare una sorte di occhio esterno in grado di fornire osservazioni, consigli, suggerimenti, strumenti, al fine di correggere il tiro sulle criticità percepite nell’allestimento, di una  drammaturgia,  o nella regia e recitazione degli attori.

Il confronto avviene a poche ore di distanza dall’andata in scena, riuniti in seduta plenaria alla quale partecipano gli artisti selezionati dall’altra figura chiamati Visionari. Sono alcuni tra gli abitanti del luogo a cui spetta l’arduo compito di selezionare tra le centinaia di proposte inviate al festival, ben nove spettacoli. Nove compagnie che hanno convinto persone comuni, dalle professioni più svariate, di certo non operatori di settore, i quali trascorrono il loro tempo libero nel visionare poche decine di minuti in video la bontà o meno del prodotto artistico. Decisione che poi andrà a confrontarsi nel dibattito, vera occasione di parlare di teatro a viso aperto e non a distanza, protetti dietro uno schermo di un computer, dal quale il critico invia la sua “sentenza”.

Il dialogo tra tutti, lo scambio di opinioni, le vedute diverse sulla base di giudizi estetici, culturali, artistici, soggettivi e oggettivi, fa si che si inneschi una circolarità di pensiero proficua per chi fa il teatro e anche per chi lo guarda. Appassionato o professionista non cambia di fatto la sostanza delle cose. Le tre giornate trascorse intensamente anche quest’anno a Sansepolcro, hanno permesso di conoscere sia nuove realtà teatrali misconosciute o semisconosciute ma anche esperti di teatro con in quali si sono allacciati rapporti di stima reciproci. Un valore aggiunto per chi crede che condividere la passione per il teatro sia da stimolo per migliorare le proprie qualità professionali.

Infactory ovvero la condizione disumana a stabulazione fissa

La selezione dei Visionari per l’edizione 2012 ha scelto di aprire le prime tre giornate di festival , all’interno dello spazio del Chiostro di Santa Chiara, con Infactory di Matteo Latino, vincitore del Premio Scenario 2011. Singolare creazione per la scena dove come protagonisti ci sono due performer (Matteo Latino e Fortunato Leccese) intenti a rappresentare le condizioni di vita di due vitelli, costretti a vivere in una condizione di stabulazione fissa: metafora di una condizione simile a quella umana che diventa disumana nel momento che l’uomo stesso impone o subisce un trattamento esistenziale a dir poco brutale.

Latino ha saputo perfezionare il suo spettacolo con una precisione del gesto e azione scenica, la cura degli effetti, marcando i diversi linguaggi utilizzati, voce, suono, movimento, immagini. La sua compagnia teatrale T/S Teatrostalla è nata nel 2009 e fa base al Kollatino Underground di Roma e nel 2012 ha realizzato un teatro all’interno del Parco nazionale del Gargano. Il performer seguendo un suo personale progetto artistico intende avvicinarlo e contaminarlo con altri settori, nello specifico quello dell’allevamento di animali per il consumo alimentare, sensibilizzando la società non con la denuncia tipica di un teatro civile e/o sociale, genere in via di espansione, bensì con una poetica che si avvale anche della ricerca. Infactory si dimostra originale e ben confezionato e si sdoppia anche in versione fumetto e cinematografica.

Viviamo tutti in un Porco Mondo

Porco Mondo ovvero Fucking Cruel World, sottotitolo in inglese di un rapporto di coppia nel privato di una stanza soffocante, alienante. Di notte e per giunta a Natale. Chiusi dentro una “stanza-gabbia-tomba” dicono gli autori della drammaturgia, Francesca Macrì e Andrea Trapani. La compagnia Biancofango mette in scena una dinamica perversa tra un uomo e una donna dove tutto di invischia e si contorce. Emozioni  messe a dura prova per i mille tentacoli che la vita di oggi possiede e offre come diversivi ad una solitudine degli affetti. Ti cattura dentro uno schermo di computer in cerca di facili quanto scontate emozioni. Appagamenti carnali virtuali. Non c’è sentimento che unisce ma sentimenti che dividono, sono illusioni mal pagate. Tutto sembra franare in lascivi desideri che si scontrano con la realtà di un’esistenza disperata. La materia trattata è incandescente e fa ribollire i sensi sia di chi li esercita e li mostra in scena, sia di chi li osserva e li ascolta. Un magma vulcanico che spesso esplode per l’esuberanza di Andrea Trapani che dovrebbe essere governata per non sbilanciare troppo rispetto al ruolo di Aida Talliente che tiene bene la scena. La sensazione provata è di un lavoro che necessità di maggiori equilibri nell’uso dello spazio scenico e dell’azione fisica/recitativa, al fine di armonizzare maggiormente la carica virulente del testo.

