recensioni — 03/04/2017 17:53

Le pulsioni di vita e di morte nella riproposizione del mito di Clitennestra

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TORINO – “Clitennestra deve morire” è un’elegante riproposizione del mito secondo la penna e la sensibilità di Osvaldo Guerrieri, forte di una drammaturgia di alto spessore intellettuale e dal linguaggio raffinato, che trova nella curata regia di Emiliano Bronzino e nella tridimensionalità delle sue interpreti – un’intensa e complessa Patrizia Milani e una densa Gisella Bein – ottima linfa vitale. Approntata come spazio rituale dallo scenografo Francesco Fassone, una piattaforma nera, corredata di un letto-sarcofago su cui, adagiata e raccolta in una veste dorata, Clitennestra inizia a svelarsi al pubblico. Al centro, un cratere scarlatto che riecheggia un qualcosa di vivo, di organico. Tra suoni inquietanti, deformi, sibili e scricchiolii, stridio di uccelli presaghi, Patrizia Milani dà ottima prova di sé, pulsando sulla scena, dando voce e respiro ai recessi delle passioni umane, al fondo dei moventi che soggiacciono al dramma e al delitto. Diafana, come se il sangue tutto si fosse riversato in quel cratere-ventre, in quella placenta, in quel materiale magmatico rosso e primordiale. È il ricordo e l’icona di una maternità forzatamente espulsa dal sé, sacrificio compiuto sull’altare di un amore razziato, di una passione dapprima subìta e poi ineluttabilmente accolta e fatta propria, scambiando “il fato cattivo per amore”.

 

È, al contempo, palpito, urlo e ragione, un concentrato di nervi e furore cui fa da contraltare l’analisi lucida e distaccata del proprio vissuto, la consapevolezza di raccogliere in sé le istanze di una femminilità universale violata. “Dio protegga questa casa” mormora la nutrice Alcina, l’altra faccia dell’essere donna, la voce della paura e del timore del sacro. Ma non è un dio – maschio – cui Clitennestra si rivolge, cui espone il suo racconto e le ragioni del delitto: è una legge di natura, capace di comprendere la ribellione nei confronti della proterva arroganza di un uomo che utilizza le donne come pedine in un gioco di potere, asservendole alla sua brama, umiliandole. È la materia più fonda del femmineo, oscura come lo spazio nero, circolare, in cui si muove, un’arena che richiama e amplifica la “pietra nera incastonata al dito”, “pegno di un amore lontano” che sa di maledizione, simbolo del suo legame con Agamennone, legame che lei stessa ha reciso a colpi di ascia, nel massacro dello sposo.

 

E quel nome “Agamennone”, Clitennestra lo appoggia come lapide sul ciglio del mito, incidendolo col proprio disprezzo, condensandolo in un suono definitivo. Patrizia Milani dà fondo alle visioni, in uno stillare di stati alterati di coscienza cui fa da accompagnamento un rumore di liquido che gocciola, ma non chiaro e limpido: inquietante, denso, come sangue, come fluido corporeo. La narrazione del delitto è il momento più forte di disfacimento della ratio, accompagnato anche qui dal rumore di liquido che scorre. La Milani se ne immerge, facendo sua un’eleganza spezzata, tenuta anche quando scomposta, ipostasi di una mente frantumata tra l’aderenza a un passato indelebile e l’appartenenza a un oggi nel quale ci può essere assoluzione; assoluzione o giustificazione nei confronti di un omicidio che non è passionale, ma vendetta per una duplice umiliazione: quella della maternità, lacerata nel sacrificio di Ifigenia e quella della dignità di donna e moglie, calpestata con l’avvento di Cassandra.

 

 

“Da quanto tempo la vita è scandita da questa monotonia”: dal giorno del delitto, oltre il quale i giorni sono stati una distesa di banali occupazioni e di quotidianità condivise con Alcina, la concreta Alcina che Gisella Bein definisce e radica sulla scena come contraltare e puntello, doppio e complemento. Preoccupazione di Clitennestra è il tempo che passa, la frustrazione di abitare un corpo nel quale gradualmente non si riconosce più, che “rinsecchisce”, il corpo al quale l’atride ha sostituito quello giovane e gravido della preda troiana, alla quale ha dato ciò che a lei ha tolto: un figlio.

Seguendo la rigorosa scansione drammaturgica, l’essere scenico della protagonista si costruisce, nell’alternarsi di algida narrazione e di appassionato sentire, quasi uno sdoppiamento di personalità, dapprima nel rifiuto e poi nell’accettazione dell’arrivo di quell’Oreste che darà compimento al suo destino di sangue, il “ragazzo che – dice Clitennestra – è stato un figlio e che, in un modo oscuramente omicida continua a essere mio figlio”. “Oreste è tornato. È tornato per me”: se il darsi anima e corpo ad Agamennone è stato seguire l’impulso dell’autodistruzione, consegnarsi alla mano vendicatrice del figlio è un pensiero che scivola nella coscienza come l’ineluttabile conclusione, cui andare incontro con levità. Al grido di Alcina “È la fine, signora, la fine!”, Clitennestra replica sorridendo “Ma no, stupida. Oggi niente finisce!(…) Stai allegra!”. È la resa ad Ananke, la necessità. Si scioglie così la maledizione della pietra nera, il nodo che ancora la lega ad Agamennone e, liberata la fonte dal gorgogliare viscoso, può, finalmente, scorrere sulla scena acqua limpida e pura. Vi si lascia lambire, Clitennestra, come pacificata: la vita, con i suoi orrori subiti e compiuti, si ricompone nella liberazione della morte.

 

CLITENNESTRA DEVE MORIRE”, novità di Osvaldo Guerrieri, con Patrizia Milani e Gisella Bein; regia di Emiliano Bronzino, scene di Francesco Fassone, costumi di Augusta Tibaldeschi, luci di Mauro Panizza. Produzione Fondazione Teatro Piemonte Europa

Visto al Teatro Astra di Torino il 29.03.2017

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