Recensioni — 02/03/2020 at 14:19

Tra Streheler e Guerritore, l’anima Buona di Sezuan

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RUMOR(S)CENA – L’ANIMA BUONA DI SEZUAN – TEATRO VERGA – CATANIA  – Ci sono dei versi latini capaci di restare in mente come qualcosa di più di semplici ricordi liceali; ad esempio il verso dell’Asinaria di Plauto: «Homo homini lupus (l’uomo è un lupo per l’uomo)» o l’Heautontimorumenos di Terenzio: «Homo sum, humani nihil a me alienum puto (sono un uomo e non considero estraneo a me nulla che sia umano)». Sono tracce, sedimenti ineliminabili di una cultura umanistica diffusa, in grado di suggerire quanto sia antica, grandiosa, e ancora in corso, la lotta per affermare l’umanità in luogo della ferinità, la dialettica politica in luogo della guerra, il rispetto sacro degli altri contro la tentazione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Qual è però il rischio maggiore in questa lotta millenaria?

Rendere assoluto e indiscutibile ciò che risulta parziale e criticabile, ovvero scivolare nel fanatismo ideologico o religioso, foriero di sanguinose tragedie. È quanto viene da pensare nell’assistere allo spettacolo “L’anima buona di Sezuan” realizzato da Monica Guerritore, (regista ed attrice), sull’omonimo capolavoro di Bertoldt Brecht, recuperando anche, integra e ricca di senso, l’impronta della celebre regia di Giorgio Strehler del 1981. Una lotta antica e grandiosa, dove nella vicenda qui rievocata, avrebbe facilmente preso la via dell’apologo moralista se il grande drammaturgo non l’avesse resa integralmente politica. Una metafora del marxismo nella sua più potente carica utopica: la terra non sarà il regno dei malvagi, dei ricattatori, dei bugiardi, degli usurai, dei violenti, degli affaristi senza scrupoli, ma apparterrà alle persone buone in grado di possedere il coraggio di alzare la testa e ribellarsi, a quanti avranno nel rispetto del prossimo la misura del loro essere.

 

 

foto di Manuela Giusto e  Luigi Cerati

La vicenda di Shen te (interpretata da Monica Guerritore), una donna generosa, prostituta altruista, capace di assoluta pulizia interiore, unica anima buona rimasta nella provincia cinese di Sezuan, appare paradigmatica e, restando sostanzialmente aperta nel finale, indenne da qualsiasi rischio di banalità, capace di assumere un senso politico. Nessun finalismo mistico ma una direzione di concreto impegno civile – politico, un invito alla lotta qui ed ora, su questa terra e oggi. Quasi inutile ricordare come di questo senso politico sia pervaso il disegno registico strehleriano: nella pulizia del tratto, nel rigore e nella solida pienezza del gesto attorale, fino all’economia complessiva dello spettacolo. Un’impronta che la regista tenta di replicare, riuscendoci sostanzialmente con un esito gradevole.

 

foto di Manuela Giusto e Luigi Cerati

Non bisogna tacere tuttavia la perplessità che questo tipo di operazione suscita: una regia di quaranta anni fa, per quanto straordinaria e capace di comunicare, di emozionare, di assurgere essa stessa a un livello di “classicità”, non può esser riproposta senza un nuovo e concreto, o almeno sufficientemente autentico, confronto politico con la realtà corrente. Un confronto del quale serietà e profondità si devono percepire già nel livello formale di un allestimento e certo non è questo il caso.

L’anima Buona di Sezuan
Di Bertolt Brecht, traduzione e adattamento Roberto Menin musiche originali Edmondo Romano, regia Monica Guerritore. Con Monica Guerritore, Matteo Cirillo, Alessandro Di Somma, Vincenzo Gambino, Francesco Godina, Diego Migeni, Lucilla Mininno e Nicolò Giacalone. Crediti fotografici Manuela Giusto e Luigi Cerati.

 

Visto a Catania, Teatro Verga, il 25 gennaio.

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