Prima di andare via chiudi per sempre la porta della speranza

 Ti siedi intorno ad una famiglia che sta cenando e parla dell’ovvio come accade in tutte le case degli italiani. Non sai che stai per assistere ad un annuncio tragico che anticipa il desiderio di uno di loro nel farla finita. Il dopo pasto è il suicidio di un uomo che ha deciso di smettere di vivere. Non ne vale la pena. Spettatori impotenti nell’udire la sentenza che un uomo in perfetta salute si commina da solo, reo di aver perso la felicità e l’amore: la moglie è morta e lui la vuole seguire. Un dramma famigliare esistenziale. Nulla di nuovo sotto il sole si potrebbe dire. Casi di questo genere sono all’ordine del giorno e spesso aprendo il giornale leggi di una tragedia consumata dentro le mura domestiche. Per non parlare di certi salotti televisivi dove discutere animosamente del perché avvengono queste tragedie, con il contributo (poco scientifico) di esperti propensi più a romanzare i fatti che ad analizzarli da un punto di vista psico dinamico serio.

Prima di andare via scritto da Filippo Gili e portato in scena da Francesco Frangipane con la presenza straordinaria di cinque attori, calati nei ruoli con un’efficacia recitativa che lascia senza fiato, creata dagli attori Giorgio Colangeli, Filippo Gili, Michela Martini, Vanessa Scalera, Silvia Siravo e Rossana Mortara, agisce come una seduta psicoanalitica di gruppo a cui partecipano anche gli spettatori investiti dall’emotività che scaturisce dopo aver udito: “Io domani mi uccido”. Le reazioni più diverse e scomposte si abbattono tra gli astanti, c’è chi reagisce con il silenzio e un dolore che devasta dentro, c’è che piange e si dispera, c’è chi urla tutta la sua rabbia. Il decalogo umano delle emozioni spinte all’eccesso quando lo stimolo che le ha causate è qualcosa di ingovernabile. Il testo sapientemente scritto da Gili, scava nei recessi più reconditi dell’essere umano (imprevedibile se non inspiegabile di fronte a certe azioni violente) sa portare alla luce le contraddizioni che ruotano intorno a temi universali quali la vita e la morte, il destino e la possibilità anche di esercitare il libero arbitrio.

Il messaggio che esce dal dialogo concitato di un padre disperato e di una madre affranta dal dolore che stordisce la sua coscienza (a cui si aggiungono anche le sorelle) è che la morte può essere vista come possibilità di salvezza. Un diritto all’autodeterminazione estrema ma realistica se si pensa a certi casi di cronaca, là dove la persona in stato di malattia terminale, chiede la possibilità di smettere di soffrire. I rimandi alle problematiche della morte come scelta estrema, vedi  testamento fine vita, eutanasia, libertà di coscienza nel non voler vivere per decisione di altri, aleggia sopra quella tavola dei cinque commensali, e alla fine si alzerà verso l’alto per lasciare spazio al dolore di chi non può e non vuole capire. Il convincente allestimento di due compagnie unite, Il suonatore Jones e Argóstudio di Roma, affronta tematiche trattate con molta cautela e senza facili rimandi retorici. Tutto si gioca sui non detti tra i cinque protagonisti, che pesano molto di più delle parole a volte sprezzanti. La dinamica ruota tutto intorno ai sentimenti di ognuno di loro e al finale dove l’uomo esce di casa e non entra più dalla porta che resta chiusa. Una porta pesante come il dolore nel cuore di chi si sente vittima e carnefice alla pari.

 Un lungo tavolo bianco e candido sui cui siede Alice nel Paese delle Meraviglie

Bianca la tavola, bianche le stoviglie, bianche le camicie, bianche le atmosfere. Un bianco che abbaglia e annulla ogni dimensione spazio temporale. Tutto è perfetto e calcolato al millimetro. Gesto, azione, reazione. Un via vai di piatti, bicchieri, bottiglie, zuppiere, il cui utilizzo è in funzione di qualche rituale a noi sconosciuto. Sono movimenti legati ad pensiero che viaggia alla velocità della luce, si accendono e si spengono in un istante. It’s always tea-time del Teatro delle Moire è teatro senza parola, prendendo a prestito ciò che dice il Cappellaio Matto ad Alice nel Paese delle Meraviglie (“È sempre l’ora del tè”) dove non è necessario l’utilizzo del linguaggio, quando a parlare c’è un universo di significati e di rimandi estetici/visuali e concettuali.

