recensioni — 07/05/2017 21:41

La vita naufragata dentro la “Tempesta” del Teatro del Lemming

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BOLOGNA – L’esperienza con il Teatro del Lemming è da sempre occasione di una partecipazione inclusiva al processo creativo: lo spettatore viene chiamato ad una presenza attiva, immersiva e sensoriale nel coinvolgimento emotivo, fisico ed empatico con gli artisti, senza il quale l’azione scenica non avrebbe senso di esistere. Un teatro che si confronta a viso aperto per instillare un pensiero che si interroga sull’esistenza stessa della vita. Chiede di schierarsi per prenderne parte in un processo finalizzato al superamento della messa in scena convenzionale, forma di intrattenimento fine a se stessa. Massimo Munaro che ne è direttore artistico e regista del Lemming, sceglie di affrontare le drammaturgie di autori del passato per metterle in relazione con la realtà odierna; al fine di condividerle senza filtri né distanze. Nel panorama delle celebrazioni shakespeariane anche il Lemming si è impegnato in una personale riscrittura della celebre “Tempesta” con “WS Tempest” che segue “Amleto” e “Giulietta e Romeo – lettere dal mondo liquido”, a completamento della trilogia dedicata al drammaturgo inglese. Anche in questo caso la scelta diventa pretesto per affrontare liberamente un percorso interpretativo del significato stesso della parola tempesta e naufragio. Massimo Munaro nelle note del programma di sala introduce la visione con una esauriente declinazione del suo pensiero drammaturgico – registico, finalizzato alla comprensione del lavoro. «La Tempesta come simbolo di un naufragio che avviene, prima di tutto, nella mente del protagonista. È come se lo stesso Shakespeare, nella figura di Prospero, dal fondo del mare, rievocasse come in un delirio, gli infiniti personaggi delle sue opere: Amleto, Giulietta, Macbeth, Lear, Riccardo, Bruto tornano a visitarlo. Queste figure rappresentano allo stesso tempo anche frammenti, parti di un’identità composita che è quella del poeta, che è quella di tutti: perché ciascuno di noi è fragile come Ofelia, geloso come Otello, integro come Cordelia, pieno di dubbi come Amleto… Il naufragio nella memoria di Prospero/WS è anche così un naufragio nella nostra mente».

 

 

Lo spettatore entra da subito in una dimensione oscura (come lo è la mente umana) in cui la partecipazione suscitata dalle azioni degli artisti sale progressivamente in un crescendo emotivo, composto da stimoli sensoriali e contatti ravvicinati tra i corpi in movimento degli artisti. Si viene catturati per l’intensità delle parole che ci vengono rivolte, interrogativi diretti verso la nostra persona per carpire chi siamo, da dove veniamo, i luoghi di nascita: una sorta di esame biografico a cui siamo tenuti rispondere. Si evince come sia un tentativo di instaurare delle relazioni per facilitare l’avvicinamento in cui poter annullare le differenze di ruolo. Nell’oscurità dello spazio scenico dei Teatri di Vita pensato come un luogo immateriale senza riferimenti, siedono a terra i sette protagonisti che il regista Munaro ha scelto: sono intenti a scrivere su fogli per depositare ai posteri le storie universali. La genesi stessa del teatro che diventa esso stesso testimone attuale di un lascito del drammaturgo. La scrittura a cui assistiamo non è altro che la creazione in diretta di una storia tutta da vivere come coprotagonisti privilegiati.

foto di Dario Rigoni

Il movimento fisico dei perfomer è accelerato, avanza e indietreggia, diventa frenetico, circolare, suscita spaesamento tra gli astanti e in balia degli eventi (non più atmosferici ma fisici emotivi). Una Tempesta che si viene a creare per effetti sinergici tra evocazioni e rimandi, citazioni e suggestioni, di elementi primordiali. L’acqua e la terra da dove tutto si genera, nasce e muore. Tutto appare come un onirico sogno dove l’inconscio si apre a scenari inediti, squarci di inaudita potenza visiva. Gli sguardi si incrociano ma appaiono asettici e privati di qualunque reattività. Sono fantasmi evocati, personaggi risuscitati dalle opere di Shakespeare, in una sorta di caleidoscopio in bianco e nero. Appaiono protesi verso di noi per supplicarci di “rivivere” per un frammento di tempo prima che la “tempesta” li faccia naufragare nell’oblio perenne. La ricerca di Munaro si pone nel solco di quella già affrontata da altri registi e interpreti, da Roberto Latini con il suo “Amleto + Die Fortinbrasmachine” con un teatro che rimanda a se stesso, dove avviene un spostamento di senso anche per la volontà dell’autore e interprete di spogliarsi del personaggio nel tentativo di uscire dalla messa in scena di se stesso. O Armando Punzo regista della Compagnia della Fortezza di Volterra che sceglie di destrutturare tutta l’opera di Shakespeare, cercando di individuare elementi inediti e le sue diverse variabili che appaiono ancora oggi universali così come descritte dal suo autore. Se in Punzo la visione arriva sul pubblico con continue sollecitazioni lasciando libertà di riflessione, in “W.S. Tempest” il contatto è intimo per continue collisioni fisiche che rifrangono sulla nostra presenza, come impulsi rifrangenti che ci scuotono e ci interrogano. Sono i dubbi amletici che risuonano a cui fa eco la gelosia di Otello, riemergono dal buio della memoria anche Lear o Macbeth, proiezioni fantasmatiche, parti di una identità scomposta in diverse altre personalità, riconducibili a quella dello stesso Shakespeare.

 

 

Una voce sussurrata al microfono dice di non aver paura ma cosa possiamo fare per impedire che il destino ineluttabile della nostra esistenza, faccia il suo corso? Siamo tutti naufraghi e ognuno di noi vive il senso di perdita e abbandono, di umana fragilità nel tentativo di non soccombere. La condizione umana nella scena dell’attore bendato che viene lanciato verso il pubblico, indifeso nella sua parziale nudità, la cui condizione è quella di cercare il contatto fisico invano. Munaro sembra dirci che non c’è speranza di salvezza in questo nostro mondo e ogni nostro atto di resistenza appare come gesto estremo. Il naufragio diventa condizione ineluttabile per l’essere umano. Lo sostiene anche Peter Brook intervistato da Repubblica: «Lo stato della Terra peggiora giorno dopo giorno confermando ciò che era scritto nel “Mahabharata”, l’umanità è divisa in 4 epoche (…) la prima è la rapida evoluzione dell’umanità fino al suo punto più alto, le altre tre sono la discesa verso la distruzione totale. Noi siamo tragicamente alla quarta era». In “W.S Tempest” Chiara Elisa Rossini, Diana Ferrantini, Katia Raguso, Marina Carluccio, Alessio Papa, Boris Ventura e Alessandro Sanmartin si prodigano instancabilmente in un’azione collettiva anche ritualistica, complice la musica originale composta dallo stesso regista, accompagnandoci alla fine verso quella luce che ci guidi verso l’uscita. Qualcosa di noi però è rimasto dentro e vaga in cerca di risposte che forse mai potranno essere esaudite.

W.S. Tempest

drammaturgia, musica e regia Massimo Munaro
con Chiara Elisa Rossini, Diana Ferrantini, Alessio Papa, Maria Grazia Bardascino, Boris Ventura, Marina Carluccio, Katia Raguso, Alessandro Sanmartin
elementi scenici Luigi Troncon
una produzione Teatro del Lemming 2016

 

Visto ai Teatri di Vita di Bologna il 5 marzo 2017

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