RUMOR(S)CENA- ROMA- Cento anni dalla nascita e celebrazione a teatro per Marilyn Monroe, icona d’epoca dalla vita travagliata a cui rida vita al teatro Manzoni di Roma la versatile Melania Giglio, specialista nel recupero di celebrità non facilmente dimenticabili. Dopo Edith Piaf ed Amy Winehouse. Qui più che Marilyn celebrata c’è una diva crepuscolare e al tramonto che registra la difficile convivenza sul set ne Il principe e la ballerina, stante il carisma opprimente di Laurence Olivier o vive la difficile coesistenza con Clark Gable sul set de Gli spostati, nel finale di carriera. Melania Giglio non ha l’età di Marilyn quando lascia il mondo a 36 anni d’età ma il confronto anagrafico è banalità di fronte allo sforzo di riprodurne il carisma con vestiti d’epoca (in genere bianchi), ivi compreso l’effetto ventilatore riprodotto dal graffiante Quando la moglie è in vacanza. Di più Melania Giglio mette il turbo esaltando le proprie qualità di mezzosoprano con tonalità che certo Monroe non avrebbe potuto eguagliare.

Gli intermezzi sonori sono dunque di conseguenza i più applauditi e stimolanti. L’assemblaggio di Daniele Salvo valorizza il personaggio di Joe Di Maggio, il marito campione di baseball, ostinatamente fedele, mentre minimizza il ruolo di Arthur Miller nella vita sentimentale dell’attrice. Di Maggio ricompone un’amicizia senza incrinature e gelosie con Milton Greene, il fotografo che ha restituito con il proprio lavoro l’immagine più fedele e mediaticamente convincente della diva. L’umiltà dello spettacolo consiste anche del restituire a Monroe i panni più semplici e fungibili e, se si vuole, anche proletari dell’originale Norma Jean. L’apologo finale parla di lupi. Quelli che ha affrontato l’attrice a inizio carriera: sedotta da un uomo subito scomparso, costretta sul divano del produttore (un classico replicabile a Hollywood), sfruttata da registi che le tolgono l’anima. E poi i tormenti della vita personale: il discusso e chiacchierato legame a doppia mandata con i fratelli Kennedy, le due mancate gravidanze, il tentativo di suicidio per eccesso di barbiturici.

Una vita ad alti e bassi senza un punto centrale di equilibrio. Joe Di Maggio, dalle chiare originali italiane (siciliane), avrebbe potuto essere il punto centrale del recupero ma la sua mentalità latina si scontra con quella di Norma Jean. Basti pensare che lei interrompe il viaggio di nozze per alzare il morale dei militari americani di stanza in Corea per una dei tanti conflitti innescati dal Paese, teorico esportatore di democrazia nel mondo. Di Maggio vuole una donna che cucini per lei e stia nei panni tradizionali. Facile immaginare come l’attrice rifiuti il ruolo. Uno spettacolo malinconico che rinfocola il mito mettendone in luce debolezze e comprensibili fragilità. Il padre che l’ha generata, persino quado lei è celebre, la rifiuta per non creare imbarazzo alla sua nuova famiglia. Melania Giglio lascia spazio a attori che non sono semplici comparse ma travi portanti che sostengono gli ottanta minuti di rievocazione.
Il filone di Giglio probabilmente continuerà con altre scorribande tra canzoni, cinema e teatro: un filone di cui pare unica interprete in Italia. Scenografia tutta in bianco con veli strappati come i petali di un bel fiore. E il canto viene condito con la danza a movimentare un ensemble per niente prevedibile e scontato nonostante il tema didattico di partenza. Antonio Tabucchi aveva descritto l’attrice americana come “una farfalla, una bambina che cammina su di un filo sospeso sull’abisso”. E lo spettacolo sembra corroborare questa descrizione.
MARILYN MONROE, troppo bionda per esser creduta, con Melania Giglio, Danny Bignotti, Sebastiano Gimelli Morosini, regia di Daniele Salvo, costumi di Daniele Gelsi, assistente alla regia Matteo Fiori, arrangiamenti originali Heron Borelli, grafica Mario Toccafondi, produzione Bis Tremila.
Visto al Teatro Manzoni di Roma il 5 marzo 2026





