Danza — 06/05/2019 10:50

Quale “Patria” per una nuova danza?

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RUMOR(S)CENA – PATRIA – VIAGRANDE (Catania) –  Interrogarsi sull’identità, individuale e collettiva, trasformare questa interrogazione in rovello intellettuale e poi in danza; in immagine, gesto, costruzione provvisoria di uno sguardo altro e critico sul nostro essere. “Patria”: la bella coreografia di Roberto Zappalà ha portato in scena i “Viagrande studios” nel paese di Viagrande sul versante sud dell’Etna. Si tratta  di una sua creazione realizzata ad “Anticorpi” nel 2013, avendone ri-meditato le basi concettuali e ri-focalizzato la costruzione formale. Lo spettacolo appare oggi più semplice e diretto: ogni gesto, sebbene lasci trasparire il pensiero che lo muove internamente, è più chiaro e davvero balza agli occhi la straordinaria maturità artistica e umana dei danzatori della compagnia: Gaetano Badalamenti, Maud de la Purification, Alain El Sakhawi, Roberto Provenzano, Fernando Roldan Ferrer, Ilenia Romano, Valeria Zampardi. Sebbene si tratti di un lavoro che ha visto la luce sei anni fa, sembra davvero concepito oggi o che, quanto meno, le sue basi concettuali siano giunte proprio ora, in tempi di sovranismi e chiusure identitarie, a completa maturazione e piena visibilità. L’idea di fondo è quella di interrogarsi di come può la danza esprimere il disagio esistenziale e/o politico determinato dal graduale disfacimento o dalla fine di quelle entità collettive nazionali, etniche, culturali più o meno antiche a cui siamo abituati a chiamare “patria”? Roberto Zappalà e Nello Calabrò, in veste di dramaturg, rispondono a questo interrogativo lasciando, ad esempio, i danzatori liberi di muoversi ed agire quasi singolarmente la loro presenza in scena, come se avessero smesso d’essere parti di quelle grandi entità collettive che vengono accennate, citate, sfiorate. Ecco allora che “La Marsigliese”, “Fratelli d’Italia”, “l’Inno alla Gioia” (che dovrebbe – o forse avrebbe dovuto – rammentarci l’ideale dell’Europa Unita), un’antica e oscura filastrocca in dialetto siciliano, prima ripetuta e quasi balbettata dai danzatori poi usata come materiale sonoro (a partire da una registrazione della voce di Vincenzo Pirrotta). Le grandi musiche della tradizione colta e classica (Bach, Beethoven, Vivaldi, Haydn, Paganini, Mattew Herbert) diventano frammenti di una grande idea di cultura e conseguentemente di appartenenza: l’Occidente democratico, liberale e umanistico, della cui disgregazione tutti noi sembriamo oggi essere vittime ma troppo spesso anche inconsapevoli carnefici.

foto di Alfredo Anceschi

 

Entrambi spesso isolati, incapaci di capirci veramente, di realizzare nuove aggregazioni in grado di guardare con ottimismo al futuro, di muoverci insieme, di costruire in positivo sulla valorizzazione positiva della diversità. Tutto questo si distende e si muove dentro questa coreografia, deviando talvolta dal consueto stile della danza di questo coreografo, aprendone e forzandone le tipiche strutture formali, lasciando intravedere in trasparenza quanta energia è ancora disponibile per l’umanità se riesce a lasciare al proprio destino ogni “patria” che, esauritasi nella sua dimensione di forza liberante o protettiva, si è trasformata in un idolo velenoso cui immolare la fecondità del rapporto con l’alterità.

Visto sabato 13 aprile a Viagrande.

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