Recensioni — 06/03/2020 at 10:06

Circo Kafka:magnifica partitura per corpo e suono

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RUMOR(S)CENA – CIRCO KAFKA – ABBIATI – TEATRO MAGNOLFI – PRATO – Un piccolo – grande saggio di teatro all’ennesima potenza, un concentrato di poetiche fra letteratura alta : Il Processo di Kafka e la poesia del corpo si rivela una summa di essenzialità condotta con maestria dal regista Claudio Morganti, dove l’ immaginario scenico si realizza in azioni-minimaliste e suoni, condensati e confluiti dentro la maschera e la mimica di uno straordinario attore e artista qual è Roberto Abbiati. Affiancato in scena dal musicista Johannes Schlosser, creatore a sua volta di forti suggestioni in perfetto feed back autorale. È così che Circo Kafka dimostra di essere uno dei lavori più interessanti visti finora nella stagione del Teatro Metastasio di Prato. Si assaporano infatti felici consonanze fra i tre artisti, Abbiati, Schlosser e Morganti, coraggiosamente in grado di sfilarsi ruoli di interazioni reciproche per la riduzione di un lavoro letterario complesso: Il Processo, romanzo di un mostro sacro della letteratura europea e mondiale, l’ebreo di Praga Franz Kafka. Del resto Roberto Abbiati non è nuovo a processi artistici ispirati da un suo sapiente scavo letterario. Anni fa un suo lavoro tratto da Moby Dick di Herman Melville, dove era riuscito a condensare, (lui che viene dalla Scuola di mimo milanese e dalla grafica), Una tazza di mare in tempesta, ospite al Festival della Letteratura di Mantova in forma di installazione per poi girare in tutta Europa. Un evento per bambini e adulti in soli 17 minuti per 22 spettatori, corredato anche dal volume Romanzo a disegni, composto da 135 tavole disegnate da Abbiati sul tema di Moby Dick la balena bianca, e con la compartecipazione del musicista Johannes Schlosser.

Circo Kafka Roberto Abbiati foto Lucia Baldini

Nel lavoro visto al Teatro Magnolfi – uno dei tre spazi teatrali insieme al Metastasio e al Fabbricone sedi della stagione MET di Prato, la dimensione raccolta, per pochi spettatori, dilata la trama surreale della costruzione simbolica e insieme concettuale dello spettacolo. In scena si vede un piccolo catafalco – appena più alto delle sedie del pubblico, gremito di oggetti. Uno spazio concentrazionario, dove ci accoglie Roberto Abbiati in tuta bianca e occhiali scuri. Passa per la mente l’immagine degli uomini in tuta del film Ghostbuster forse perché per associazione mentale, non possiamo non pensare che siamo nella città di Prato ai tempi del Coronavirus, seconda comunità cinese in Italia, ma anche la città dello scrittore di Caos calmo Sandro Veronesi il quale ha scritto molto su questo operoso popolo, nonché la città dove Luca Ronconi ha allestito i suoi spettacoli più innovativi dentro il Laboratorio del Fabbricone.

 

Lo stupore incomincia: Abbiati porta noi (e un consistente gruppo di bambine e bambini sugli otto-dieci anni) dentro la sua Balena Bianca: la scatola magica del Teatro ma anche la lanterna magica di Ingmar Bergman. Si toglie la tuta bianca e passa un biglietto fra il pubblico come incipit dove c’è scritto: Josef è stato calunniato. A questo punto inizia non certo un “ circo” (come da titolo), ma si tratta di un pleonasmo, un dramma che subisce un trattamento per la scena geniale. La levità con cui l’artista scrive e descrive, trasferendo per la scena, le vicissitudini del protagonista del romanzo Il Processo è esemplare. Inscritto dentro un plot tra il fiabesco e il fumetto no horror, delicatissimo, senza nulla togliere alla violenza conturbante della trama originaria aggiunge, nella narrazione scenica, storie a storie, dilatando il significante al significato. Abbiati non articola parole (tranne in un breve monologo con Schlosser di tipo filosofico sul rapporto causa-effetto con conseguenze surreali di spostamento di senso sul narrato complessivo): si fa corpo narrante in sinestesia con l’accumulo di segni di cui è disseminata la scena composta dalla stanza – camera da letto dove Josef viene prelevato. Lui che niente sa. A cui niente viene detto. Vittima probabilmente innocente. Il lavoro di identificazione col povero omuncolo-alter ego dello stesso Kafka, il dannato dalla Legge, si avvale della replicanza: Abbiati diventa doppio di se stesso e specchio impersonando i figuri persecutori responsabili di condurlo al carcere e alla morte.

 

 

foto di Lucia Baldini

 

I poliziotti, il magistrato, l’avvocato, il sicario. Quello che davvero impressiona in questo gioiello performativo straricco di suggestioni e con straordinaria plusvalenza di segni extra-letterari e meta – teatrali, è l’accumulo di segni registici corporei e soprattutto sonori. Anche la scena è sovraccarica e tutto il percorso narrativo ne è colmo. Abbiati sa far bene risuonare il suo lavoro sul suo corpo di mimo. È una macchina teatrale in grado di far trasalire, immaginare, trasferire e trasformare. La sua macchina-corpo non dice, mai, non parla con parole dicibili; indossa gli oggetti di scena, se ne fa voce. Si moltiplica. Se li mette addosso oppure li evoca. Racconta col suo corpo e con pause, silenzi, stacchi corporei veloci nel minuscolo spazio fisico dispnoico ritagliato denso di cianfrusaglie che evocano altro, il quotidiano rispetto l’improvvisa irruzione del caos. Straordinario il rapporto con lo strumentario musicale.

 

 

foto di Lucia Baldini

Se la Voce-Parola non riesce più a dire niente, balbetta, ecco che parlano gli strumenti musicali a farsi corpo-voce: il contrabbasso oggetto di scena pesante, l’organetto, l’armonica a bocca, la zampogna suonati dallo stesso attore-interprete intenti a duettare con l’indicibile sé stesso introiettato, fino a raggiungere la parola sonora cantata. Non è certo casuale l’abbinamento di regia fra Morganti e Schlosser. Il primo ha lavorato su Woyzeck per molti anni e diverse riproposizioni anche molto recenti proprio per il MET. Circo Kafka” è un concerto per voci dove si rappresenta semplicemente l’orrore. Come nei sogni o nel peggiore degli incubi.

 

 

Da il Processo di Franz Kafka con la partecipazione di Johannes Schlosser

regia Claudio Morganti e Johannes Schlosser

con Roberto Abbiati e Johannes Schlosser

Produzione Teatro Metastasio di Prato, TPE-Teatro Piemonte Europa in collaborazione con Armunia residenze artistiche

Prima nazionale 

Visto a Prato, Teatro Magnolfi il 24 febbraio 2020

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