recensioni — 05/05/2018 10:53

“Belve – una farsa” che contrassegna le differenze fra classi sociali

Share

PRATO – Ci sono alcune discrepanze fra ciò che Massimiliano Civica scrive nelle note di regia, individuate come obiettivi del suo nuovo lavoro Belve andato in scena in prima assoluta al Teatro Metastasio di Prato (nominato anche consulente artistico), e ciò che ci sembra di aver recepito nel corpo a corpo della visione della farsa – che così recita il sottotitolo dello spettacolo, qui dando già una prima dritta sul contenuto che andremo a vedere. Civica ci ha abituato a messinscene rigorosissime, dove le competenze attoriali sono messe in primo piano, sotto una direzione severa, con un mandato che rispetta le finalità del genere che vuole rappresentare. Così il genere comico in Dialoghi degli dei coi Sacchi di Sabbia, o nel più recente Quaderno per l’inverno (premiato con ben due UBU nel 2017). In questo lavoro il regista è di nuovo affiancato dal drammaturgo napoletano con cui aveva conquistato i giurati Ubu e anche il pubblico: Armando Pirozzi a cui ha commissionato Belve- una farsa. Farsa: un genere poco praticato sulle scene del nostro Paese dove si è per consuetudine preferito proporre al pubblico commedie o drammi. Ci sono esempi in De Filippo e comunque dentro un filone dialettale, ma la tradizione è soprattutto d’oltralpe con copioni fra i più noti, in Moliere e Feydeau. Quella che si era posto Civica sulla carta era una sfida di non facile realizzazione: commissionare al proprio Autore di riferimento la scrittura ex novo di una farsa moderna sul tema dei soldi e del potere, che di questo si tratta in Belve.

Belve- una farsa. Regia di Massimiliano Civica. Foto di Duccio Burberi

Tema di grande attualità, qui pensato da Pirozzi come una guerriglia, in forma di lotta di classe che della lotta di classe ha ben poco, ed infatti non si vuol dare nessun segnale che possa far intendere l’ascesa o il tentativo di presa del potere di subordinati rispetto ai padroni. Nella guerriglia fra le due coppie: quella formata da Giocondo e Giorgetta, ricchi imprenditori e quella formata da Betta e Pippo, coppia giovane a rischio povertà a causa della famelicità dei vincenti vicini, non si vuole mettere in scena niente di politico ma solo caratteri e non da commedia dell’arte. Piuttosto statica constatazione – fotografia, impietosa della rigidità che contrassegna le differenze fra classi sociali, divise dalla nascita e dal censo e non miscibili. In fondo al plot drammaturgico infatti, l’agnizione risolve il conflitto che si fa a tratti grottesco, a tratti surreale rivelando che solo in una soluzione fantastica quanto inverosimile nella realtà si possa modificare qualcosa del già dato (in questo caso le differenze sociali) e questo finale è nella logica del mutatis mutandis.

foto di Duccio Burberi

La solida struttura pensata e drammatizzata da Pirozzi rispecchia i canoni scolastici del genere farsesco, contaminato però da altre forme di teatro: in scena una cena a base di cozze organizzata dalla coppia più giovane intenzionata a far fuori, per la seconda volta, con veleno per topi i due anziani. Lui commendatore calvo e segaligno già sopravvissuto miracolosamente al primo tentativo malriuscito; lei buffissima arpia over size dalla risata oscena ed agghiacciante. Durante la cena Betta e il marito sono visitati da un caleidoscopico vortice, in ingresso ed in uscita, di improbabili personaggi fra il circense e la gag da sit com, un vescovo con prete, un killer dj che ha venduto 30 copie di dischi suoi di cui 29 ai famigliari, due poliziotti cow boy sgarruppati. Il finale riserva sorprese e tutto finisce in happy end. Tornando al mandato che si era imposto Civica nell’esperimento della messa in scena della farsa Belve alcune annotazioni: il testo rispetta la struttura canonica di genere e così anche l’attualizzazione tematica.

Il cast attoriale scelto da Civica è di alto livello, sono rispettati i ritmi, le pause, la conduzione della fisicità per strappi sulla scena fissa, c’è il rigore e tempi tecnici misurati. Tuttavia qualcosa non ha funzionato. La macchina si è imbrigliata dove l’ostacolo maggiore è stato proprio quel moto alla risata che nel pubblico del Metastasio è stato piuttosto scarso. Si ride sì ma sporadicamente e a denti stretti. La sensazione è che la densità della scrittura drammaturgica di Pirozzi, ricchissima di riferimenti metatestuali, messi in bocca ai diversi personaggi – fra cui riferimenti alla funzione della critica, il suo lavorio trasversale a quello della rifacitura attualizzata farsesca, con inserzioni dalla pochade al vaudeville, senza grossolanità tanto da apparire una responsabilità da esercizio di stile, abbia ingabbiato un po’ la scrittura. Questo forse, insieme all’eccessivo strizzare l’occhio a macchiette televisive un po’ scontate, non abbia fatto presa su un pubblico forse abituato ad altre tipologie di scritture per la scena, magari più versatili: se questo era il mandato di muovere al riso.

Foto di Duccio Burberi

Belve- una farsa

di Armando Pirozzi

uno spettacolo di Massimiliano Civica

costumi Daniela Salernitano

luci Roberto Innocenti

con Alberto Astorri, Salvatore Caruso, Alessandra de Santis, Monica Demuru, Vincenzo Nemolato, Aldo Ottobrino

produzione Teatro Metastasio di Prato

con il sostegno di Armunia Centro di residenze artistiche- Castiglioncello

 

Visto a Prato in prima nazionale al Teatro Metastasio, il 22 Aprile 2018

Ti potrebbe interessare anche...

Share
Tags: