Altrifestival, Teatro, Teatro recensione — 07/08/2022 at 10:58

L’insuperabile, ambiguo conflitto fra precarietà e stabilità

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RUMOR(S)CENA – MILANO – Il buio non è tenero, di Silvia Pallotti e Tommaso Russi della compagnia “Il turno di notte”, riporta alla mente uno slogan che ha attraversato le rivendicazioni femministe, le lotte studentesche, e anche le grandi battaglie referendarie: “Il privato è politico”. Costruito, infatti, sulle dinamiche di un rapporto di coppia, lungi dall’esaurirsi nel tratteggio dei personaggi e nella cronaca delle loro frustrazioni, lo spettacolo ha una valenza di più ampio respiro, di rilevanza sociologica, e quindi politica. E lo fa con intelligenza, utilizzando il linguaggio teatrale, scevro da qualsiasi tentazione predicatoria.

Lui e Lei – i nomi propri dei due personaggi non compaiono – sono una ordinaria coppia di trentenni: colti e sfigati come tanti e, come tanti della loro generazione, precari. Il loro incontro, e un primo, improbabile bacio, avviene nei servizi igienici ove sono rimasti chiusi, nella pausa di un colloquio di lavoro. Già le loro risposte all’intervistatore, montate in parallelo, e l’incidente occorso nei bagni, rivelano la scelta di un registro ironico, a volte comico, cui non è estraneo un tocco di surreale, che caratterizza l’intero spettacolo.

foto di Manule Vignati

La scelta scenografica è improntata all’essenzialità; pochissimi e poveri gli oggetti in scena: due seggioline da bambini e un attaccapanni metallico su ruote; elementi spostati dagli attori, che nel corso della rappresentazione suggeriranno funzioni diverse. Da citare almeno la scena in cui i due, voltandosi ora sull’uno, ora sull’altro fianco su un letto matrimoniale, si scambiano progetti e recriminazioni: il tutto secondo una cifra espressiva molto realistica e credibile; salvo il fatto che quel letto è verticale, ricavato dall’attaccapanni sul quale si è steso un lenzuolo e una coperta.

Un’analoga dualità di registro si rileva in un’altra scelta drammaturgica: una sorta di scollamento fra la parola, che si articola secondo i canoni di un dialogo tradizionale, ancorché a volte sopra le righe, e l’espressività non verbale; quasi un contrappunto coreutico, più spesso affidato a Silvia, che non si limita a illustrare, ma amplia e sviluppa emotivamente il valore semantico della parola. Anche il progetto luci ha una sua suggestiva originalità: i led e le torce elettriche sono manovrati a mano dagli attori stessi, come volessero esplorare il buio citato dal titolo.

foto di Costanza Betti

Sostenuto da una partitura sonora intessuta di rumori, lo spettacolo – poco più di un’ora – segue l’evolversi del rapporto fra Lui e Lei, complicato anche dall’annuncio di un’imprevista gravidanza (il cui esito rimane nell’ombra), fino al conseguimento di una situazione meno precaria, eppure non ancora soddisfacente. Nel racconto si inseriscono anche momenti esterni alla vicenda, dal carattere decisamente surreale: la venditrice di delusioni; le improbabili, reiterate istruzioni, esposte da una voce registrata, per essere adulti; la visita guidata all’ultimo esemplare di Homo sapiens sapiens.

In uno spettacolo così fluido e denso, a tratti addirittura spiazzante, non tocca al recensore definire il messaggio etico o politico sotteso, all’interno di un’inconciliabile alternativa fra il disagio per la precarietà, affrontata con spirito combattivo, e la supina, piatta mediocrità di una vaga stabilità economica. In chiusura, come sollecitazioni lasciate in sospeso, una serie di brevi interviste registrate, rilasciate da persone interrogate sulle prospettive e i sogni fra dieci anni. Più che nell’ermetico titolo, una più illuminante chiave di lettura dello spettacolo potrebbe trovarsi in un termine fortemente ricorrente nel testo: la paura; che compare anche in forma di esortazione in almeno due punti; “Non ha senso vivere, se si ha paura di tutto!”

foto di Silvia Pallotti

Visto a Milano al Teatro Linguaggi creativi il 9 giugno 2022

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