recensioni — 06/04/2016 16:05

Una godibile “Locandiera” tra farsa e sottotesto

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MILANO –  Spesso c’è un po’ di prudenza nell’accostarsi a riallestimenti di testi classici.  La prima volta è d’obbligo; poi s’insinua il dubbio che possa essere solo l’ennesima variante riattualizzata, ancora un altro “famolo strano”, di cui chissà se anche il pubblico sente davvero l’esigenza. Non è questo, per fortuna, il caso della “La Locandiera” di  Carlo Goldoni, in scena al Teatro Atir Ringhiera di Milano, dal 5 al 7 aprile. Solo tre giorni per godere della regia attenta e pulita di Andrea Chiodi, all’interno di un focus sulla compagnia Proxima Res, inaugurato il primo aprile con “Invidiatemi” di Tindaro Granata e che proseguirà, dall’8 al 10, con “Antropolaroid” e che compare pure nel cast del testo goldoniano.
C’è poco da fare: quando c’è un’idea precisa dietro a una messa in scena e quando la direzione registica ha perfettamente chiaro dove voglia andare a parare e padroneggi gli strumenti per farlo, il resto ne consegue. Così qui Andrea Chiodi sceglie di rappresentare quel gran teatro che sono i rapporti umani e lo fa attraverso il minuetto farsesco dell’annoiato gioco di una locandiera, che, corteggiata, adorata e omaggiata dai suoi avventori, s’incapriccia nel far innamorare giusto il solo che le ostenta misoginia. La trama è nota ai più, ma in questo caso quello che viene analizzato è il doppio punto di vista: l’emancipazione femminile  ma poi anche la condanna definitiva dell’autore, che bacchetta il genere di donna “ingannatrice”, apparentemente trionfatrice, contro le cui astuzie non manca di mettere in guardia sia uomini che donne. Goldoni, infatti,  non è soltanto l’autore della commedia, ne è anche coprotagonista, attraverso quelle “note di regia”, che all’inizio di ciascuno dei tre atti uno dei personaggi-attori legge, in settecenteschi abiti neutri con tanto di retina sui capelli, pronto a ricevere la parrucca specifica dell’una o dell’altra parte. Capitava così, del resto, nelle antiche compagnie di giro: pochi attori a prodigarsi per coprire gli spesso più numerosi ruoli.ù

foto di Francesca Romana Lino

foto di Francesca Romana Lino

Siamo nel pieno del “700, eppure a dirigere la locanda è una donna (Mirandolina/Mariangela Granelli), che con garbo civettuolo, ma anche con non meno dissimulata deferenza, tratta il Marchese di Forlipopoli (Tindaro Granata) e il Conte d’Albafiorita (Caterina Carpi). Un gioco oramai collaudato, ma riproposto in scena con quella freschezza, che ce ne fa percepire tutta la perdurante plausibilità, fino a ché non arriva il Cavaliere di Ripafratta (Emiliano Masala) a falsarne gli equilibri. La farsesca liason à trois, in cui i due contendenti battibeccano a colpi di ostentazione, si triangola in un terzo polo apparentemente disinteressato, ma che diventa il reale fulcro dell’azione drammaturgica. Se il conte si profonde in regali costosi, che la donna “si vede costretta ad accettare”, dopo l’ostentato rifiuto rituale, “per non contrariare la Vostra Signoria…” e il marchese rilancia con profferte di protezione a dissimularne l’effettiva mancanza di fondi oltre ché la sostanziale tirchieria, la fiera misoginia del cavaliere lo rende per un verso confidente ideale ora dell’uno ora dell’altro, ma, soprattutto bersaglio reale delle furbizie di Mirandolina.
Siamo in pieno Secolo dei Lumi, eppure “Voltaire non ci ha insegnato proprio niente”, cantava Guccini, in una vecchia canzone, quasi a dire che la ragione spesso sembra esercitarsi invano. Già, perché a nulla vale la scostante sufficienza del cavaliere, che pur predicando l’ infidia del genere femminile, di fatto ne cade vittima nella più imbarazzante delle maniere, non appena la locandiera finge di adottare un atteggiamento quasi cameratesco, e quindi dichiaratamente non seduttivo nei suoi confronti. “Ma è tutta una finzione”, potrebbe essere l’esplicito sottotitolo di questa messa in scena, in cui a vari livelli si grida, modulandolo nella risata cristallina della commedia, alla falsità delle relazioni umane e alla vanità di giochi inautentici, sclerotizzati, fra noia e capriccio, in trappole in cui comunque resteranno imprigionati tutti, sia predatori che prede.
Interessante è il ben congeniato meccanismo attraverso cui la regia ci fa arrivare tutto questo.

foto La locandiera

La scena, anzitutto, che ci accoglie, a vista, lasciandoci prefigurare molto di quel che accadrà. Un lunghissimo tavolo bianco con attorno candide seggiole retrò, ciascuna abitata da una parrucca cifra del “700 ciarliero. Sul tavolo figurine lignee dei personaggi, s’intuisce, minuziosamente vestite con gli abiti che poi effettivamente indosseranno gli attori in scena. Forse solo “pedine” di un gioco di scacchi, il cui gran burattinaio è il narratore onnisciente Goldoni? Da sotto il tavolo pendono tre lampadine a inaugurare un ben preciso dialogo fra “sotto” e “sopra”. Questo, il luogo in cui la servitù origlia e implicitamente svela; quello, il gran teatro della rappresentazione sociale: e non è un caso che il lungo tavolo diventi passerella su cui sfoggiano la loro farsesca identità le due “nobil dame” – in realtà attricette di commedia -, o su cui si sfidano a duello – per l’ “onore” -, il marchese ferito nel buon nome e il cavaliere oramai pazzo d’amore per Mirandolina. Al di là del tavolo una parete di porta abiti di scena, che elegantemente s’infrangerà nell’incipit della commedia. Ognuno degli attori in abbigliamento neutro ma dichiaratamente “settecentesco”, ne trascinerà con sé una parte. Il proprio guardaroba personale? Il bagaglio del repertorio precipuo di ciascun mestierante attore di giro? E quell’incedere garbato, ma misurato, elegante eppure autorevole, che segna la cifra registica.

foto di Francesca Romana Lino

foto di Francesca Romana Lino

Luci  fredde, a restituire un’atmosfera anti naturalistica, ma poi anche giocate in efficaci occhi di bue o smorzate nelle penombre dei passaggi di scena.  Musiche che richiamano  gli stornelli anni “30″ a restituire il sapore della campagna fiorentina e poi quell’aria del “Don Giovanni” canticchiata dalla locandiera nei passaggi nodali della sua trappola ai danni del cavaliere.  Costumi disegnati nell’efficacia sartoriale di funzionalità ed evocazione storica,  scene completano una regia efficace e leggera nella fruizione. Bravi gli attori tutti e ben diretti: Emiliano Masala, credibile in un ruolo che verso la fine si tinge di non facili eppure ben riusciti colori contrastanti, Francesca Porrini e Caterina Carpio come sempre precise ed efficaci, pur nella sfida di ricoprire più di un ruolo, Mariangela Granelli particolarmente misurata e per ciò stesso convincente, nella restituzione della sfaccettata arte dissimulatrice della manipolatrice e Tindaro Granata nei panni dell’attore caratterista, a colorare di brio e comicità una pièce che è e resta a tutti gli effetti una commedia.

Visto all’Atir Ringhiera di Milano, il 5 aprile, in prima nazionale, dopo il pre debutto al LAC di Lugano.

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