recensioni — 08/05/2017 20:42

Sconosciuti l’uno di fronte all’altro sono Uomo e Donna ne “I bei giorni di Aranjuez”

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BUTI – (Pisa). Scrittore, sceneggiatore collaboratore di Wim Wenders, poeta e dopo Thomas Bernhard il più importante scrittore austriaco vivente di lingua tedesca Peter Handke ha regalato al teatro testi graffianti e provocatori fra cui Insulti al pubblico (come non ricordare la versione della Compagnia della Fortezza con la regia di Armando Punzo, dentro il carcere di Volterra nel 1999) e numerosi testi narrativi e poetici. Fra questi l’enigmaticità del recente I bei giorni di Aranjuez, scritto in francese, sembra raccogliere atmosfere e personaggi de L’Assenza ma soprattutto i tratti misteriosi femminili de La donna mancina. Coraggioso mettere in scena, anzi in lettura scenica in forma di reading questo lavoro pur se pensato dall’autore austriaco, oggi settantenne, proprio come lavoro per il Teatro. Tuttavia Giovanna Daddi e Dario Marconcini, direttore storico del Teatro di Buti, hanno dimostrato davvero un gran coraggio nel mettere in scena questo testo, perché vincolati dall’Autore a proporre una lettura statica e non una mise en espace del suo lavoro narrativo (da cui è stato anche tratto il film presentato a Venezia nel 2016 diretto da Wim Wenders).

 

Ma data l’avventura teatrale e la coerenza di scelte autorali che ha segnato le vite artistiche e individuali della coppia, in teatro e nella vita, nata nella congerie grotowskiana del CSRT di Pontedera oggi Teatro Nazionale della Toscana, non ci meravigliamo della scelta artistica, perché avvezzi a proposte dove la sfida ideativa e interpretativa è stata l’affrontare anche di recente, micropièce di autori come Beckett e Pinter. Stavolta però la testualità del lavoro di Handke è debordante, finemente letteraria, ricchissima di citazioni e di rimandi sia alla narrativa che al cinema (insomma una forma chiusa) e poneva paletti di non facile sostenibilità, per reggere sulla scena anche se da parte di due attori e interpreti di lunga e comprovata esperienza, consoni alle sfide dall’asticella alta.

Dunque assistiamo a un’intera ora ad alta intensità emozionale, abbacinati da una luce gialla fissa come sparata, un effetto giallo tahitiano tratto dai quadri sensuali di una femminilità (poliandrica matriarcale polinesiana alla Gauguin), che ben si sposa alle confessioni(?) della Donna-Giovanna Daddi, che accompagnerà tutto il reading. L’Uomo-Dario Marconcini e la Donna sono seduti uno accanto all’altra, di lato. Presto veniamo a intuire che i due personaggi sono l’uno sconosciuto all’altra, che hanno come sottoscritto un patto: porre domande, da parte dell’uomo alla donna- raccontami è il leit motiv che traccia tutta la prima parte del lavoro, che mai può rispondere se non con argomentazioni, tracce mnestiche vere, verosimili o forse fasulle. I due personaggi sono in realtà due monadi monologanti, privi e privati di qualsiasi rapporto reale. Non c’è nessun contatto tra i due: né amanti né amici né conoscenti. Niente di niente. E allora, cos’è che li lega? la narrazione, il gioco dell’abbandonarsi alle memorie. Vere? false? chissà.

 

Un flusso psichico che ricorda trame segrete, crittate dal sapore di trascrizioni da doppio taccuino di sedute psicoanalitiche. Ciascuno dei due allegorici personaggi L’Uomo e La Donna (come non ricordare i quattro in fuga de L’Assenza?), narra di sé ricordi, che come ben sappiamo da Freud alle neuroscienze, il Tempo trasfigura, ottunde, mistifica in un continuo aggiustamento di visioni e auto-narrazioni. Il lirismo della Natura che accoglie i due narratori esistenziali-esistenzialisti? forse, visto che anche nel film di Wenders la coppia di sconosciuti si affaccia su un giardino esuberante, una campagna amena con sullo sfondo la città di Parigi ed anche il testo originale è in lingua francese. Un giardino in piena estate, dei girasoli sul tavolino alla maniera di Van Gogh, la Donna in un leggero abito floreale: un’apparente pacificazione umana con la Natura che nello spazio del Teatro butese, a sua volta immerso in una Natura debordante fra olivi e paesaggi toscani mozzafiato, è ben sottolineato dalle casse montate in stereofonico sul primo ordine dei palchi laterali usate come sottofondo in amplificazione sonora dei rumori della vita campestre: grilli, cicale, canti d’uccelli.

 

Spesso, i suoni durante la spettrale narrazione, diventano striduli e stridenti a loro volta nella loro ossessività pervasività-un po’ il tema del Giardino infestato dello Zibaldone di Leopardi quando la Morte e la Vita insieme si appalesano al massimo dello splendore che conosce a sua volta il marciume, a far da controcanto e commento alle parole del flusso di coscienza, lucido anche se non alla Molly Bloom della Donna. Anche qui però al femminile nel resoconto all’Uomo, si tratta di mestruazioni, deflorazione, sesso da parte della Donna-Corpo-ché la Donna risponde alle domande incalzanti del Maschio-Uomo, mentre l’Uomo che fruga-indaga, tratta, in perfetta non sinestesia o almeno non con la Donna, di Mondo esterno e di guerra (del resto lo stesso scrittore è stato in Bosnia e nei Balcani come reporter durante il conflitto dell’ex Jugoslavia anche prendendo posizioni politiche molto nette). E sull’Uomo cala, ancora, il frastuono di elicotteri, mitragliatrici amplificata dalle casse. Il paradosso Natura/Cultura è tutto incentrato sulla scrittura feroce di Handke che non dà spazio e requie alla risoluzione estetica o almeno accomodante, fra le voci che sono urla disarmanti di solitudini estreme, quella femminile e quella maschile in bilico fra giorno e notte, fra sonno-sogno e veglie. Vite che se si sono sfiorate, mai si sono incontrate. Una testualità onirica atemporale eppure vigilissima sulle contraddizioni misteriche delle vite, spesso incompatibili, di creature umane sì, ma profondamente diverse per genetica sessuale e soprattutto per incompatibilità strutturali create da millenarie pseudo culture anche e molto sessiste.

Peter Handke

 

La scrittura di Peter Handke ha una marcia in più, e almeno fin da La donna mancina, sul vissuto femminile contemporaneo per sensibilità, capacità empatiche di controproiezione. La corporeità-pensiero intelligenza e forte pervadenza empatica di Giovanna Daddi ne restituisce in toto, con la complice ma severa supervisione registica di Dario Marconcini, tutto il fascino misterioso e anche un po’ misterico della complessità di questo personaggio sensual-demonico per cui l’unica azione concessa all’Uomo in scena (concessa dallo stesso Autore) è: girare intorno al cerchio delle streghe- quella Strega, quella Donna. quella? ed in quale spazio-tempo che rimanda su rimandi, forse di Spagna? chissà

I bei giorni di Aranjuez,

prima nazionale

di Peter Handke

Con Giovanna Daddi e Dario Marconcini
Scene e luci di  Riccardo Gargiulo e Maria Cristina Fresia. Impianto sonoro Flavio InnocentiProduzione Associazione Teatro Buti
Visto a Buti ( Pisa) Teatro Francesco di Bartolo, il 29 Aprile 2017

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