Teatrorecensione — 07/03/2014 16:30

“Pantani”: ascesa e caduta di un mito

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Fotografia di Fagio

Fotografia di Fagio

“Pantani” del Teatro delle Albe è, tra le altre cose, uno spettacolo contro la Comunicazione.
Contro quella modalità d’interazione con la realtà che normalizza, mescola, confonde, appiana, svuota i contenuti e restituisce simulacri, pialla gli opposti riconsegnando degli uguali, aborre le prese di posizione. In breve:  che semplifica; e annulla o distrugge.

Al tritacarne forsennato di televisione e giornali che troppo spesso abdicano alla verità  in favore della notizia, la compagnia ravennate guidata da Marco Martinelli contrappone la logica e il tempo arbitrari del teatro.
Un tempo lento,  che strappa la storia di Marco Pantani al chiacchiericcio del “Paese senza faccia, solo facciate”, alla pagina di un giornale sfogliato al bar, a un televisore acceso che biascica notizie di morte come colonna sonora della nostra cena, per ricollocarla in uno spazio ritagliato a misura di presenza e d’ascolto, davanti a facce vere, oltre le facciate.  Lo spazio del teatro, allora, diviene unica aula al riparo dal frullatore della comunicazione,  in cui è possibile riaprire davvero un processo impropriamente archiviato, unica opportunità di riabilitare in prima persona e in quanto comunità una figura frettolosamente squalificata.

La vicenda dello sportivo, sul palcoscenico del  teatro “Pubblico” di Casalecchio, diventa specchio della nostra stessa scelleratezza, metonimia di un pezzo di storia italiana, di quella Seconda Repubblica dell’ottimismo preconfezionato, dei sogni agita e gusta prêt à manger, delle scalate lampo, del marciume imbellettato.

Fotografia di Claire Paquier

Fotografia di Claire Paquier

Culla di quella schizofrenia d’opinione per cui un momento prima “Pantani sei un mito”, “Pantani c’est un gèant”, “Pantani eroe”, e un attimo dopo “Tradimento” e “Pantani dopato”.  Gli anni d’oro, appunto, di quella macelleria massmediatica impastata alle strategie di potere che all’evidenza sostituisce agilmente l’improbabile, per cui due più due fa cinque lo stesso, se serve a far tornare i conti di chi conta. Una fabbrica di frasi fatte, dispensatrice di etichette su misura per tutte le occasioni. Che se sei stato accusato ad alta voce ingiustamente e poi dichiarato innocente a fil di voce, ti meriti almeno uno sconto sul marchio: “figura controversa!”

E Pantani viene condannato in televisione, in piazza, sui giornali, nei bar e alle nostre tavole, per un esame che poi sarà dichiarato inattendibile, prima ancora di essere accusato in Procura, salvo poi dimenticarci di assolverlo anche quando perizie e tribunali, otto in quattro anni, lo assolvono davvero. Perché l’innocenza, in genere, non è notiziabile.

Lo spettacolo ripercorre la vita di un campione che alla Sfortuna sempre in agguato ha risposto con la fiera tenacia romagnola, che al fuoristrada che lo travolge sulla Milano-Torino, al gatto grigio tra le ruote al Giro del ’96, alla catena della bici saltata sulla salita di Oropa al Giro del ’99 ha opposto vittorie strepitose, imprese memorabili, rialzandosi più forte di prima, sempre. Fino a Madonna di Campiglio, a quell’accusa precipitosa di doping che ha innescato un effetto domino distruttivo: la demonizzazione, le esclusioni dalle gare, l’isolamento, che lo conducono a morire, solo, nella camera di un  residence, per overdose di cocaina.

Si procede per accerchiamento, dai contorni, per avvicinare il più possibile il centro di una figura che rimane assente, filtrata dai ricordi.

