Teatrorecensione — 05/07/2011 16:27

Una risata vi seppellira’. Parola di Homo ridens

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“Vai avanti tu che mi viene da ridere” (Regia di Giorgio Capitani, 1982)

CASTIGLIONCELLO. Una risata ti cambia la vita, oppure ridi che ti passa, o ancora… meglio ridere che piangere. Si può ridere a crepapelle, ma anche morir dal ridere. Le risate eccessive e prolungate rischiano di farti perdere la vita. Non è uno scherzo.

Ci sono stati casi descritti dalla letteratura scientifica, di decessi causati da una strana “patologia”, la “Fatal hilarity”, ovvero l’ilarità fatale, un termine che risale al 1596 e pubblicata sull’Oxford English Dictionary. Meglio farci sopra una sana e consapevole risata, e sperare che il livello di serotonina aumenti le difese immunitarie. Chi, invece non ha retto alle risate, sono stati i filosofi greci come Calcante Testoride, morto in conseguenza di una crisi isterica, dovuta al credere di aver fallito la profezia sulla sua morte. Non ebbe il tempo necessario per ricredersi. Si racconta che nel terzo secolo avanti avanti Cristo, il filosofo Crisippo di Soli, perse la vita per le risate suscitate dalla vista di un asino mentre si ingozzava di fichi. Ma questa infausta malattia colpiva anche i regnanti. Martino I di Aragona, ad esempio, morì nel 1410 per le complicanze dovute alle risate e all’indigestione. La medicina e i neurologi non riscontrano nessun sintomo a rischio mortale causato dalle risate. Sarà meglio crederci, anche se è risaputo che l’eccitazione portata a livelli paradossali, attiva nel cervello umano delle reazioni di difesa da “agenti esterni”, come può essere la risata piuttosto che un dolore, e in entrambi i casi, si difende scaricando dosi massicce di adrenalina sul cuore. Un’emozione troppo forte al muscolo cardiaco non fa bene.

A questo punto però si pone anche un dubbio sociologico. Al giorno d’oggi si ride poco e male. Basta guardarsi intorno, la risata, quella vera, sincera, sana, è diventata un bene di consumo a rischio di estinzione. Non è per caso che anche questo rattrista e fa vivere male? Ecco, allora, che arriva Homo ridens, lo studio di Teatro Sotterraneo , pensato come un esperimento a campione sul pubblico-cavia, sottoposto a test di reazione istantanea, dopo averlo sollecitato con tutti i meccanismi della risata, da quelli facilmente suscettibili di divertimento, fino ad arrivare a forme più perverse date da meccanismi dell’inconscio. L’aggressività, l’humour noir, perfino davanti a scene brutali e tragiche. Il riso come istinto di difesa dalla sofferenza, dal dolore, dal disagio. Praticamente un campo minato, su cui Daniele Villa, autore dei testi, insieme alla sua squadra di performer -sotterranei, Sara Bonaventura, Iacopo Braca, Matteo Ceccarelli, Claudio Cirri, stanno cercando di trovare una strada che consenta a loro/noi-e gli altri, di capire perché i moti dell’animo umano sono così facilmente influenzabili, da una (banale?) risata. Primo esperimento: “il test del peto”, ovvero quel rumore grossolano fatto sentire attraverso un amplificatore che si basa sulla ricettività di uno stimolo irrisorio di base. “In scena ci sono voluti ben nove peti per far esaurire le risate” (del pubblico) , dicono gli esaminatori, e fin qui sembra tutto a lieto fine. Diagnosi dopo la rilevazione del test: Impulsivi”.

Si ride per i peti e si ride per la capacità comunicativa, in questo caso anche didattica-formativa (sono le intenzioni scelte da Daniele Villa), ma il registro comico vira subito dopo. Foto shock di Bergen Belsen, campo di concentramento, cadaveri ammucchiati come cataste di legna. Resti umani dopo l’abbattimento delle Torri Gemelle di New York. Bambini in Sudan in evidente stato di denutrizione. Ad ogni immagine sono allegate tre risposte da fornire, come dei quiz. Due stupide e una “non c’è niente da ridere” (a tal proposito merita un’incursione letteraria il geniale Charles Bukowski con il suo Niente da ridere), mentre qui il risultato è: “siete obiettori di coscienza impulsivi”, vista la maggioranza delle risposte non c’è niente da ridere. Quello che vogliono portare in scena è un tentativo d’indagine sui meccanismi alla base della risata. E lo ribadiscono bene quando scrivono nella presentazione del progetto che è la filosofia di Platone, Aristotele, Cartesio, Kant, fino a Schopenhauer e Freud, ad occuparsene sistematicamente. Molto meno la scienza.

L’intento è quello di un lavoro analitico al fine di comprendere i codici che regolano uno dei meccanismi più complessi della natura umana. Ma le risate ascoltate durante la performance, sono solo da attribuirsi ai test proposti o c’è anche un elemento intrinseco, dato dalla stessa capacità attoriale, performativa, istintuale dei protagonisti in scena? Prima questione aperta. C’è comunque il dubbio su questa doppia lettura.

Seguono poi momenti di puro teatro stile Sotterraneo. I sempre efficaci giovani si prodigano in funamboliche evoluzioni, gag, si sparano e muoiono a ripetizione, come una coazione a ripetere. Il riso scaturito dall’azione comica ripetuta all’infinito, stereotipata. Tentano il suicidio, lo istigano, con il finto gas esilarante, e poi ti dicono che non è niente vero. E’ tutto finto. “Voi ridete, ma noi facevano apposta”, come dire: vi abbiamo fatto ridere e voi sapevate che era finto ma avete voluto credere che sia reale, così fa ridere. Meta -comunicazione della risata. Riproducono la comicità surreale da cartoni animati dove lo sfigato di turno muore sempre e rinasce subito dopo. Stimolo irrisorio suscitato (anche) dalla violenza. Violenza sull’attore, violenza su uno spettatore. Si ride anche per non fuggire, si ride per paura. Il lavoro dei Sotterraneo non è ancora del tutto compiuto, va rivisto alla luce dell’intento divulgativo – “scientifico” in alcuni passaggi, ma è un serio e lungimirante approccio ad una ricerca di senso, di scoperta, da dove, eventualmente, indirizzare l’azione puramente teatrale.

Homo ridens. Visto al festival Inequilibrio il 3 luglio 2011

coproduzione Armunia, Centrale Fies, in collaborazione con Santarcangelo 41, progetto Fies Factory

crediti fotografici Sara Bugoloni

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