Allo spettatore viene lasciata la libertà di scelta senza ammiccamenti o facili sotterfugi. Non deve convincere nessuno per entrare in un mondo algido e asettico. La cura che il progetto registico e drammaturgico di Alessandra De Santis, Attilio Nicoli Cristiani, sviluppano per realizzare una messa in scena dall’indubbio fascino, denota uno studio di base che non tralascia nulla. Azioni reiterate per raccontare banali azioni domestiche/quotidiane, che grazie a questo meccanismo assurgono a movenze coreografiche e gestuali di estrema raffinatezza. Il corpo scenico di Gianluca Col, Emanuele Sonzini a cui si aggiungono quelli di Alessandra e Attilio, sono al servizio di un racconto sospeso senza inizio e senza fine, dove il tempo è sospeso in una bolla onirica che astrae ogni rifermento della vita reale.

Si degusta il cibo che non c’è nei piatti, si sorseggia un vino che non riempe il bicchiere, e il gesto è quasi maniacale per la perfetta aderenza a quello della nostra vita quotidiana. Il confine tra qualcosa di vero e quello fantasticato e immaginato s’annulla come d’incanto. È quanto accade anche nei giochi infantili dove la fantasia è libera di percorrere mondi infiniti. C’è un uso immaginifico dell’oggetto comune che diventa decorazione scenografica o costume di scena. C’è anche il nudo di Alessandra giocato con ironia sdraiato sul tavolo come fosse una rappresentazione di un banchetto ludico dell’Impero Romano, e di uno dei giovani performer la cui fisicità fa da rimando ad una bellezza estetica che entra in risonanza con la perfezione dell’allestimento. Ritmo, pulizia del gesto, entrate ed uscite calibrate all’unisono, una buona dose di autoironia fanno di questo lavoro del Teatro delle Moire, un godibile intrattenimento a teatro.

Dalla polvere riemerge l’anima defunta di Amleto

Spettacolo molto denso di rimandi e citazioni, sovraccarico di segni e di simbologie estetiche, L’archivio delle anime. Amleto colpisce per la capacità di ricreare un mondo fantasmagorico dove aleggia un funereo becchino che si aggira per la scena. Unico interprete poliedrico ed eclettico per capacità di trasformista. Massimiliano Donato del Centro Teatrale Umbro si prodiga senza risparmiarsi nello scatenare mille diavolerie: ossa e fantasmi, lugubri apparizioni. Entra ed esce da un fortino di legno, si maschera, recita nevroticamente tutti i personaggi dell’Amleto shakespeariano, saltellando su e giù per la scena che si va a saturare di oggetti, fumo, bagliori di fiamme, creando un caos dove sembra implodere tutto. Il compito del becchino “amletico” è quello di far sparire tutte le tracce del dramma, i suoi personaggi.

Non deve restare nulla del passato ma l’intento simile ad una rimozione dell’inconscio non può avvenire. Come accade nel cervello umano anche il teatro riemerge sempre dall’oblio e diventa protagonista unico assumendo in sé il dramma nella sua interezza. L’attore ha indubbie qualità di attore dotato di mimica e abilità come trasformista. Utilizza anche dei burattini per creare una sorta di sdoppiamento dei personaggi che aleggiano dentro uno strampalato cimitero caotico e polveroso. La concezione del lavoro creato da Massimiliano Donato è originale ma deve trovare un giusto accordo tra idee drammaturgiche e sceniche e l’azione in scena. La versione presentata a Kilowatt denota alcuni eccessi che rischiano di prevaricare su quanto di efficace è stato creato. Una riduzione sulla durata dello spettacolo gioverebbe sicuramente sull’esito finale.

Il moto rotatorio dei corpi che cadono nel girone dell’Inferno dantesco

Un quadrilatero nero rivestito di spessa gomma a fare da camera oscura. Luci rossastre e violacee, l’entrata sul palcoscenico in fila indiana fino a creare un coro silenzioso che si posiziona in piedi per lasciare vuoto il centro della scena. Nessun confine tra il pubblico e i performer danzatori della compagnia Schuko che con Come corpo cade/ as a body falls roteano in cerchio e le cadute diventano coreografie ispirate dal V canto dell’Inferno di Dante.  Il girone dantesco appare in tutta la sua potenza. Sono mossi da un’energia che li spinge a correre come se in preda ad un moto rotatorio senza fine. Due di loro sono Paola e Francesca, condannati per adulterio. La pena comminata per il loro amore. Tre danzatori in scena: Marta Melucci, Francesca Telli, Cristiano Fabbri. I loro ruoli sono intercambiabili e la frenesia dei loro movimenti sfiora di continuo i corpi del pubblico. Si amalgamano con le reazioni sensoriali degli spettatori, arrivando a percepire i loro fiati, il calore emesso dall’energia che si sprigiona. Una performance che vuole indagare l’utilizzo dello spazio in modo inslito a cui si aggiunge lo studio di rendere fisico e gestuale un testo fondamentale della letteratura italiana qual’è il poema della Divina Commedia di Dante.

La guarigione di Chiara è una battaglia vinta

Di tumore si può guarire? Per Chiara Stoppa si. Lei è il “Ritratto della salute”, il  titolo del suo monologo che racconta la sua odissea di malata di tumore, affrontata con una forza d’animo che la farà uscire dal tunnel buio per ricominciare a vivere e affrontare di nuovo i palcoscenici dei teatri, i suoi luoghi di lavoro. Una diagnosi che non lasciava scampo, l’iter doloroso delle cure invasive come la chemioterapia, l’altalena dei referti come sentenze senza appello, la voglia di vivere che la fa decidere di interrompere i trattamenti sanitari a cui il suo organismo sembra non voler rispondere. E poi la guarigione e il ritorno al suo lavoro di attrice. La compagnia Atir propone questo lavoro come esempio di teatro di narrazione, scritto da Mattia Fabris e dall’interprete che ha si un registro anche auto ironico nel raccontare il suo percorso di vita e di malattia, ma la parte più convincente della sua pièce è quando ripercorre le tappe fatidiche dalla diagnosi della malattia fino a poter dire “io sono guarita”. Gli inserti che tendono a spettacolizzare a tratti il lavoro (frutto della scrittura e della regia di Fabris) sembrano sminuire o per lo meno diluire la tensione drammaturgica e di conseguenza anche recitativa, lasciano spazio ad un esercizio più di stile che un teatro dove la realtà irrompe sulla scena e ti costringe a interrogarti su quanto sia difficile vivere e combattere per sconfiggere un killer silenzioso come la malattia subita dall’attrice.

Scelte di teatro come quello di narrazione civile e autobiografico necessitano di una particolare attenzione per come impostare la scrittura e di conseguenza la messa a punto sulla scena dove regia e recitazione devono trovare un punto di equilibrio il più preciso possibile. Resta comunque il valore della testimonianza coraggiosa che ha deciso di condividere Chiara Stoppa che di lei Franca Valeri racconta: «Un giorno Chiara è venuta a trovarmi, si è seduta sul mio letto e mi ha recitato il suo Ritratto della salute; una tragica esperienza personale in un monologo che, con una comicità disarmante, ci affligge una profonda e sobria commozione”.

 Solo e Senza Niente l’attore recita se stesso.

 Si intitola Senza Niente e si avvale di un attore solo, il capitolo presentato da Teatro Magro, monologo che fa parte di un progetto di quattro “Monologhi seriali” basati su un’indagine tematica che affronta la crisi del teatro e della cultura dal punto di vista delle figure professionali che lavorano nel/col teatro, ovvero l’attore, il presidente, l’amministratore e il regista. Senza Niente prende in esame l’attore che entra ed esce da tutti i vari generi teatrali, facendone la caricatura a volte comica altre sarcastica. Il teatro messo alla berlina non perché accusato di non essere all’altezza del suo compito ma per come viene rappresentato in stili differenti se visto con l’occhio del comico. Quello che si è visto è una carrellata di microcitazioni dei più conosciuti repertori artistici: dalla prosa al contemporaneo fino al teatro dell’assurdo. Alessandro Pezzali dispone di buone capacità di gestire la scena dotato di mimica, gestualità, registri vocali e tutto quello che serve per sostenere un assolo così impegnativo ma la regia di Flavio Cortellazzi sembra soffermarsi  di più su queste capacità dell’attore che sviluppare una traccia drammaturgica capace di evolvere  a sostegno del progetto.

La nascita dell’uomo fai da te.

 Non si dice più ..” e Dio creò l’uomo”, ora ci pensa l’uomo a farsi tutto da solo. Almeno per il danzatore coreografo e scenografo Leonardo Diana, il drammaturgo e video maker Leonardo Filastò, il pittore Ronnie Oroz, i musicisti Luca e Andrea Serrapiglio, le luci di Mario Bacciottini. L’uomo lo creano loro e lo portano alla vista del pubblico con “E l’uomo creò se stesso. And Man created Himself”,  finalista del IV Premio Equilibrio per la danza di Roma. Un lavoro di creatività differenti che si assemblano per dare vita ad una danza coreografata, disegnata in tempo reale, accompagnata da musiche e proiezioni video che esaltano la corporeità fisica dell’essere umano. L’uomo al centro dell’Universo come concetto laico e non creatura nata per volere divino. Leonardo Diana si mostra in tutta la sua fisicità artistica e da vita ad un saggio di bravura. Non è uno spettacolo innovativo per le tecnologie adottate (un genere di teatro-danza che si sta affermando sempre di più) ma comunque interessante anche se privilegia più il fronte estetico che quello drammaturgico.

(crediti fotografici di Luca Del Pia)

Visti al Kilowatt Festival  l’energia della scena contemporanea.  Sansepolcro, dal 20 al 22 luglio 2012

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