Il palcoscenico si popola progressivamente di dettagli, dati, immagini, persone, intrecciando rappresentazione e racconto. Il bambino che ruba la bicicletta alla madre, il chiosco di piadine a Cesenatico, gli amici Jumbo e Spillo, la sorella Manola, il figlio che si toglie con scioltezza i punti di sutura con una pinzetta da sopracciglia, il giovane atleta capace di mangiare anche solo una fetta di cocomero per prepararsi al tour, il campione che vince rimontandone quarantanove, gli allenamenti sul Carpegna, i compagni Conti e Fontanelli, il corridore feroce e appassionato come i gregari di inizio novecento, la dignità robusta e terrigna romagnola imparata dai tre mentori (il nonno Sotero, Luciano Pezzi, vecchio gregario di Coppi, e Pino Roncucci, primo direttore sportivo di Pantani). E poi il capitano generoso che raccoglie le borracce per tutti, il fidanzato un po’ geloso di Cristina, e infine l’eroe decaduto.

Fotografia di Claire Pasquier

Fotografia di Claire Pasquier

E si rimbalza da un livello (e da un genere) all’altro, dall’interno familiare alla sfera pubblica, attraverso una equilibrata altalena di personaggi-funzione. Dalla fermezza straziante e composta delle ragioni del cuore dei genitori, alle istanze della razionalità dell’Inquieto (un credibilissimo Francesco Mormino), il giornalista francese determinato a capire, a cui troppe cose non tornano, depositario di un lessico tecnico che si contrappone ferocemente alla banalizzazione degli eventi operata dai media. Fino all’ironia onnisciente del coro di Alessandro Argnani Roberto Magnani Michela Marangoni Laura Redaelli (cui si aggiungono Francesco Catacchio e Fagio).

Accanto al Paolo Pantani di Luigi Dadina, commovente nel suo  orgoglio paterno, in quel romagnolo roccioso che pasticcia le consonanti, la straordinaria Tonina di Ermanna Montanari. Un vestito rosso fiamma, il cuore di ghiaccio austero e delicato come la calla bianca sul tavolino di scena, lo strazio sordo tutto nella voce, nella parlata burrosa e insieme acida. Ermanna non incarna Tonina Pantani, la racconta senza imitarla, ne individua i tratti e li riversa in un nuovo codice, per via di gestus:  gli occhi affilati, il busto composto, le mani a cingersi il ventre, scrigno del dolore materno. La recitazione della Montanari non traduce: translittera.

I due attori non vogliono convincerci di essere davvero i genitori di Pantani; non imboccano la strada di un prevedibile realismo che d’altronde appiattirebbe la vicenda sul piano della rappresentazione, garantendoci l’autoassoluzione finale che ci aspettiamo in quanto spettatori.

Fotografia di Claire Pasquier

Fotografia di Claire Pasquier

Alla purezza della cornice teatrale che tutto normalizza viene obiettato il perturbante di una realtà che invade un territorio non suo, creandovi scompiglio.

In altre parole, accanto (o dietro) a Dadina e alla Montanari, Tonina e Paolo Pantani riusciamo a immaginarceli davvero; la scena ci viene letteralmente addosso, ci aggredisce senza mai alzare la voce, ci scava dentro gettando sul piatto un’attualità recente che si rivela ancora bruciante.

Le parole e le immagini del palcoscenico si intrecciano ai ricordi dello spettatore promossi anch’essi a drammaturgia, costringendolo a riesaminare i propri giudizi o la propria indifferenza, per rivedere il processo sommario con cui aveva sistemato (e neutralizzato) nella propria coscienza  entrambi.

Gli spettatori non si esaltano in qualità di pubblico teatrale per il racconto della vittoria al Giro del ’98, si esaltano come tifosi, guardando le immagini in cui Pantani spalanca le braccia al traguardo e si esaltano al ricordo di quell’impresa che hanno visto in televisione e per cui in un tempo non lontano hanno esultato davvero.  Non applaudono il video dell’intervista di Gianni Minà dopo lo scandalo di Madonna di Campiglio: applaudono proprio a Pantani, alle sue parole, alla sua dignità nel difendersi.

Allo stesso modo in cui non battono le mani a quei titoli di giornale che prima glorificano e poi sviliscono il campione, perché, è ormai chiaro, si tratterebbe di applaudire al nostro stesso fallimento, alla nostra avidità di eroi e di martiri; di miti su cui vomitare le nostre aspirazioni frustrate, di capri espiatori che ingoino il marciume e ripuliscano l’aria quando diventa irrespirabile.

Visto a Teatro Pubblico di Casalecchio il 5 Marzo 2014

In replica al Teatro Stabile di Bolzano dal 27 al 30 marzo alle 20.30 , (domenica ore 16)

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