recensioni — 04/12/2017 23:51

Consapevolezza ed emozionalità: luci e ombre del teatro sociale

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MILANO – Quanti modi ci sono per dire e intendere il “teatro”? Dall’intrattenimento alla satira, dal dramma alla commedia, dalla tragedia alla pantomima, i linguaggi, in cui si declina, sembrano non conoscere alcun tipo di pregiudizio. Teatro di parola, di figura, d’ombra, civile o di narrazione, teatro politico, pamplhet o d’opera ne sono solo alcune varianti. E poi tutte quelle, in cui il teatro diventa cura e strumento per gestire una criticità. Così lo psicodramma, ma anche quella pratica, sempre più diffusa, di fare della messa in scena soltanto l’esito ultimo: quel che conta è il processo di presa di coscienza e di ottimizzazione delle dinamiche di un gruppo o di una comunità.

Fra le mille declinazioni del teatro, ruolo del tutto particolare, lo ha quel tipo di lavoro, che si compie in carcere, in cui spesso il corpo negato dell’attore/detenuto diventa strumento d’indagine e di libertà, alla ricerca di una differente maniera di concepirsi e portare in scena le relazioni falsate e il peso del giudizio, che costantemente gli gravano addosso. Impossibile non pensare all’eccellenza di Armando Punzo e della Compagnia della Fortezza, da lui stabilmente gestita dal 1987 all’interno del carcere di massima sicurezza di Volterra. Eppure non mancano esperienze analoghe su tutto il territorio nazionale. Qui a Milano, ad esempio, Michelina Rapato Sartore è la regista, che, dal 2003, gestisce il progetto teatro di E.s.t.i.a. all’interno della Seconda Casa Circondariale di Bollate, analogamente a quanto fa, da pari numero d’anni, Donatella Massimilla, nel Carcere di San Vittore o Ivana Trettel in quello di Opera. Ma qual è il senso di un laboratorio teatrale all’interno di strutture del genere? Attività occupazionale, certo, ad un primissimo livello ma più spesso questo si rivela uno strumento eccezionale per la presa di coscienza: di sé e del mondo. “Queste persone, grazie alle varie attività, intraprendono un percorso volto a recuperare un senso di responsabilità personale e collettiva, a costruire relazioni positive, a ritrovare il senso di rispetto e la fiducia in se stessi e nell’altro”, si legge alla pagina “Chi siamo?” di E.s.t.i.a. Questo, in fondo, è il senso di quello spendersi in prima linea amache di Donatella Massimiliana, che con le sue “carcerate ed ex carcerate”, del CETEC, ha dato vita, fra l’altro, a ‘ L’ApeShakespeare”, forma di street food ad elevato tasso di reinserimento sociale, dove nella passata stagione ha allietato, fra l’altro, i pre spettacoli del Teatro Filodrammatici di Milano, sempre a proposito di sinergie e virtuosità. Questo per dire che vanno bene i circenses, sì, ma poi si tratta anche di capire come procurarsi quel panem, che anzi tutto dice libertà e dignità.

In questa stessa ottica anche il lavoro di Ivana Trettel – lei pure a dare vita a un festival, analogamente a quanto fa, dal 2013, la Massimilla -, il quale in concomitanza con la Giornata contro la Violenza sulle Donne (in ricorrenza il 25 novembre), lo scorso 1 dicembre ha portato in scena “Undicesimo comandamento. Uccidi chi non ti ama”, tratto dall’omonimo romanzo di Elena Mearini dei laboratori di scrittura creativa presso questo stesso carcere. In scena, guidati dalla conselor e teatroterapeuta Maria Chiara Signorini, i detenuti ed ex detenuti della Casa di Reclusione Milano Opera, che hanno contribuito anche al montaggio drammaturgico e registico di Ivana Trettel con propri scritti. Un lavoro corale. Questa, la scelta forte della regista, che, alla trasposizione fedele del testo, ha senz’altro preferito lavorare su gruppo e intercambiabilità dei performers. Non a caso sceglie di vestirli tutti alla stessa maniera – maglietta nera e hakama, la tradizionale gonna-pantalone del samurai giapponese, che non solo lascia libertà di movimento, ma lo porta con sé, il sugello di chi lotta a favore di una causa – e di distribuire le battute fra loro, indipendentemente dal sesso dell’io narrante.

 

Quel che ne risulta è più la sensazione di un coro greco – che, come si sa, è luogo di riflessione e messa in discussione, oltre che di racconto –, piuttosto che di una narrazione che proceda in senso proprio e lineare. Così tornano, come a ondate, le parole della Mearini – interessante scelta, quella di un ambito semantico che gioca a mischiare le parole del cucinare con quelle di un’affettività più sognata che vissuta e invece subita, in una dinamica di sottomissione e violenza, in cui il sapore del sangue dell’ennesimo pestaggio viene descritto attraverso quel “le labbra sanno di cuore stracotto che cuoce in pentola” -, per andare poi a sovrapporsi col racconto forse testimoniale del bambino vittima di un padre violento. Ben curato e di sicuro effetto, lo dicevamo, è l’impatto visivo del gruppo, e non solo per la portata scenica di quelle dieci figure, che ora si muovono composte, come seguendo invisibili ricami – a volte nella fluidità del pas-à-deux, tese a interagire, irrelate, ciascuna con la propria sedia scarlatta o nel gioco corale con la palla vermiglia, che all’improvviso si fa partitura quasi sconnessa e interpunta dal moto meccanico e spezzettato di un oscuro carillon -, ora si cristallizzano nel fermo immagine, che consente all’uno, ora all’altro, di farsi voce e coscienza e racconto e, in filigrana, denuncia. Ma quel che colpisce sono anche la pulizia e il rigore di esecuzione di performers non abituati per professione ma che sul palco mostrano un’attenzione e cura ed esattezza d’esecuzione, che la dice lunga a proposito della loro vocazione testimoniale.

 

Questo il corto circuito. Quanto alla drammaturgia, invece, complice una scrittura curata, sì, ma tutta giocata sull’emotività – in maniera analoga e coerente con una messa in scena altrettanto “Terapia Stanislao”, citando il volume scritto dalla stessa Signorini -, quel che ne viene fuori è un ensemble più sentimentale che testimoniale con il rischio di emozionare e commuovere, più che muovere verso un’indignazione reale. E poi che ne è di quell’ “Undicesimo comandamento” del titolo? Dove la voce del mostro, pronto a uccidere chi non lo ama? Dove, il suo punto di vista – tormento o tracotanza, poco conta – e donde trarlo quell’invito a “restare umani e non perdere la fiducia nella legge”, più tesi da comunicato stampa, che messaggio effettivamente deducibile dallo spettacolo? Al netto di questo, di certo un lavoro importante, quello fatto con i detenuti ed ex detenuti, perché la consapevolezza è, sempre e comunque, il primo passo verso la conquista di una libertà autentica e duratura.

Visto al Nuovo Teatro Ariberto di Milano, il primo dicembre 2017.

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